Me
Che cos’è l’Isis un anno dopo
Condividi su:

Che cos’è l’Isis un anno dopo

Che cos'è diventato lo Stato Islamico a un anno dalla proclamazione del Califfato

13 Nov. 2015

Crimini di guerra. Crimini contro l’umanità. Genocidio. I terroristi dell’Isis sono colpevoli di tutti e tre i tipi di crimini perseguiti dal Tribunale penale internazionale. Lo sostiene l’Onu, che ha raccolto prove e testimonianze sugli orrori commessi in Siria e Iraq dopo un anno dalla proclamazione del Califfato.

Dall’estate scorsa, l’Isis ha conquistato nuovi territori sia in Siria che in Iraq, arrivando praticamente fino alle porte delle rispettive capitali, Damasco e Baghdad. Soltanto in Siria, negli ultimi dodici mesi, si stima che abbia ucciso oltre 3mila persone. Più della metà erano civili, tra cui 74 bambini, come riportato dall’Osservatorio siriano per i diritti umani.

Uomini giustiziati in massa. Donne trattate come bottino di guerra e schiave sessuali. Bambine seviziate: ci sono testimonianze attendibili che raccontano di stupri compiuti su bambine comprese fra i sei e i nove anni. Bambini arruolati e obbligati a decapitare i prigionieri. Tanti sono stati in un anno i video e le immagini diffuse su internet dalla propaganda che non sembrano fare più nemmeno notizia. 

L’Isis usa la violenza e perseguita le minoranze: cristiani, yazidi, turchi, curdi e tanti altri musulmani sono morti sotto i colpi dei terroristi. La guerra settaria è combattuta con ogni mezzo, con le armi sottratte all’esercito iracheno e a quello americano. Secondo il quotidiano britannico The Independent, lo Stato Islamico sarebbe anche in possesso di una quantità di materiale radioattivo sufficiente per fabbricare una bomba sporca.

Un anno fa noi di TPI ci eravamo posti 10 domande per cercare di capire che cosa fosse l’Isis: cosa significa il nome dell’organizzazione, chi è il capo, chi sono i combattenti, dove prende i soldi, qual è la sua strategia, perché decapita gli ostaggi, cosa rappresenta la bandiera nera, qual è il suo obiettivo, chi c’è dietro e come bisogna combatterlo.

Nel corso di quest’anno abbiamo raccolto le notizie più importanti per riuscire a capire davvero cosa sta succedendo in Medio Oriente. Sebbene l’Isis resti un’oscura entità ancora per molti aspetti, abbiamo tentato di riassumere un anno di Stato Islamico in 10 punti.

1. Che cos’è l’Isis 

L’autoproclamato Stato Islamico – o Isis, Stato Islamico di Siria e Iraq – è un movimento militante che ha conquistato territori nell’Iraq occidentale e nella Siria orientale, dove vivono circa sei milioni e mezzo di persone tra musulmani, sunniti e non. Nel giugno del 2014, dopo l’occupazione di territori strategici nel cuore sunnita dell’Iraq, tra cui le città di Mosul e Tikrit, l’Isis ha proclamato il Califfato, rivendicando l’autorità politica e teologica esclusiva sui musulmani di tutto il mondo.

Il suo progetto di costruzione dello Stato Islamico, però, è stato caratterizzato più dalla violenza estrema che dal rafforzamento delle istituzioni. Decapitazioni di ostaggi e altri atti provocatori, diffusi in tutto il mondo attraverso foto e video condivisi sui social media, hanno contribuito a spingere gli Stati Uniti a intervenire militarmente. La violenza di massa contro i civili locali, giustificata anche con riferimenti religiosi, è stata un valido strumento per rafforzare il controllo territoriale e per determinare le alleanze nella regione, inserendo l’Isis nella guerra settaria tra sunniti e sciiti.

