Me

Il dottore dei Nuba

Il dottor Tom Catena, statunitense di origine italiana, è stato incluso dalla rivista Time tra le 100 persone più influenti del mondo

Immagine di copertina

Una scelta inusuale quella del TIME: inserire il dottor Tom Catena nella lista delle 100 persone più influenti al mondo. Proprio il dottor Tom Catena, una persona riservata, che non cerca in nessun modo la notorietà, che ha scelto volontariamente di stare in uno dei posti più dimenticati del mondo.

Andrew Berends sul Time dello scorso 16 aprile lo presentava così.

Incontrare Tom Catena è stato per me come incontrare un santo. Gestisce un ospedale sulle Montagne Nuba del Sudan con un livello senza pari di devozione alla sua fede cattolica e alla gente Nuba che ha bisogno di lui. Gran parte della regione è controllata dai ribelli. I civili lottano per sopravvivere, in mezzo a combattimenti, bombardamenti aerei e alla fame cronica causata dalla guerra. Le organizzazioni umanitarie non sono autorizzate a portare aiuti. Il dottor Catena sfida il divieto ed è l’unico chirurgo che serve una popolazione di 750.000 persone. Lavora instancabilmente, giorno e notte, curando di tutto, dalle ferite di guerra alla fame. Mi dice che la sua più grande ricompensa è il senso di pace che viene dal servire le persone bisognose, ribelli e civili senza distinzione. Nonostante le difficoltà, è esattamente dove vuole essere.

Solo dopo qualche settimana l’amico padre José Rebelo, comboniano direttore delle rivista Worldwide in Sudafrica, mi ha segnalato la cosa e, sapendo che conosco Tom da tempo, mi ha chiesto di aiutarlo a intervistarlo. Non è stato facile, il personaggio è schivo e di poche parole, e non ha mai lasciato i Monti Nuba da quando si è preso la responsabilità dell’ospedale, ormai quasi otto anni fa. Grazie a internet, però, José è riuscito a superare l’isolamento dei Monti Nuba e a convincere il dottor Catena a parlare. Ecco una sintesi dell’intervista.

Da quanto tempo lavora sui Monti Nuba? Come è arrivato qui?

Sono qui da quasi sette anni e mezzo. Ho sentito parlare dei Monti Nuba da Suor Dede Byrne. Nel 2002 mi disse che il vescovo comboniano Max Macram stava progettando di costruire un ospedale in Sudan. Contattai l’ufficio del vescovo, a Nairobi, e cominciai a discutere con loro i dettagli relativi all’apertura dell’ospedale. All’inizio del 2008, eravamo pronti ad aprire. Una suora comboniana, Suor Angelina, è stata la direttrice dell’ ospedale sin dall’apertura e ci sono altre due Suore Comboniane che lavorano qui con noi.

Lei ha lavorato in altri paesi africani, ma ha detto che i Nuba sono speciali. Che cosa li rende speciali? Che tipo di legame la lega a loro?

Una cosa che mi ha colpito fin da subito è che sono un popolo fiero e indipendente, e mi hanno sempre trattato da pari a pari, non come qualcuno sopra di loro o sotto di loro. Mi piace il fatto che una donna anziana qui mi chiami per nome, anzichè dottore e non mi tenga a distanza, anche se io sono uno straniero. Sento una forte connessione con la gente, credo nasca dal condividere paure e sofferenze comuni. Dopo aver trascorso qualche tempo qui, uno si sente tagliato fuori dal resto del mondo e tende a sentirsi sempre più vicino a coloro che sono rimasti in questa parte isolata. Qui sono a mio agio, questa è casa. La gente è molto riconoscente di quanto viene fatto per loro. L’anno scorso, abbiamo ricevuto una donazione di scarpe provenienti dagli Stati Uniti e le abbiamo mandate da delle suore comboniane in un villaggio molto lontano. Due settimane più tardi, 40 persone provenienti da quel villaggio hanno camminato per tre ore sotto la pioggia battente per portarci alcuni semplici regali e cantare e ballare per noi in segno di ringraziamento. C’è voluto un po’ di tempo perché crescesse la fiducia reciproca. Non si fidano facilmente degli stranieri a causa dei secoli di oppressione che hanno sofferto per mano di estranei. Prima si deve guadagnare la loro fiducia, ma una volta fatto ciò, si costruisce un rapporto che supera ogni difficoltà. 

Quali sono le sue attività quotidiane? Che tipo di interventi esegue abitualmente?

