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I migranti eritrei in fuga dalla dittatura
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I migranti eritrei in fuga dalla dittatura

Secondo l'Onu, il governo eritreo sarebbe responsabile di violazione dei diritti umani

17 Set. 2015

Ogni giorno circa 300 eritrei passano il confine con l’Etiopia e fuggono dal proprio Paese, con l’intenzione di attraversare il Sinai, arrivare in Egitto e da lì tentare la fortuna su un barcone per l’Europa.

In Eritrea non ci sono guerre né carestie, ma una dittatura che sta piegando il Paese. La popolazione è, infatti, vittima del regime di Isaias Afewerki, una delle più spietate dittature militari dell’Africa. Gli eritrei sono al secondo posto al mondo per numero di richiedenti asilo, superati solo dai siriani. Circa 5.000 di essi fuggono ogni giorno dal proprio Paese. 

Ogni cittadino, uomo o donna che sia, è obbligato a prestare servizio militare a diciassette anni. La leva dovrebbe teoricamente durare 18 mesi, ma in realtà si sviluppa per un tempo indeterminato. Concluderla è l’unico modo per ottenere un passaporto e avere così la possibilità di lasciare il Paese in maniera legale.

Diversi eritrei hanno riferito di aver subito abusi di ogni genere durante il servizio militare obbligatorio. Un ragazzo scappato in Etiopia ha dichiarato in un’intervista alla rete televisiva Al Jazeera«Ogni uomo è obbligato a far parte dell’esercito fintanto che è in grado di tenere un’arma in mano. Anche mio padre, che è cieco da un occhio, non ha ancora ottenuto il congedo»

Il regime di Afeweki, inoltre, perseguita le minoranze di Kunama e Afar, due tra i nove differenti gruppi etnici presenti nel Paese, espropriando le loro terre.

La dittatura eritrea riconosce solo quattro religioni: Islam Sunnita, Luteranesimo, Cattolicesimo e Ortodossia Eritrea e proibisce ogni altro genere di culto.

Infine, la maggior parte della popolazione non guadagna più dell’equivalente di 10 euro al mese.

Fuggire significa essere accusati di tradimento, reato che autorizza la polizia a sparare a vista. Chi riesce a passare il confine, di solito, viene soccorso in un centro di accoglienza in Etiopia, di cui l’Eritrea è stata una regione fino al 1993. Da lì i migranti cercano di raggiungere i Paesi del Nord Africa, affidandosi spesso a trafficanti di migranti. 

Un rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani in Eritrea, pubblicato a giugno, accusa la dittatura del Paese di tenere la popolazione in uno stato d’ansia perenne e “di governare non con la legge, ma con la paura”. Secondo le Nazioni Unite, Afeweki sarebbe responsabile della persecuzione della propria popolazione e di clamorose violazioni dei diritti umani.

L’Onu ha allertato la comunità internazionale chiedendo che si garantisca ospitalità per i migranti eritrei, in modo da impedirne il rimpatrio. 

Il quotidiano inglese The Guardian aveva rivelato a giugno che alcuni governi europei, tra cui quello italiano, quello tedesco e quello francese starebbero negoziando con Afeweki per far si che il dittatore inasprisca le misure di controllo ai confini, concedendogli, in cambio, un alleggerimento delle sanzioni inflitte dall’Onu al Paese e del denaro.

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