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Hebron: la polveriera sconosciuta del Medio Oriente

Nella città cisgiordana persino la moschea è divisa nettamente in due parti che non permettono alcun contatto tra ebrei e musulmani

Immagine di copertina

Mura, reti e checkpoint. Questo è ciò che si può vedere inoltrandosi tra i vicoli di Hebron, nella West Bank, anche chiamata Cisgiordania.

Chi non conosce l’atmosfera che si respira qui, può pensare che il simbolo più rappresentativo della difficile convivenza tra israeliani e palestinesi sia il luogo dove sorge il Muro del pianto: la spianata delle moschee di Gerusalemme ossia il sito religioso più conteso al mondo perché di massima importanza per ebraismo, cristianesimo e islam, ma si sbaglia.

La cronaca odierna, con la notizia dell’uccisione per mano israeliana di una studentessa palestinese di 18 anni ad uno dei checkpoint di Hebron, riporta tragicamente l’attenzione sulla cittadina cisgiordana, che rappresenta una delle polveriere più esplosive del Medio Oriente.

Hadeel Al-Hashlamon – questo il nome della ragazza – sarebbe stata uccisa secondo i media arabi e il comitato palestinese Youth Against Settlements, che si oppone all’occupazione israeliana del suolo di Palestina, a causa del suo rifiuto a una perquisizione di controllo, mentre secondo un portavoce dell’esercito dello stato ebraico i militari avrebbero reagito al tentativo della giovane di accoltellare un militare.

Il malcontento prodotto dai confini artificiali che separano coloni israeliani e palestinesi aumenta ogni giorno a causa della crescita degli insediamenti israeliani e ha raggiunto limiti massimi dopo la chiusura, dovuta principalmente al calo del turismo determinato dagli scontri in città, di molte attività palestinesi. 

Le differenze inquietanti tra i mercati di Gerusalemme, vivaci e pieni di profumi e di spezie, e quelli di Hebron, soffocanti e senza luce, balzano subito all’occhio. 

Gli articoli più venduti nelle poche attività rimaste sono magliette con la scritta “Free Palestine” e piccoli bracciali con la bandiera palestinese. 

Il viso di Yasser Arafat, l’ex presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese morto nel 2004, con la sua intramontabile kefiah, impera ovunque. 

“Al-Fatah – una delle maggiori organizzazioni indipendentiste palestinesi – rappresenta la nostra speranza, perché noi non vogliamo annientare Israele, chiediamo solo una terra in cui vivere liberi e in pace”, questa è la voce dei commercianti del vecchio suq, il mercato arabo.

I palestinesi che hanno un’attività a Hebron tengono molto a sottolineare la loro avversione per Hamas, l’organizzazione terroristica che costituisce il braccio del Fratelli musulmani, il gruppo armato islamista che combatte contro Israele e che spopola nella Striscia di Gaza. “È colpa loro se paghiamo il prezzo dell’isolamento”, dice un anziano venditore.

L’isolamento di cui parla è letterale. Un muro, infatti, divide l’area della città abitata dai palestinesi da quella in cui vivono gli israeliani. Alzando lo sguardo, inoltre, ci si accorge di una rete che separa i piani inferiori delle abitazioni disposte lungo i suq, nelle quali abitano famiglie palestinesi, da quelli superiori, occupati dai coloni israeliani. 

La rete è in molti punti distrutta, a causa del continuo lancio di oggetti sia dall’alto che dal basso, che caratterizza i momenti di maggiore tensione cittadina. Se la si osserva, si notano rifiuti e pietre rimasti incastrati durante le sassaiole che per gli abitanti della zone sono diventate di ordinaria amministrazione. 

A Hebron sorge la moschea di Abramo, luogo considerato sacro da tutte e tre le religioni del Libro, che non è stata risparmiata dal clima conflittuale che regna nella città. Nel 1994, essa è stata divisa in due parti: l’una riservata agli ebrei e l’altra ai musulmani. 

La decisione di eliminare i punti di contatto fra i fedeli delle due religioni è stata la conseguenza di un attentato: compiuto da un estremista ebreo che uccise a colpi di fucile 19 persone raccolte in preghiera nella moschea.

 L’accesso al luogo sacro è ora controllatissimo, ma non c’è fila per entrarvi, visto che i visitatori occidentali sono ben pochi. 

L’interno sembra l’unico posto in cui la tensione lascia spazio al raccoglimento, come si addice ad un luogo sacro. 

All’uscita si viene assaliti da gruppi di bambini che non vogliono rinunciare alle pochissime occasioni rappresentate dalla visita di un turista per vendere braccialetti e gomme da masticare.

L’unico varco aperto tra zona israeliana e l’area palestinese è costituito da un cancello semi-nascosto, situato a metà di una rampa di scale che conduce al terrazzo di una casa privata. Esso viene chiuso la sera e riaperto la mattina successiva. 

Questi due momenti sono molto delicati perché potrebbero essere sfruttati da entrambe le parti per atti dimostrativi. Per questa ragione, sia l’apertura che la chiusura sono supervisionate da due militari delle Nazioni Unite.

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