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Abortire nel Lazio non è una cosa semplice
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Abortire nel Lazio non è una cosa semplice

Nella regione italiana i medici obiettori di coscienza sono talmente tanti da rendere difficile da applicare il diritto delle donne di abortire

23 Set. 2015

Alle 5 di mattina oltre dieci donne sono in attesa in un sottoscala dell’ospedale San Camillo di Roma. Due sedie di plastica all’aria aperta davanti a una porta di vetro sbarrata sono la sala di attesa del reparto per le interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg) dell’ospedale che è anche Centro di coordinamento regionale per la Legge 194/78.

“Si apre la porta, escono le infermiere e dicono: chi sono le prime arrivate? Le altre possono andare a casa. Possiamo andare a casa e quindi?” racconta Valentina che al San Camillo ha provato a abortire incontrando difficoltà che l’hanno convinta a cambiare ospedale. “Si ha la sensazione di un percorso a ostacoli, ci si sente invisibili e abbandonate in una scelta che richiederebbe agevolazioni e supporto”.
La legge 194 ha quasi 40 anni ma la sua applicazione è ancora incerta. La normativa prevede un delicato equilibrio tra due diritti: quello della donna a scegliere sul proprio corpo e quello del medico a esercitare l’obiezione di coscienza e decidere di non effettuare interruzioni di gravidanza.
A Roma la vasta adesione al secondo diritto ha portato a una situazione precaria. Nelle strutture pubbliche della Capitale, secondo i dati raccolti negli ospedali da Filippo Poltronieri, Sebastian Viskanic, Federica Delogu e Claudia Torrisi, autori dell’inchiesta Obiezione vostro onore, finalista del Premio Roberto Morrione per il giornalismo investigativo, 9 ginecologi su 10 sono obiettori di coscienza.
L’obiezione di coscienza alle legge 194 è l’unica prevista dalla legge in campo sanitario. Si dichiara compilando un semplice modulo e non se ne analizzano le ragioni. Può essere revocata e posta in qualsiasi momento. Una modalità che ha reso dilagante l’obiezione di convenienza.
Molti ginecologi entrati in ospedale per applicare la 194 hanno posto obiezione di coscienza dopo pochi giorni. “Ogni medico ha il diritto di scegliere se porre l’obiezione o meno. Ognuno sul percorso può essere colpito da un fulmine che lo fa pensare di agire diversamente” afferma, con una certa dose di ironia, Francesco Cortese, direttore sanitario dell’ospedale San Camillo.

Per motivi di carriera, per ragioni etiche, per semplice opportunismo, gli obiettori sono la maggioranza schiacciante e l’applicazione del servizio resta sulle spalle di una ventina di operatori con un’età media che sfiora i 60 anni. “Il ricambio generazionale non è garantito” racconta la dott.sa Paola Lopizzo, in servizio all’ospedale San Giovanni, “i nuovi non vengono neanche formati all’Ivg e, potendo, scelgono di non farle”.
Gli ospedali pubblici sono tenuti, per la legge 194, a offrire il servizio Ivg. A Roma tre ospedali non garantiscono il diritto ad abortire: il Centro per la donna Sant’Anna, l’Ospedale Sant’Andrea e il Policlinico Tor Vergata. Gli ultimi due sono anche policlinici universitari.
Nel novembre del 2014 il pensionamento dell’unico medico non obiettore di coscienza del Policlinico Umberto I ha causato la chiusura del piccolo reparto specializzato nelle Ivg. Le donne che avevano deciso di interrompere la gravidanza si sono trovate la mattina con una porta sbarrata.
Per sopperire alla scarsità di medici disposti a garantire il servizio gli ospedali sono costretti a ricorrere a medici a gettone o ad appartenenti al Sindacato Unico di Medicina Ambulatoriale (Sumai).
Al costo sociale dell’obiezione di coscienza si aggiunge così un costo economico.
Difficoltà ancora maggiori si incontrano per l’aborto terapeutico. La legge 194 prevede infatti che oltre all’interruzione volontaria entro i tre mesi la donna possa abortire superato questo limite temporale quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la sua vita o quando siano accertati processi patologici che determinino un grave pericolo per la sua salute fisica o psichica.
Se l’Ivg entro i primi 3 mesi può essere effettuata in day hospital, quella terapeutica ha bisogno del ricovero ospedaliero e della presenza di medici non obiettori strutturati (dunque non a gettone nè Sumai). La scarsità di questi fa sì che le donne, già provate psicologicamente siano sottoposte ad attese infinite, spesso nelle stanze di partorienti e neomamme.
Roma rappresenta un campione preoccupante e nel resto d’Italia, soprattutto nelle regioni meridionali, la situazione non è migliore. Il Ministero della Salute, nel calcolo del tasso di obiezione di coscienza, prende in considerazione anestesisti, ecografi e personale medico che non lavora direttamente sulle Ivg. La situazione viene dunque ritenuta soddisfacente sulla base di dati falsati che sottostimano l’obiezione di coscienza.
Aldilà delle ragioni etiche, l’obiezione di coscienza sembra diventata una scelta scontata per chi lavora nel settore e per chi si affaccia al mestiere.
Vista l’impossibilità di indire concorsi ad hoc e l’assenza di meccanismi di incentivo, la garanzia del diritto all’aborto è appesa a un filo sottile rappresentato dai pochi operatori che decidono di applicare la legge.
La scomparsa di un dibattito sul tema appesantisce lo sbilanciamento tra i due diritti previsti dalla normativa e rende invisibili le donne che scelgono di interrompere una gravidanza.
Il trailer della videoinchiesta Obiezione vostro onore:

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