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Si chiudono le urne in Myanmar
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Si chiudono le urne in Myanmar

L'otto novembre si sono svolte in Myanmar le prime elezioni democratiche in 25 anni, che potrebbero vedere la vittoria del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi

08 Nov. 2015

Domenica 8 novembre in Myanmar si sono svolte le prime elezioni libere dopo 25 anni di regime militare.

Dalle prime ore del giorno, ai seggi elettorali si sono create lunghe code di cittadini. I birmani hanno avuto a disposizione dieci ore e mezza per esprimere la propria preferenza, dalle sei del mattino, alle quattro e mezza del pomeriggio (ora locale). 

Secondo le stime, circa l’ottanta per cento dei 30 milioni di cittadini aventi diritto al voto si è recato alle urne.

I birmani hanno potuto esprimere la propria preferenza tra più di 6mila candidati, rappresentanti dei circa 90 partiti del Paese. Soltanto due fazioni, però, si contendono davvero la guida del Myanmar: la Lega nazionale per la democrazia (Ndl) – il partito del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi – e il Partito dell’unione per la solidarietà e lo sviluppo (Usdp) dell’ex generale Thein Sein.

Secondo i sondaggi, il partito della leader dell’opposizione San Suu Kyi è il favorito e potrebbe aggiudicarsi una maggioranza sufficiente da prevalere su quello attualmente al governo.

Le operazioni di spoglio sono iniziate immediatamente dopo la chiusura dei seggi, ma per avere i primi risultati bisognerà aspettare almeno la mattina di lunedì 9 ottobre. Tuttavia non si saprà il nome del futuro presidente prima del 2016, essendo il procedimento di elezione molto complesso.

Una grande folla si è radunata all’esterno del quartier generale dell’Ndl, nonostante il temporale che si è abbattuto sul Paese, per seguire le operazioni di spoglio attraverso i grandi schermi montati per l’occasione.

Nonostante le votazioni si siano svolte pacificamente, c’è ancora il rischio che i risultati vengano contraffatti durante lo spoglio. Il capo degli osservatori mandati dell’Unione europea nel Paese per monitorare le elezioni ha affermato che a Yangon, la più grande città del Myanmar, le votazioni dovrebbero essere state svolte in maniera “abbastanza affidabile”. Gli analisti hanno però avvertito che la situazione potrebbe essere diversa nelle aree rurali, dove non sono stati inviati osservatori internazionali.

Insieme ai membri dell’Unione europea, anche 11mila ufficiali birmani hanno supervisionato lo svolgimento delle elezioni e in totale circa 40mila agenti sono stati distribuiti in tutto il Paese col compito di controllare le urne.

Alcuni attività commerciali a Yangon sono stati chiuse per motivi di sicurezza, nel timore si scatenassero scontri nella giornata di domenica.

Sia San Suu Kyi che Sein si sono recati alle urne nelle prime ore del mattino e non hanno voluto rilasciare dichiarazioni dopo l’uscita dal seggio.

La leader dell’opposizione, accompagnata dalle guardie del corpo e dal suo assistente personale, ha votato in un liceo vicino alla propria abitazione, dove ha vissuto agli arresti domiciliari dal 1989 al 2010 a causa della fondazione del suo movimento non violento che aveva come scopo quello di portare la democrazia nel Paese.

La donna, domenica 8, indossava il vestito tradizionale birmano, accompagnato dal fiore simbolo del suo partito, posto nell’acconciatura. Negli ultimi giorni quello stesso simbolo era stato disseminato in tutte le strade del Myanmar dai suoi sostenitori.

L’attuale presidente ha invece votato a Naypyitaw, capitale del Paese dal 2005, in un seggio elettorale vicino alla sua ricca villa e al parlamento birmano. Insieme a lui si sono presentati molti esponenti dell’attuale governo, che non hanno voluto rilasciare dichiarazione sulle proprie preferenze elettorali.

Per vincere le elezioni, la Lega Nazionale per la Democrazia dovrà riuscire a ottenere il 67 per cento dei voti, perché la legge prevede che il 25 per cento dei seggi nel parlamento birmano venga sempre assegnato a rappresentanti dell’esercito. Al contrario il partito di Thein Sein avrebbe bisogno solo di un terzo dei voti per ottenere la maggioranza in parlamento. 

In ogni caso, il nuovo presidente dovrà fare i conti con le sfide che attendono il Myanmar: democratizzare il Paese emendando la costituzione, continuare a gestire la crescita soddisfacendo aspettative di maggior equità e attraendo gli investitori esteri, ma soprattutto tenere unito il Paese, avendo un occhio di riguardo per le minoranze.

La necessità di cambiare una costituzione redatta dal regime militare è pressante. Quello stesso documento al momento vieta a San Suu Kyi di diventare presidente del Paese a causa del suo matrimonio per un cittadino britannico, da cui sono nati figli che possiedono un passaporto del Regno Unito. Tuttavia il premio Nobel ha dichiarato negli scorsi giorni che se il suo partito dovesse vincere le elezioni, sarà lei a guidare il proprio Paese.

Ma ancora più importante è il problema delle minoranze del Paese, in particolare quelle musulmane, che sono state in parte private del diritto di voto in queste elezioni. Oltre 500mila Rohingya – un gruppo etnico di origine islamica – sono stati dichiarati apolidi, nonostante vivano in Myanmar da generazioni. Né la Lega Nazionale per la Democrazia, né il partito al governo hanno presentato candidati musulmani, nonostante si stimi che la percentuale di musulmani in Myanmar sia di circa il 4 per cento.

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