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Com’è vivere nel paradiso delle Figi
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Com’è vivere nel paradiso delle Figi

La vita quotidiana nel villaggio di Navotua, alle Figi, in un'isola dell'Oceano Pacifico

03 Nov. 2015

Ci sono villaggi nelle Figi in cui le tradizioni locali non sono ancora state intaccate dal mondo moderno. Come sull’isola Nacula, nell’arcipelago Yasawa, dove il piccolo villaggio di Navotua dal 2011 è diventato un luogo in cui i viaggiatori che vogliono evitare i resort turistici possono provare l’esperienza del vero stile di vita delle isole Figi. 

Stretto tra l’oceano e una fitta foresta che si estende fino alla cima di un’alta collina, il villaggio conta circa ottanta abitanti. Navotua ospitava cittadini stranieri già prima del 2011: si trattava di volontari che, come in molti altri luoghi di queste isole paradisiache ma carenti di servizi, davano una mano nelle scuole o nell’installazione di pannelli solari. 

Proprio uno di questi volontari, un americano, suggerì l’idea di aprire le porte del villaggio anche ai turisti. L’organizzazione delle prenotazioni è ora gestita da Darko, che vive in Germania ma la cui madre è nata a Navotua, e dal maestro Akuila, che proviene dalla principale isola delle Figi, Viti Levu.

Gli abitanti del villaggio sono abituati a fare a meno dell’elettricità. Ci sono alcuni generatori, ma vengono usati di rado perché il carburante nell’isola costa molto (15 dollari per due ore di luce), mentre i pannelli solari vengono sfruttati soprattutto per la scuola. Nonostante ciò, alcuni abitanti di Navotua possiedono uno smartphone e approfittano della copertura di rete della torre Vodafone presente sull’isola. 

Le torce rappresentano quindi l’unico modo di farsi luce attraverso il villaggio quando il sole tramonta dietro la collina, e l’unica possibilità di divertimento è bere un bicchiere di kava. Qui infatti l’alcool non è permesso, ma la gente va matta per questa bevanda che è ricavata dalle radici della pianta che porta lo stesso nome. 

Sono proprio queste radici il dono richiesto ai visitatori quando devono presentarsi al capo del villaggio. Le radici vengono macinate in un vaso d’argilla con una pesante asta di metallo, e la polvere ricavata viene poi travasata su un telo che funge da filtro quando viene immerso nell’acqua. 

Il rito con cui si beve la kava è vecchio centinaia di anni e nessuno sa spiegarne l’origine. Fatto sta che bisogna essere seduti in cerchio e il primo a cominciare deve essere il capo del gruppo, o il più anziano, che riceve la kava all’interno di una piccola ciotola ricavata da una noce di cocco tagliata a metà. Prima di bere, egli deve dire la parola che alle Figi si sente ripetere in continuazione, Bula (il loro “ciao”), e battere le mani una volta, e poi, dopo aver svuotato la coppa, battere le mani altre tre volte. 

Di solito sono gli uomini a ritrovarsi dopo cena per queste bevute collettive, a volte rimanendo svegli anche oltre l’una di notte, finchè la kava non finisce.

L’effetto provocato dalla bevanda è di estrema sonnolenza, e per questo motivo se ne fa abbondante uso soprattutto il sabato sera. 

La domenica, infatti, a Navotua è ancora un giorno di festa in cui si pensa solamente a riposarsi. La maggioranza degli abitanti è cristiana metodista e tutti la domenica mattina alle dieci vanno a messa. A volte si aggiungono anche persone del villaggio di Malakati, che si trova dall’altra parte della collina, che si recano a Navotua per partecipare alla messa, e che con l’occasione consumano il pranzo in compagnia degli abitanti del villaggio, per poi riprendere la strada di casa, in barca o a piedi (circa due ore di cammino). 

Durante la settimana, invece, le donne si occupano della pulizia della casa e della cucina visto che, con l’arrivo dei visitatori, le bocche da sfamare sono aumentate sensibilmente. Ma qui di sicuro nessuno soffre la fame. L’oceano cristallino, lo stesso in cui è stato girato il film Laguna Blu, offre pesci e granchi in abbondanza e le piantagioni, in cui lavora la maggior parte degli uomini, forniscono mango, cassava, albero del pane, papaya e cocco. 