A nord c’è la Turchia (sunnita), a sud l’Arabia Saudita (sunnita), a est l’Iran (sciita) e a ovest la Siria di Assad (a maggioranza sunnita ma il cui regime è alauita, ramo sciita). L’Isis (sunnita), al centro, combatte su più fronti: contro i curdi, rivali storici della Turchia sunnita; contro l’esercito di Assad – sostenuto dall’Iran; contro i ribelli siriani, che essendo fedeli ad al-Qaeda sono ostili all’Isis; contro le forze militari irachene e contro gli americani. In tutto questo ne pagano le conseguenze soprattutto le minoranze perseguitate dall’Isis, sulle quali si compiono stragi, violenze e abusi. 

I successi ottenuti dall’Isis sul campo di battaglia, ampiamente pubblicizzati, hanno attirato migliaia di reclute straniere, i cosiddetti foreign fighters, che sono diventati una particolare preoccupazione per i servizi segreti occidentali e una preziosa risorsa per l’Isis, che rifornisce così di nuove reclute i vari fronti di guerra.

2. Dove e come è nato l’Isis 

Uno dei comandanti dell’Isis ha rivelato dettagli esclusivi sull’origine del gruppo terroristico. La storia, pubblicata dal Guardian e ripresa anche da Washington Post e Huffington Post, racconta dove e come sia nato il progetto per la creazione di uno Stato IslamicoIl piano è stato concepito da Abu Bakr al-Baghdadi, insieme ad altri capi jihadisti, proprio sotto il naso degli americani, nel carcere militare statunitense di Camp Bucca, in Iraq.

Secondo Hisham al-Hashimi, l’analista che lavora a Baghdad citato dal Guardian, il governo iracheno stima che 17 dei 25 principali leader dell’Isis oggi attivi in Siria e Iraq siano stati detenuti nelle prigioni americane tra il 2004 e il 2011. “Il campo era l’ambiente ideale per pianificare – ha spiegato al Guardian il jihadista dell’Isis Abu Ahmed – e quando ci hanno liberato, è stato facile ritrovarsi: ci eravamo scambiati indirizzi e numeri di telefono scrivendoli sugli elastici delle mutande”.

“Il 2003 fu un anno cruciale per il Medio Oriente: cambiarono molti equilibri regionali a causa dell’invasione americana dell’Iraq e della caduta del regime di Saddam Hussein. Gli americani, subito dopo la caduta del regime, hanno compiuto un’operazione devastante per l’integrità statale dell’Iraq: sciogliere l’esercito iracheno, uno tra i più forti e coesi del Medio Oriente, nonostante la penetrazione autoritaria del regime”, ci ha spiegato la ricercatrice italiana Marina Calculli della American University of Beirut, in Libano, e specialista in relazioni internazionali del Medio Oriente.

“Questo, assieme alle politiche settarie dell’ex premier iracheno Nuri al-Maliki che hanno prodotto una forte marginalizzazione della comunità sunnita, ha fatto sì che si sviluppassero forme di legittimità alternative allo Stato che hanno preso la forma della composizione interna confessionale della società irachena, prevalentemente una divisione tra sunniti e sciiti. Questo quadro è ovviamente un po’ troppo una semplificazione, ma le milizie che si sono formate dopo il 2003 avevano questi due principali colori confessionali. Lo Stato Islamico nasce proprio qui, in Iraq, dopo la caduta di Saddam Hussein. Allora si chiamava diversamente, il brand è stato trasformato diverse volte. Ma sostanzialmente era una delle tante milizie che operavano all’interno dell’Iraq”.

L’esercito sciolto dagli americani non ha più permesso la formazione di un corpo coeso che fosse in grado di garantire il controllo del territorio e della sicurezza irachena, cioè provvedere alla sicurezza dei cittadini. Non essendoci l’esercito, non essendo lo Stato in grado di controllare il territorio, si è lasciato campo libero alla formazione di varie milizie che si sono create su base confessionale. Questa è l’origine dell’Isis. Ciò che è successo in Iraq subito dopo il 2003 ha molte analogie con quello che è successo poi in Siria dopo il 2011 e tutto va inserito nell’ambito della guerra fredda tra Arabia Saudita e Iran. Il 2003, con la caduta dell’esercito di Saddam Hussein, ha lasciato campo libero all’espansione dell’influenza iraniana nel Levante arabo e soprattutto ha compattato la cosiddetta mezzaluna sciita: Teheran-Baghdad-Damasco. 

