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Nove morti in una sparatoria in Burundi

Gli scontri generati dall'instabilità politica del Paese hanno causato 198 morti da aprile 2015

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Secondo alcuni testimoni oculari  contattati dell’agenzia di stampa Associated Press, almeno nove persone sarebbero morte durante la notte tra il 7 e l’8 novembre in una sparatoria avvenuta all’interno di un bar della capitale del Burundi, Bujumbura. 

Un uomo armato avrebbe aperto il fuoco uccidendo gli avventori del locale, il proprietario, suo nipote e uno dei suoi dipendenti, dopo aver costretto i clienti seduti all’esterno, ad entrare nel bar. Due persone sarebbero morte in ospedale, in seguito alle ferite riportate.

Le tensioni erano ricominciate ad aprile di quest’anno, quando il presidente Pierre Nkurunziza aveva annunciato di volersi candidare per la terza volta. Rieletto a luglio, l’opposizione lo ha accusato di aver infranto, ricandidandosi per un terzo mandato, il trattato di pace che mise fine nel 2006 a una guerra civile durata 13 anni.

A livello internazionale si teme che il Paese possa ricadere in un conflitto, nonostante sabato 7 novembre il presidente abbia cercato di tranquillizzare la comunità internazionale affermando che non ci saranno scontri etnici nel Paese. 

Proprio sabato terminava l’ultimatum del governo, secondo cui chiunque non avesse consegnato le armi detenute illegalmente, sarebbe stato considerato nemico dello stato.  

In seguito all’attacco di domenica, il governo ha dato ordini alla polizia di perlustrare “casa per casa” i dintorni di Mutakura, il quartiere in cui si trova il bar dell’attacco, per sequestrare tutte le armi detenute illegalmente. La zona è rimasta chiusa ai cittadini per tutto il tempo dell’operazione di pattugliamento e perlustrazione.

Il presidente del Burundi ha inoltre ordinato all’esercito di usare tutti i mezzi necessari per assicurare la sicurezza della capitale. 

Gli scontri generati dall’instabilità politica degli ultimi mesi – che hanno causato più di 198 morti da aprile – hanno spinto più di 200mila cittadini a fuggire dal Paese e andare in Ruanda e Tanzania.