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Trump, i Repubblicani e la scissione dell’Atomo

I 16 candidati dei Gop alla presidenza, figli dell'anarchia e di mancanza di valori

L’affermazione di Donald Trump nei sondaggi e l’alto numero
di candidati alle primarie repubblicane per le presidenziali statunitensi del
2016, non ci lasciano solo un grande insegnamento politico sullo stato di
salute della democrazia americana. Ma anche una lezione di tipo comunicativo.

Quello che succede nel Gop (il Gran Old Party erede della
tradizione di Lincoln) in questi giorni è la seguente: i candidati per le
primarie, che inizieranno in gennaio, sono quasi venti. Sedici, per l’esattezza.

Tra questi candidati…c’è di tutto! E con “tutto” intendiamo in primo luogo
questo:

tutti i
candidati considerati, negli ultimi quattro anni, come potenziali competitor per la presidenza (esempio: Marcio Rubio, Ted Cruz, Rand Paul, Chris Christie,
Scott Walker e Jeb Bush).

tutti i
candidati che in passato hanno avuto momenti di gloria (gli ex candidati alle
primarie 2012 Santorum e Perry, per quanto quest’ultimo si sia di recente
ritirato, o i vari governatori o ex governativo come Jindal, Pataki e Huckabee).

tutti gli
outsider considerati dai media spendibili per una competizione di questo tipo
nel campo repubblicano (e tra questi ovviamente spunta Trump oltre a Carly Fiorina).

E’ una dinamica interessante dal punto di vista comunicativo
perché sfugge a chiunque. Anche a chi segue veramente la politica.

Una conseguenza politica della mancanza di una vera e
propria cabina di regia all’interno del partito. Che spinge dunque tutti i
candidati forti a giocarsela o tutte le vecchie glorie a rivestire un ruolo di
testimonianza. Il concetto stesso di opportunità politica è venuto meno. La
scheggia è così impazzita che vale la pena buttarsi nella mischia, sperando di
essere l’unico a sopravvivere in un’arena di venti selvaggi.

Non è un caso che Donald Trump abbia dunque deciso di buttarsi nella mischia…proprio in questa tornata! E non è un caso che in una situazione così divisiva, emerga l’uomo di spettacolo.

 Al tempo stesso però questa frammentazione della
competizione all’interno del partito dell’Elefantino rappresenta a suo modo una
conseguenza politica. Della dinamica degli ultimi otto anni.

Se rileggerete, operazione forse “incauta”, dopo molti anni
quel libello obamiano che risponde al nome di “The Audacity of Hope” scoprirete
come al centro del discorso dell’allora senatore dell’Illinois ci fosse una
grande attenzione al tema dei “valori”. Si parte dal presupposto che la
dottrina neo-conservatrice (esemplificata dai vari Bush e Cheney) abbia avuto la
meglio nel 2004 (quando il candidato democratico era Kerry) perché rispondeva
coi valori ad un’efficiente ma non esauriente pragmatismo dei democratici.

Ciò portava dei paradossi, con Bush che partecipava a comizi
in cui parlava…di Dio! Ma alla lunga questo investimento sui valori, rese il
Partito Repubblicano lo schieramento egemone del sistema politico americano.

Il fatto che oggi il Gop sia invece in preda al panico ci
mostra come Obama, pur partendo da posizioni molto liberal, abbia avuto la
lungimiranza politica di porre il proprio partito al centro dello scacchiere
politico. Senza rischiare schiacciamenti a sinistra o nel minoritarismo alla George McGovern che
molti suoi supporters ed elettori gli chiedevano. Da qui, i democratici hanno
dettato l’agenda ed hanno rosicchiato spazio politico ai Repubblicani che
(possiamo dirlo senza timore di essere smentiti) per anni sono stati il vero e
proprio “Partito della Nazione” degli Usa, capaci di ospitare in una sola area
i libertari anarco-capitalisti, i neo-conservatori che volevano democratizzare
il mondo e i realisti alla Richard Nixon.

Oggi il Partito Democratico è quel partito della nazione. E’
quel partito che ha deciso di fare un discorso sui valori. La prova è l’esaurimento
della sensibilità realista all’interno del Gop e la netta affermazione dei Tea
Party (quindi delle istanze più estremiste e retrive, quelle meno capaci di
vincere insomma) all’interno dei repubblicani.

Così spinti in un angolino buio dal non avere una bussola e
da reagire in maniera scomposta in vista delle prossime elezioni.

Insomma, la vecchia storia della scissione dell’atomo.