3. Isis e al-Qaeda 

Dopo il 2004 l’Isis ha rotto con l’organizzazione di Osama bin Laden ed è diventata sua rivale. La scissione riflette le differenze strategiche e ideologiche. In Siria i gruppi competono per ottenere “potere e reclute” tra molte forze militanti. Al-Qaeda si è concentrata ad attaccare gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali, i quali sono ritenuti responsabili di rafforzare i regimi arabi illegittimi, come quelli in Arabia Saudita e in Egitto.

La rottura insanabile è avvenuta dopo l’inizio della guerra civile siriana. Al-Baghdadi ha respinto pubblicamente la decisione presa dal successore di bin Laden come capo di al-Qaeda – al-Zawahiri – di rendere indipendente l’alleato siriano di al-Qaeda, Jabhat al-Nusra, e di limitare l’azione dell’Isis in Iraq. Da allora, i due gruppi hanno combattuto l’uno contro l’altro sul campo di battaglia siriano.

La storia, raccontata dal Guardian, rivela l’esistenza di documenti appartenenti all’Isis, consegnati dai ribelli siriani nemici dell’Isis alla stampa, che spiegano la genesi dell’organizzazione di stampo criminale ideata da un ex ufficiale dei servizi segreti di Saddam Hussein di nome Haji Bakr.

Una fitta rete di agenti segreti infiltrati nel territorio, azioni violente per impossessarsi del potere. Un arsenale di armi a disposizione per la gestione delle attività criminali, dal racket alla schiavitù. Il numero di militanti cresce grazie al reclutamento delle giovani leve lasciate senza lavoro dallo scioglimento dell’esercito iracheno.

Ecco chi sono i cinque jihadisti più ricercati: 1) Abu Bakr al-Baghdadi; 2) Abd al-Rahman Mustafa al-Qaduli; 3) Abu Mohammed al-Adnani; 4) Tarkhan Batirashvili; 5) Tariq al-Awni al-Harzi (alcune fonti sostengono che sia morto durante un bombardamento americano).

4. Isis e Stati Uniti 

Per capire le relazioni tra Isis e Stati Uniti è necessario analizzare il ruolo di Washington in Medio Oriente. Storicamente gli Stati Uniti d’America hanno sempre cercato di mantenere buoni rapporti con le tre potenze regionali del Golfo Persico: Arabia Saudita, Iraq e Iran. Per anni – spiega il Professor Paolo Wulzer, docente di Storia delle Relazioni Internazionali presso L’Orientale di Napoli – l’equazione occidentale è stata “petrolio in cambio di armi”.

Tutto cambia nel 1979, quando salgono al potere Khomeini in Iran e Saddam Hussein in Iraq. Gli Stati Uniti vedono dunque crollare uno dei due pilastri della propria egemonia nel Golfo, mentre l’Iraq, sfuggito all’orbita occidentale già dal 1958, radicalizza le proprie posizioni con il suo nuovo leader.

Si passa così da una situazione regionale filo-occidentale a una nella quale si è perso l’alleato iraniano e non ci si può fidare del nuovo regime iracheno. Rimane di fatto solo l’Arabia Saudita, un alleato difficile da difendere. Infatti, è proprio dallo stringersi di questa alleanza indifendibile (quella tra Stati Uniti-Arabia Saudita), che sono sorti molti dei problemi tra gli americani e il mondo islamico.

Nella guerra Iraq-Iran (1980-88), gli Stati Uniti hanno sostenuto prima l’Iran, pensando di poterne recuperare il controllo. Poi però hanno armato l’Iraq per contenere l’Iran, sebbene Saddam Hussein non fosse un alleato affidabile.

La guerra del Golfo e l’invasione americana dell’Iraq nel 2003 sono il disperato tentativo di riportare sotto il controllo americano l’Iraq. Secondo il Professor Wulzer, la strategia americana nel Golfo Persico ha tradizionalmente cercato di avere almeno due delle tre potenze regionali dalla propria parte.

In quest’ottica è coerente il comportamento del presidente Obama, che ha cercato recentemente un riavvicinamento con l’Iran, considerando che l’Iraq è in mano all’Isis e che quella con l’Arabia Saudita è un’amicizia forzata: gli Stati Uniti non possono fare a meno dei sauditi e viceversa.