Nessuna produzione avviene a livello industriale: si coltiva solo lo stretto necessario per la sopravvivenza del villaggio. Per questo i ritmi di lavoro non sono particolarmente serrati. Le piantagioni si trovano nella foresta alle spalle del villaggio, e spesso gli uomini iniziano a lavorare all’alba ma tornano dalle famiglie per colazione e pranzo. 

Quello che più colpisce di queste comunità è lo spirito di condivisione presente in tutti gli aspetti della vita degli abitanti del villaggio. Così, se c’è da costruire una nuova capanna, tutti gli uomini collaborano e riescono a finirla in cinque giorni, o se manca qualche genere alimentare si può tranquillamente chiedere al vicino. Anche i guadagni provenienti dal turismo vengono suddivisi tra tutti gli abitanti di Navotua. 

Questo spirito collegiale si rispecchia anche nel governo del villaggio. Per le questioni più importanti vengono svolte alcune riunioni tra tutti i membri della comunità e, una volta presa una decisione, questa viene sottoposta al capo del villaggio, a cui spetta l’ultima parola. 

“Di recente tutte le donne si sono riunite per decidere cosa fare con 5000 dollari che il governo ha deciso di stanziare per le donne del nostro villaggio. Dovremo decidere insieme qual è il modo migliore per spendere quei soldi” dice Mamelita, a cui spetta il ruolo di guida ai visitatori. 

Proprio la presenza del capo del villaggio rimanda alle antiche tradizioni delle Isole Figi. È una carica ereditaria che quindi non spetta alla persona più anziana. La figura richiama quella di un giudice supremo e per questo le persone gli si rivolgono con profondo rispetto. La protezione della propria cultura è fondamentale, ancora più dei soldi portati dal turismo. 

“Noi non vogliamo cambiare i nostri costumi, non vogliamo che scompaiano. Se le persone vengono qui devono sapere che ci sono alcune regole che devono seguire. Ad esempio le donne, finché si muovono all’interno del villaggio, non possono mostrare le gambe perché ci sono i bambini che potrebbero vederle, e sono anche proibiti i cappelli perché considerati segno di maleducazione” spiega sempre Mamelita. 

C’è molta fiducia nello spirito di sopravvivenza della propria cultura e non c’è la paura che un’istruzione “moderna” possa spingere i bambini a ricercare uno stile di vita più cosmopolita. Al contrario, una grande parte delle risorse del villaggio è destinata all’insegnamento. La scuola elementare è stata costruita due anni fa e un’aula è destinata all’asilo. 

Dopo aver compiuto undici anni i bambini devono spostarsi alla scuola del villaggio di Nacula, raggiungibile in barca, dove rimangono dalla domenica pomeriggio al venerdì. Per il liceo invece bisogna spostarsi sulla terra ferma, come qui è chiamata Viti Levu. 

All’interno della scuola si possono trovare dei computer e le pareti sono tappezzate con scritte e disegni in inglese. È infatti quella la principale materia d’insegnamento e tutti i fijani, grandi e piccoli, sanno parlare inglese senza particolari problemi. Ma il maestro Akuila e i volontari internazionali insegnano anche scienze, matematica e storia. 

Anche se non è una materia d’insegnamento, tutti i bambini eccellono nel canto. La domenica mattina, in attesa che cominci la messa, sono proprio i bambini a prendersi la scena prima che entri il sacerdote, e a sfoggiare un’intonazione perfetta. Forse perché cantano sempre, anche quando giocano sulle altalene o sulla spiaggia. E non piangono mai. 

I bambini sono sempre sorridenti e non perdono occasione per salutare i visitatori con l’immancabile bula. Non c’è posto per le lacrime o per lamentarsi, e la curiosità brucia negli occhi di questi ragazzini vogliosi di imparare. Un tablet o una macchina fotografica sono le occasioni migliori per mettersi in posa e per poi riguardare soddisfatti la propria immagine. 

Né la tecnologia dei turisti né l’istruzione sulla terraferma sono viste come un pericolo per la sopravvivenza del villaggio. I bambini, crescendo, possono imparare a conoscere le altre realtà che circondano Navotua, ma alla fine ciò non comporta una diaspora o uno spopolamento della comunità. 

Qui hanno cibo, famiglia, palme e un mare spettacolare. “Di cos’altro dovrebbero avere bisogno?” chiede sorridente Mamelita.

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