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Il più grande alleato dell’Isis è la fortuna
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Il più grande alleato dell’Isis è la fortuna

Il punto del professore Alessandro Orsini sulla situazione attuale dello Stato islamico

12 Ott. 2015

L’intervento russo in Siria non produrrà risultati importanti nella lotta contro l’Isis. Dal settembre 2014 al settembre 2015, la coalizione statunitense ha condotto 7.200 raid aerei contro gli uomini di al Baghdadi, senza raggiungere esiti significativi. 

Nei primi quattro giorni dall’inizio del suo intervento, la Russia ha condotto soltanto 60 bombardamenti aerei, la cui gran parte contro i ribelli democratici appoggiati dagli Stati Uniti. Al termine di queste operazioni, gli aerei russi sono riusciti a uccidere soltanto 14 jihadisti: due di al Nusra e 12 dell’Isis. 

Se la Russia riesce a uccidere 12 militanti dell’Isis ogni quattro giorni, come farà a distruggere l’esercito di al Baghdadi che, secondo quello che ha affermato il comandante dell’esercito russo, il generale Valery Gerasimov, vanterebbe 70mila soldati?

Mentre scrivo, giunge la notizia che l’Isis ha lanciato una serie di attacchi, conquistando alcuni villaggi nei pressi di Aleppo. Secondo gli analisti di al Jazeera, si tratterebbe dell’avanzata più significativa realizzata dallo Stato islamico negli ultimi mesi. È una notizia imbarazzante per l’immagine di Putin, ma anche per quella dell’Iran che ha perso Hossein Hamadani, il generale iraniano con il più alto grado in quell’area, sopravvissuto alla guerra tra l’Iraq e l’Iran del 1980-1988, ucciso dal’Isis durante la marcia verso Aleppo. 

La paralisi dell’Occidente

Il più grande alleato dell’Isis è la fortuna e per questo dovrebbe essere definito per quello che realmente è: l’organizzazione terroristica più fortunata del mondo perché, a causa di una serie di incredibili circostanze internazionali, i governi impegnati nella lotta contro il terrorismo si sono paralizzati a vicenda.

La Russia non vuole distruggere l’Isis perché teme di rafforzare i ribelli democratici filoamericani che cercano di abbattere il fido Bassar al Assad. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non vogliono eliminare l’Isis perché dovrebbero mandare a morire molti dei propri soldati per liberare un territorio che poi rimarrebbe sotto l’influenza russa. 

Ciò che accadrà nelle prossime settimane è prevedibile. La Russia dovrà ridurre o interrompere i bombardamenti per mancanza di soldi. 

Nel mezzo di una crisi economica, Putin ha finanziato i bombardamenti in Siria prendendo 60 miliardi di dollari da un fondo segreto, a cui bisogna aggiungere i 40 miliardi già persi a causa delle sanzioni economiche contro l’intervento in Ucraina, in un periodo caratterizzato dalla caduta del prezzo del petrolio. Tagli ai bilanci della sanità, della scuola e delle infrastrutture sono stati già effettuati.

L’Isis è una forza militarmente irrilevante, se paragonata allo strapotere dell’Occidente, ma prospera perché il contesto della politica internazionale le è favorevole. Anche in questo caso, i dati parlano chiaro: l’Isis ha avuto 7.200 possibilità di abbattere un aereo della coalizione americana ma è riuscita ad abbatterne zero, dato che l’aereo del pilota Giordano, poi bruciato vivo nel febbraio 2015, cadde per un guasto tecnico. Un esercito che non ha la possibilità di difendersi dai bombardamenti aerei non è un esercito moderno e, se attaccato seriamente, è destinato a morte certa.

Le conseguenze per l’Europa 

Le conseguenze per l’Italia e le altre democrazie europee sono prevedibili. Assisteremo a una crescita dei processi di radicalizzazione nei nostri paesi e del numero dei “foreign fighters” causata da quella che chiamo “l’illusione ottica dello Stato islamico”. 