Per anni l’Arabia Saudita non ha avuto un esercito. Ora ha un piccolo apparato militare che non può competere con quello iraniano o con quello che aveva Saddam (adesso in parte in mano all’Isis). Senza la protezione degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita non riuscirebbe a mantenere il controllo sul suo vasto territorio e sulle sue frontiere.

Quella tra Stati Uniti e Arabia Saudita è un’alleanza indifendibile anche agli occhi degli stessi musulmani, visto che l’Arabia riveste un ruolo centrale per molti aspetti – basti pensare ai luoghi santi di Medina e La Mecca – ed è il leader del mondo arabo sunnita.

Di fatto oggi il cuore delle questioni mediorientali è questa guerra fredda tra l’Arabia Saudita (sunnita) e l’Iran (sciita): si basa tutto sulla lotta per il potere fra questi attori e sull’intervento esterno degli Stati Uniti, a cui aggiungere di sfondo la questione palestinese e altre più piccole tensioni che contribuiscono al caos generale.

La grande bugia di Bush e Blair sulla guerra in Iraq del 2003 e il fatto che per tre volte la politica estera americana abbia contribuito a creare l’Isis pongono molti interrogativi sull’attuale ruolo di Washington nella regione e sull’efficacia dell’operazione voluta da Obama in Iraq.

5. Isis, Turchia e Arabia Saudita 

L’atteggiamento della Turchia verso l’Isis è fortemente condizionato dal rapporto tra i turchi e i curdi, che sebbene combattano contro l’Isis oltre il confine tra Turchia e Siria non godono di alcun sostegno da parte di Ankara, anzi. Più volte il governo è stato accusato di permettere ai combattenti dell’Isis di oltrepassare la frontiera con la Turchia senza problemi, per ricevere cure mediche o per trasportare prodotti oltre il confine (cosa che non è stata permessa ai curdi in molte occasioni).

Dopo l’attentato del 20 luglio a Suruç, città turca al confine con la Siria, la Turchia ha lanciato il primo attacco militare contro l’Isis al di fuori dei suoi confini e ha interrotto la tregua con il Pkk, attaccando alcune sue postazioni. Secondo Mark Lowen, corrispondente della Bbc dalla Turchia, il cambio di strategia è il risultato di mesi di negoziazioni fra il governo turco e quello statunitense, e l’attentato di Suruç ha solo fatto accelerare l’intervento.

Un documento riportato da New Republic rivela la presenza di “cellule dormienti” dell’Isis in tutta la Turchia, in particolare nelle città di Adana, Aksaray, Ankara, Gaziantep, Istanbul, Kilis, Konya, Mersin e Sanliurfa. Si tratta di circa 3mila persone, con collegamenti diretti all’Isis.

Inoltre, il governo turco ha rivelato forti preoccupazioni circa il possibile ritorno di almeno 700 cittadini turchi attualmente impegnati a combattere per lo Stato Islamico. Un cittadino turco, che si è unito all’Isis nel 2014 ed è stato catturato i primi di giugno del 2015 dai militanti curdi siriani, ha deciso di raccontare in prima persona come avviene il reclutamento dell’Isis in Turchia.

A sud, i rapporti tra Isis e Arabia Saudita sono ormai noti soprattutto per il flusso di finanziamenti provenienti dalla penisola arabica verso lo Stato Islamico, come riportano queste due storie dal Guardian e dal Washington Institute. Secondo il Professor Howard J. Shatz di RAND, infatti, per combattere l’Isis basterebbe seguire il denaro.

6. Il business dell’Isis 

Sul fronte dei “ricchi benefattori del Golfo”, Matthew Levitt, direttore del “programma su antiterrorismo e intelligence” del Washington Institute for Near Policy, stima che tra il 2013 e il 2014 l’Isis abbia ottenuto oltre 40 milioni di dollari in finanziamenti provenienti da Paesi del Golfo Persico, in particolare da Arabia Saudita, Qatar e Kuwait.