La giornata inizia sempre con la messa alle 06.30. Siamo fortunati ad avere due sacerdoti che ci garantiscono la Messa quotidiana. Ogni lunedì, martedì, giovedì e sabato, faccio un giro completo dell’ospedale visitando tutti i ricoverati dalle 07:30 alle 13:00, per poi andare alla clinica ambulatoriale. Vi resto solitamente fino alle 17:00 o 18:30, a seconda del periodo dell’anno. La notte è per le email, il lavoro amministrativo e le emergenze. Facciamo fra i 150 e i 200 interventi al mese, coprendo l’intera gamma della chirurgia: drenaggi di ascessi, estrazione di denti, shunt ventricolo-peritoneale su neonati con idrocefalo. Il nostro anestesista è stato addestrato sul posto e fa un lavoro eccellente. Far arrivare i farmaci qui da Nairobi è una vera sfida e richiede un enorme sforzo da parte del personale dell’ufficio di Nairobi per gli inevitabili ostacoli logistici e i costi altissimi.

Quali sono le maggiori esigenze della gente? Personalmente cosa le manca di più?

Qui non c’è stato sviluppo. Le strutture di assistenza sanitaria sono pressoché inesistenti. Ci sono poche scuole, alcune delle quali gestite dalla diocesi e altre dove operano insegnanti locali non addestrati. Tutte le scuole sono state chiuse durante i primi tre anni di guerra civile, ma molte hanno riaperto quest’anno. Non ci sono strade asfaltate, la maggior parte delle strade sono piste aperte attraverso la boscaglia. Non c’è acqua corrente, elettricità, niente. 

Spesso siete stati in pericolo. Quante volte si è trovato sotto i bombardamenti?

L’ospedale è stato preso di mira direttamente due volte. Sono state sganciate undici bombe sull’ospedale e gli immediati dintroni, ma non ci sono state né vittime né danni importanti, Il nostro villaggio è stato bombardato in altre due occasioni. I bombardieri del governo sudanese ci sorvolano con frequenza dall’inizio del conflitto più di quattro anni fa. Il suono dei bombardieri ci fa correre a cercare protezione nelle trincee. Ogni volta potrebbe essere la tua volta.

Cosa le dà la forza per continuare questo servizio solitario e difficile?

Credo che le preghiere di molti mi abbiano sostenuto nel corso di questi ultimi anni. Rimango sempre stupito dagli sconosciuti che pregano per noi e io credo fermamente nel potere della preghiera.

Quando vede tanta sofferenza non si sente la tentazione di scappare?

Sì, certo ogni tanto avrei bisogno di andarmene lontano da tutte le sofferenze e i problemi. Quasi ogni giorno ci sono situazioni veramente difficili: un neonato o un bambino che muore, un paziente con complicazioni post-operatorie, qualcuno che è molto malato e io proprio non riesco a capire il problema. La mia unica consolazione è sapere che io non sono perfetto e che l’ultima parola è di Dio. Il mio ruolo è quello di fare del mio meglio ed essere fedele alla mia vocazione. Dopo che un paziente muore ne soffro molto e poi cerco di imparare qualcosa dalla situazione. Devo combattere per rimanere concentrato e tornare al lavoro. Se fossi sopraffatto dal dolore non sarei in grado di aiutare il paziente successivo.

Il suo lavoro ci ricorda madre Teresa che lottava in un oceano di morte e sofferenza e che per molti anni si sentì disconnessa da Dio.

Campagna regione lazio

Sì, capisco bene come possa aver sofferto madre Teresa. Personalmente non posso direi di aver avuto crisi di fede, ma piuttosto mi sento disconnesso dalla società occidentale. Mi sembra che gli altri non possono capire quello che sto vivendo. Mi piacerebbe lavorare un po’ di meno e poter pregare un po’ di più. Io sono in pace durante i 20 o 30 minuti prima che inizi la messa del mattino. Posso pregare e riflettere senza distrazioni.

Qual’è la difficoltà più grande?

I momenti più difficili sono stati quelli in cui ho avuto conflitti interpersonali con gli altri. Questi sono molto peggio di qualsiasi pericolo o paura per i bombardamenti. Questi conflitti sono inevitabili in un ambiente di stress elevato come il nostro, ma la nostra fede ci insegna che dobbiamo intraprendere il percorso lento e difficile della riconciliazione.

Lei è in contatto quotidiano con la sofferenza di persone vittime di una guerra che è dimenticata dalla comunità internazionale. Come si sente, cose vorrebbe chiedere ai leader del mondo?

Spesso ci sentiamo dimenticati dal resto del mondo, questo è relativamente un piccolo conflitto in un angolo remoto. La tragedia è che la gente soffre ormai da 30 anni e non si vede come il conflitto possa terminare. 

Credo che molte delle sofferenze potrebbero essere alleviate se ci fosse pressione sul governo del Sudan perché consenta di far arrivare aiuti umanitari alle montagne Nuba. Le organizzazioni internazionali che normalmente forniscono aiuti alimentari, vaccini e farmaci hanno paura di venire fin qui perché sarebbe un’operazione trans-frontaliera che violerebbe la sovranità del governo sudanese. I leader mondiali potrebbero usare la loro influenza per spingere il governo sudanese ad aprire un corridoio umanitario, ma sembra non ne abbiano la volontà politica. Questo conflitto non attira l’attenzione di nessuno.