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Il fenomeno hipster analizzato a 360 gradi

Il termine è stato coniato negli Stati Uniti degli anni Quaranta per identificare i giovani imprenditori rampanti in abiti anticonformisti

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Quante volte abbiamo sentito commenti ironici su questi giovani barbuti e sulle loro camicie dalle fantasie discutibili? La moda degli hipster è stata spesso messa in discussione, ma l’aspetto economico che si cela dietro a questo movimento giovanile non è da sottovalutare.

Lo stile di vita degli hipster e la moda che li caratterizza hanno preso piede e hanno conquistato l’ambiente urbano, non solo nei posti dove questa tendenza ha avuto origine – Brooklyn a New York, il terzo arrondissement a Parigi, Shoreditch a Londra, Södermalm a Stoccolma e Kreuzberg a Berlino. Lo scorso autunno sono approdati sulla riva sinistra della Senna, a sud della città di Parigi, dove hanno sede la città universitaria e in numerosi bar da sempre luoghi di culto degli artisti e dei musicisti.

Nel famoso centro commerciale Bon Marché, importante per la borghesia cittadina dalla sua apertura nel 1852, è possibile lasciarsi coinvolgere dall’atmosfera hipster e dai suoi prodotti: tatuaggi, borse di ecopelle in fibra naturale e alimenti vegani.

Le Bon Marché ha scelto di fare di questa moda non solo un prodotto commerciale, ma soprattutto un fenomeno sociale. “Sono i nuovi bohémiens urbani, che in un clima di solidarietà reciproca, hanno l’intento di produrre e consumare, ma in modo alternativo”, afferma la direttrice commerciale del centro. “La nostra clientela cerca prodotti autentici, capaci di raccontare storie uniche”.

Il termine “hipster” è stato coniato negli Stati Uniti nell’epoca del jazz, intorno agli anni Quaranta, per identificare tutti i giovani che si vestivano alla moda. Gli hipster di oggi sono particolarmente famosi per il loro aspetto non conformista. I veri “hip” sono imprenditori, che comprano e vendono prodotti locali e gestiscono piccole attività.

Per gran parte del ventesimo secolo, Brooklyn è stato il quartiere delle classi operaie. Ma negli anni Novanta una nuova ondata di acquirenti benestanti si è interessata a questa zona, spinta dai costi proibitivi delle abitazioni di Manhattan. Così, il quartiere ha cominciato a popolarsi di giovani nonconformisti e di artisti. Da allora è nata un’autentica comunità di persone che vogliono staccare la spina da un mondo ultraconnesso, ma fatto di individui solitari, un mondo che definiscono disumano, in cui gli artisti faticano a trovare il loro posto.

Tra questi artisti, spiccano alcune personalità che sono state capaci di lanciare il loro brand alternativo e di ritagliarsi la propria fetta di mercato. I loro nomi sono Daniel e Brenna Lewis, due sarti che hanno creato una catena di abbigliamento di lusso che oggi ha un negozio anche al Bon Marché.

Altri nomi di successo sono Coral and Tusk, che producono lingerie da letto ispirata ai disegni dei nativi americani, e Fishs Eddy che disegna piatti che prendono spunto dal movimento dell’Arts and Crafts. Ciò che li rende unici e l’artigianalità: tutti i loro prodotti sono lavorati a mano e per questo godono della reputazione di essere irripetibili.

Lo stile di vita degli hipster ha dato vita a un terreno fertile per la proliferazione delle start-up che abbracciano ideali alternativi di mercato libero. È fondamentale che i prodotti di questa cultura siano commercializzati in modo democratico: chiunque deve poterseli permettere. È, però, un mercato che attrae tutte le classi sociali, anche quelle più privilegiate.

La cultura hipster negli ultimi tempi, è diventata un fenomeno commerciale globale e alcune città occidentali sembrano vivere secondo le sue leggi. L’ostentazione del benessere economico che caratterizzava gli anni Novanta si è trasformato: Ferrari e champagne non sono più gli status symbol della classe sociale più alta. Oggi, chi davvero si vuole distinguere, beve cappuccini da asporto, monta biciclette vintage,e porta barbe lunghe e incolte sopra denim usati.

Nel suo libro The Flat White Economy, McWilliams interpreta il fenomeno del giovane imprenditore hipster come l’elemento centrale di una nuova economia mondiale, che sia a Brooklyn, a Londra o a Pigalle, Parigi. Il successo dello stile hipster viene dal fatto che non è legato a un logo, diversamente dallo stile dei giovani imprenditori degli anni Novanta, e quindi può essere riprodotto a tutti i livelli. “Dimostri di essere parte della tendenza, non tanto comprando qualcosa firmato da un brand in particolare, ma grazie alla tua capacità di arrivare per primo nella corsa all’ultima moda eccentrica”, spiega McWilliams. 

Questa ricerca di espressione individuale attraverso la moda, è diventata spesso oggetto di ironia nelle città dove ha avuto un seguito. Nel 2012, Berlino ha cominciato ad organizzare le Olimpiadi hipster, un evento che tentava di mettere in ridicolo questa moda. Nel 2013, il New York Times ha pubblicato un articolo che condannava questo fenomeno globale, che minacciava di disperdere le autentiche culture dei quartieri cittadini. Sui social, ci sono dei post ironici che tentano di insegnare agli utenti la differenza tra un hipster e un jihadista. Il sociologo francese Monfort dichiara addirittura che la tendenza hipster va in direzione esattamente opposta alle sue stesse intenzioni: invece di valorizzare le culture locali ha creato un trend che conduce all’uniformità globale.

Qualunque sia la verità, la moda hipster e lo stile di vita di chi vi aderisce sono la base di un mercato che non può semplicemente essere ignorato. Non si tratta più soltanto di una tendenza urbana. Al contrario si è guadagnata un posto di prestigio anche nelle province.

L’idea che alcune figure professionali, da sempre rispettose di una rigida etichetta nella cura dell’aspetto, possano esibire con orgoglio la barba e i propri tatuaggi sta via via prendendo sempre più piede.