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I migranti al tempo dei social nell’Ungheria di Orban
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I migranti al tempo dei social nell’Ungheria di Orban

Una panoramica sul modo in cui i migranti raggiungono i Paesi europei attraversando i Balcani, tra nuove tecnologie, legislazioni avverse e trasporti di fortuna

21 Set. 2015

“Se vieni in Ungheria non puoi prendere il lavoro degli ungheresi”. “Se vieni in Ungheria devi rispettare le nostre leggi”. Con queste frasi il Primo ministro ungherese Viktor Orbán ha fatto tappezzare le principali arterie stradali del Paese.

Si tratta di un monito per i tanti migranti e rifugiati che da mesi stanno attraversando l’Ungheria, ma non è l’unico. Recentemente infatti si sono conclusi i lavori per la barriera che costeggia l’intero confine meridionale dell’Ungheria con la Serbia, e si stanno cominciando a costruire anche quelle ai confini con la Romania e la Croazia. Inoltre, sono state rese più severe le pene per l’immigrazione clandestina,  che viene punita con una reclusione fino a tre anni. 

Numerose anche le decisioni a scopo di propaganda: le scritte sui cartelloni sono in ungherese, spesso incomprensibili per i migranti. Il famoso muro di oltre 175 chilometri, invece, si riesce ancora a oltrepassare facilmente in più punti.

Profughi 2.0

Secondo i dati forniti dall’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati, il 57 per cento dei migranti che raggiungono la Serbia sono siriani, o presunti tali, dato che solo in pochi hanno con sé i documenti d’identità. Segue un 27 per cento di afghani, mentre gli iracheni sarebbero solo il 7 per cento. Inoltre ci sarebbero anche i cosiddetti “migranti economici”, che sfruttano la nuova ondata migratoria per poter entrare in Europa e confondersi con i rifugiati.

Alla stazione dei bus di Belgrado, in Serbia, la maggioranza siriana è composta da famiglie con bambini e da giovani ragazzi che hanno potuto intraprendere questo viaggio grazie ai soldi di nonni e genitori rimasti in Siria. È un vero e proprio esodo. Le nuove generazioni e l’intera classe media siriana stanno lentamente abbandonando il Paese, scappando da Damasco e da Aleppo, dove l’Isis terrorizza gli abitanti. 

La giovane età e la provenienza di molti da quella classe media che aveva prosperato sotto il governo del presidente siriano Bashar Al-Assad, fa sì che anche l’organizzazione del viaggio sia particolare. Il passaparola corre su social network come Facebook, con gruppi e pagine create da chi è più avanti nel viaggio e fornisce continui aggiornamenti.

(In basso, una foto dove un migrante mostra la strada per arrivare in Ungheria sul suo telefono cellulare. Credit: Stefano Sbrulli)

Garage per senzatetto, per esempio, è il nome di una pagina molto frequentata e utilizzata da tutti i rifugiati, per scambiarsi consigli e opinioni. Per orientarsi e studiare ogni singolo chilometro del confine ungherese usano invece il gps del proprio cellulare. Di solito sono i ragazzi, che hanno più dimestichezza con queste tecnologie, a guidare gruppi di più di 40 persone oltre la frontiera.

Se questi profughi 2.0 hanno informazioni aggiornate e conoscono già come raggiungere le diverse tappe verso la Germania e il nord Europa, per altri il percorso si fa più difficile.

Lo sfruttamento è quotidiano. Come racconta Jovana Vinčić dell’Asylum Protection Center, l’associazione privata che gestisce i 5 campi profughi aperti fino ad oggi in Serbia: “Spesso, per paura di essere fermati, i migranti non vengono nelle nostre strutture, ma preferiscono stazionare nei parchi delle città, rischiando di essere sfruttati da trafficanti o tassisti che per trasportarli da un punto all’altro del Paese alzano le tariffe oltre ogni ragione”. 

I migranti spendono in genere più di 5 mila euro per intraprendere il viaggio dalla Turchia alle frontiere europee dell’Austria e della Germania, ma la cifra dipende molto dai mezzi e dai canali utilizzati per effettuare il viaggio. Inoltre, molti di questi soldi entrano nelle tasche di alcuni tassisti abusivi, i cosiddetti “Alì-Baba”, che, dopo aver preso circa 400 euro a persona, abbandonano intere famiglie nei campi fuori Belgrado, facendo creder loro di essere arrivati al confine. 

Il governo serbo tranne che inasprire le multe per chi trasporta profughi verso la frontiera, non sembra aver fatto molto per migliorare la situazione: infatti, la maggior parte del lavoro sul campo e delle strutture a disposizione dipende esclusivamente dalle donazioni provenienti da fondazioni private, dal lavoro volontario e da contributi internazionali. 

Verso l’Europa con i trafficanti umani

Coloro che non pagano un taxi abusivo o un trafficante hanno due mezzi a disposizione: l’autobus e il treno. Quest’ultimo impiega circa sei ore per percorre 200 chilometri, e in genere i migranti vengono isolati in tre o più carrozze, chiuse rispetto al resto del treno, per cercare di nascondere il più possibile il loro passaggio. 

Tarek A. è un ingegnere siriano di 36 anni. Racconta come si poteva vivere con poco in Siria fino al crollo dei salari, e spiega come per lui lo stop in Ungheria non sia un problema: “Sono partito da Beirut, in Libano, per poi arrivare in Turchia e imbarcarmi da Smirne in un container diretto a Samos, in Grecia. Da lì sono andato nella capitale Atene, respinto tre volte e picchiato. Poi sono partito per la città greca Salonicco e ho attraversato la Macedonia e la Serbia. Ho perso 15 chili durante questo viaggio. A Budapest, che mi fermi o no la polizia, prenderò un taxi che con 500 euro mi porterà alla frontiera tedesca. Poi metterò di mezzo un avvocato dicendo che la polizia mi ha costretto a lasciare le impronte digitali”. 

(In basso, una foto mostra due migranti mentre si riposano sul treno che da Belgrado, in Serbia, arriva a Subotica, città serba al confine con l’Ungheria. Credit: Stefano Sbrulli)

A Subotica, uno degli ultimi paesi della Serbia prima della frontiera, i profughi arrivati dalla capitale Belgrado si raccolgono e si preparano a partire nella notte. C’è chi aspetta qualche giorno in una vecchia fabbrica di mattoni diventata uno dei rifugi-simbolo di questa migrazione, per poi incamminarsi lungo le rotaie verso Rotszke – un piccolo comune serbo a pochi chilometri di distanza da Subotica – e chi invece si raduna nelle campagne della vicina Palìc. 

Appena tramonta il sole, suv e berline con vetri oscurati raccolgono intere famiglie al fine di portarle oltre la frontiera ungherese, percorrendo strade di campagna invisibili sulle mappe. Mustafa, senegalese, racconta che il pagamento è “solo al momento dell’incontro, nessun soldo in anticipo, e relativo unicamente ai chilometri concordati”. 

Questo tragitto accomuna quasi tutti. L’arrivo a Budapest sembra l’ultimo ostacolo di un percorso in cui è inevitabile imbattersi nei trafficanti di esseri umani, i cosiddetti smugglers.

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