L’Isis vuole proporsi come uno Stato, ma è più simile a un’organizzazione di stampo criminale o persino mafioso. Secondo il The Independent, l’Isis guadagna più di 3 milioni di dollari al giorno grazie al contrabbando di petrolio. Nel business rientrano anche saccheggi, estorsioni e rapimenti, oltre al commercio di reperti archeologici e al traffico di esseri umani.

L’estrazione di petrolio costituisce la più grande fonte di reddito. Il gruppo ricava circa 44mila barili al giorno dai pozzi siriani e 4mila da quelli iracheni. Vende il greggio a camionisti, automobilisti e intermediari, guadagnando da 1 a 3 milioni di dollari al giorno. Con la vendita ben al di sotto dei prezzi di mercato, gli operatori sono incentivati ​​ad assumere il rischio di tali offerte nel mercato nero. Il regime di Assad, affamato di petrolio, i turchi e curdi iracheni – tutti i nemici dell’Isis – sono tra i suoi principali clienti. E per molti investitori è sempre più conveniente fare affari con l’Isis.

7. Cosa vuole veramente l’Isis 

Con più di 25mila combattenti stranieri che hanno affollato l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria e lo Yemen – secondo i calcoli delle Nazioni Unite – il Califfato proclamato dall’Isis si espande non solo in altri Paesi e in altre regioni, ma anche in altri continenti. Dietro la propaganda e la retorica religiosa, tuttavia, mentre il mondo è impegnato a trovare il modo di arginare l’estremismo religioso, l’Isis diventa un modello ideologico molto potente tra i giovani. Ciò favorisce la nascita di fazioni militanti decise ad allinearsi al Califfato ovunque nel mondo.

Il denaro è stato una forza trainante e ha permesso di arruolare molti giovani semplicemente offrendo loro un lavoro ben retribuito. Il consenso contribuisce a rafforzare la sua capacità di resistenza sul territorio. L’Isis si espande anche in Afghanistan e in Pakistan, con una precisa strategiaGraeme Wood, sulle pagine di The Atlantic, studiando il profilo di molti foreign fighters e di altri sostenitori dell’Isis in Occidente, ha cercato di spiegare che cosa vuole davvero l’Isis: “Non è un semplice insieme di psicopatici o di fanatici”. Per l’autore, infatti, dietro alle violenze dell’Isis si nasconde una profonda conoscenza dell’Islam e una strategia molto ambiziosa, tutt’altro che casuale. 

Secondo l’analisi del The Independent, che ha chiesto a un gruppo di esperti quali sono gli obiettivi dell’Isis, l’esercito di al-Baghdadi mira ai seguenti obiettivi: consolidare il proprio dominio sui territori già conquistati, stabilire uno Stato capace di governare e sfidare in guerra i grandi nemici del passato, sia interni al mondo islamico che esterni. Tuttavia, la cosa che appare più preoccupante è la capacità di manipolare e controllare un’intera generazione di giovani musulmani iracheni – e non solo – per aumentare il proprio consenso.

8. Cosa fare se l’Isis vince

Cosa fare se lo Stato Islamico sopravvive e si trasforma nel tempo in un vero e proprio Stato, dimostrando di poter controllare stabilmente il territorio conquistato mentre cresce una generazione di bambini-soldato? Stephen M. Walt, docente di Relazioni Internazionali ad Harvard, risponde su Foreign Policy con una parola che rievoca i fantasmi della Guerra Fredda: contenimento.

9. Video

Comprendere l’Isis in un video di 7 minuti a cura di Le Monde 


10. Timeline

Un anno in Siria e Iraq sotto il controllo dell’Isis: la timeline 

Per approfondire: tutti gli articoli di TPI sull’Isis 

Leggi anche: l’Isis raccontato senza giri di parole   

Il giornalismo richiede risorse e scegliere di mantenere gratuito l’accesso a un giornale indipendente come TPI significa dover contare anche sulla pubblicità: questa è la ragione per cui vedi tanti annunci. Se vuoi contribuire a migliorare il nostro giornale e leggere gli articoli senza pubblicità anche da mobile iscriviti a TPI Plus, basta davvero poco ➝ www.tpi.it/plus