Migliaia di giovani credono che al Baghdadi sia imbattibile, dal momento che il mondo intero, coalizzato contro di lui, non riesce a scalfirlo. Questo crea una grande esaltazione negli estremisti islamici, i quali credono che l’Isis sia più forte di Stati Uniti e Russia messi insieme. 

La lotta contro l’Isis non è ancora iniziata ed è difficile immaginare che inizierà a breve. Per questo motivo, dobbiamo abituarci a convivere con la presenza dello Stato islamico che – salvo cambiamenti repentini nella politica internazionale in Medio Oriente – è destinato a una vita più lunga di ciò che era stato inizialmente previsto.

Un futuro drammatico?

Nel breve periodo, questa situazione presenta un aspetto positivo perché, per quanto paradossale, la strategia di guerra dell’Isis ha protetto finora le nostre città. 

Una delle differenze principali tra i capi dell’Isis e quelli di al Qaeda è che i primi vogliono creare un Califfato senza attendere un giorno in più; mentre i secondi, come dimostra la strage di Charlie Ebdo del gennaio 2015, sono ancora convinti che sia prioritario condurre attentati terroristici contro le nostre città. La conseguenza è che l’Isis e al Qaeda spingono i terroristi in direzioni opposte. Al Qaeda li spinge dal Medio Oriente verso l’Europa, mentre l’Isis li spinge dall’Europa verso il Medio Oriente. 

Tuttavia, l’Isis potrebbe mutare la sua strategia, provocando una crescita dei complotti jihadisti contro le nostre città.

Come dimostra l’esperienza di al Shabaab in Somalia e di Boko Haram in Nigeria, le organizzazioni jihadiste, che lottano per instaurare il Califfato in casa propria, accrescono il numero degli attentati terroristici all’estero quando sono costretti ad arretrare sul proprio territorio. La strage all’Università di Garissa in Kenya, il 2 aprile 2015, è avvenuta dopo che al Shabaab aveva perso le città più importanti ed era stata costretta ad arretrare nelle periferie della Somalia. Queste organizzazioni colpiscono in casa altrui con l’obiettivo di provocare una spaccatura tra coloro che sostengono il governo e coloro che chiedono il ritiro delle truppe. Il Kenya è parte della coalizione che attacca al Shabaab. Un altro esempio è quello della Spagna che subì un terribile attentato jihadista nel marzo 2004. La vicenda è complessa ma, subito dopo la strage, gli spagnoli elessero Zapatero che ritirò le truppe dall’Iraq. 

Oggi l’Isis cresce a causa della paralisi della politica internazionale, ma che cosa accadrà se, un giorno, questo enorme esercito jihadista arretrerà sotto la spinta dell’invio delle truppe di terra dei più grandi eserciti del mondo?

Una delle ipotesi più plausibili è che centinaia di militanti dell’Isis si butteranno nel Mediterraneo per cercare una via di fuga, arrivando nelle nostre città. 

Questo fenomeno sembra essere già in corso. 

Quattro giorni dopo i bombardamenti russi, la stampa di tutto il mondo ha annunciato che 600 militanti dell’Isis, per lo più mercenari, stavano cercando di tornare in Europa attraverso il Mediterraneo. Che cosa accadrà se a fuggire saranno migliaia di militanti dell’Isis? È lecito immaginare che quel giorno arriverà perché nessun Paese al mondo ha un interesse ad assistere al consolidamento dello Stato islamico e, se l’Occidente lascerà passare troppo tempo, i jihadisti si moltiplicheranno.

Tutto ciò crea una situazione psicologica paradossale. I cittadini italiani devono sperare che i militanti dell’Isis restino il più a lungo possibile nei confini dello Stato islamico, ma, più lunga è la vita dell’Isis, maggiore sarà il numero di jihadisti che rischia di fare ritorno a casa nostra. Questo significa che il pericolo di attentati terroristici nei nostri paesi resterà vivo per molti anni e la reazione più logica dovrebbe essere quella di aumentare, immediatamente, la spesa per finanziare i servizi di intelligence perché, come dimostra anche la strage di Charlie Ebdo del gennaio 2015, il terrorismo non si combatte. Il terrorismo si previene.

Conclusioni

Che cosa dovrebbe fare il cosiddetto “blocco occidentale” in questo momento? Gli Stati Uniti e i loro numerosi alleati dovrebbero considerare che Putin non può perdere la guerra in Siria per una serie di ragioni oggettive che operano in suo favore.

Putin è animato da una determinazione molto più grande di quella dell’Occidente e, in guerra, la dimensione psicologica dei combattenti è una forza oggettiva al pari degli interessi economici.

Putin si sente sotto assedio. Fino al 2003, esisteva un blocco filorusso nel nord del Medio Oriente che rasserenava la Russia. 

Iran, Iraq e Siria erano Paesi amici e, in più, le relazioni tra la Turchia e la Russia si erano rasserenate, fino a sfociare in un accordo, firmato nel 2010, che impegnava la Russia a costruire una centrale nucleare in Turchia, ad Akkuyu, per 20 miliardi di dollari.

Nel 2003, l’Iraq è stato conquistato dagli americani e, nel 2011, la Siria è precipitata nel caos, provocando, in una serie di reazioni a catena, un grave deterioramento nelle relazioni tra la Russia e la Turchia che è nemica di Bassar al Assad.

Il crollo della Siria ha accresciuto la penetrazione dell’Occidente in Medio Oriente. Per Putin, invece, è stato un disastro. 

Fino a pochi anni fa, la Russia poteva contare su Siria, Iraq, Iran e sul miglioramento dei rapporti con la Turchia. 

Che cosa gli rimane oggi? Poco. Che cosa potrebbe rimanergli domani? Quasi niente. A ciò bisogna aggiungere che in Siria, a Tartus, la Russia dispone dell’unico porto che consente il rifornimento delle sue navi del Mediterraneo. 

È inimmaginabile che la Russia perda la Siria senza combattere una guerra durissima. Ecco perché in Siria, almeno in potenza, esistono le condizioni per lo scatenamento di una guerra di dimensioni mondiali. 

Se gli Stati Uniti decideranno di rispondere ai bombardamenti della Russia aumentando il proprio sostegno ai ribelli filoamericani, che cosa potrebbe accadere? Potrebbe accadere che, per sbaglio, un aereo americano abbatta un aereo russo o viceversa. La possibilità di un simile incidente è stata prevista anche dalla Russia, visto che Putin ha affermato l’esigenza di istituire un comitato per impedire che gli aerei delle due coalizioni si abbattano tra loro per errore. 

E se accadesse? Quale sarebbe la reazione dei governi offesi? La Siria è stata sotto l’influenza della Russia per decenni e, negli ultimi anni, il blocco guidato dagli Stati Uniti è avanzato, in maniera significativa, in Medio Oriente. Se il blocco occidentale non conquisterà la Siria, non avrà perso niente di ciò che aveva prima che iniziasse la guerra civile. Se Putin perderà anche l’influenza sulla Siria, il suo arretramento in Medio Oriente diventerebbe enorme. 

Bassar al Assad deve essere posto nella condizione di non uccidere più i suoi cittadini, ma è difficile immaginare di sottrarre la Siria al controllo della Russia. 

Il realismo politico impone al blocco occidentale di ripensare la propria strategia in Siria, alla luce delle forze oggettive che operano in quell’area, prima che abbia inizio un’escalation inarrestabile.

Nel novembre 2011, i giornali occidentali commentavano, impressionati, la notizia che in Siria erano morte 3.500 persone dopo nove mesi dall’inizio della guerra civile. Sembrava una cifra enorme. Oggi, i morti sono circa 250.000 e si è verificata l’ascesa di una gigantesca organizzazione terroristica. In alcuni casi, i numeri esprimono il fallimento di una strategia politica meglio di qualunque analisi.

*Alessandro Orsini è Direttore del centro per lo studio del terrorismo dell’università di Tor Vergata e Research Affiliate al Massachusetts Institute of Technology (MIT) 

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