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La condivisione pornografica della morte

L'opinione della giornalista Beatrice Ngalula Kabutakapua sulla condivisione delle immagini di morte dei bambini siriani sui social network

Immagine di copertina

La guerra in Siria ha costretto alla fuga oltre 4 milioni di persone. Il viaggio dalla Siria alla salvezza europea è lungo e complicato, non tutti ce la fanno. Le immagini dei bambini siriani morti in mare che sono circolate sul web negli ultimi giorni ne sono una prova. Tutti le hanno viste, impossibile non farlo. La giornalista italiana Beatrice Ngalula Kabutakapua ha scritto una lettera aperta agli utenti di Facebook che hanno condiviso queste immagini.

Caro Utente medio di Facebook,


Ti ringrazio. Grazie per aver varcato la soglia della mia mente e aver impresso con inchiostro indelebile delle immagini indesiderate nella mia corteccia cerebrale. Le foto di quei bimbi con la pelle bluastra e i capelli bagnati, immobili sulle rive del mare Libico, non si scolleranno facilmente dalla mia memoria.

Già il comunicato dell’Ansa era bastato a farmi attorcigliare lo stomaco: duecento persone sono morte al largo della Libia il 28 agosto. Erano rifugiati provenienti da Medio Oriente e Africa i cui cadaveri, “sono stati lasciati in mare perché la Guardia Costiera non aveva abbastanza luce per continuare a lavorare”. Centinaia di corpi galleggiavano in mare. Decine continueranno a farlo finché la natura si prenderà cura di loro.

La tua reazione da attivista da social network – dicesi di persona che, dalla comoda imbottitura della propria sedia, è convinta di lasciare un’impronta nel mondo a suon di click – è stata condividere le foto dei corpi inermi abbandonati sulla spiaggia e illuminati solo da un flash.

Immagino ti stia compiacendo dei commenti che ti sono arrivati, segno che il tuo gesto ha avuto un impatto (per quei buoni dieci minuti, poi è finita la pausa caffè): “mi dispiace di non essere riuscita a salvarvi”, “i nostri bambini stanno morendo e a nessuno importa niente”, “ho il cuore che sanguina di tristezza”, “avrei tanto voluto fare qualcosa per voi”.

La morte di esseri umani in cerca di libertà è inaccettabile, sono d’accordo con te. E seppur le tue intenzioni fossero state nobili, anche la morte ha la sua dignità. E va rispettata.

Quanti cadaveri dal vivo, in foto, in televisione hai visto caro Utente? E quanti ti hanno fatto lasciare la comodità della tua vita quotidiana per attivarti? Spesso si condividono foto come queste nella speranza di smuovere le coscienze e stimolare all’azione. Molto più di frequente si dimentica che la morte ci viene offerta sotto forma di spettacolo ogni giorno, e condividere le immagini dei figli di qualcun altro con indosso ancora gli abitini colorati e i capelli madidi di acqua salata, non è molto differente. Questo deriva da un fenomeno che in inglese chiamano compassion fatigue (stanchezza compassionale): siamo talmente tanto esposti a morti, drammi, tragedie, che non ne siamo più influenzati.

Il fenomeno fu diagnosticato per la prima volta negli anni Cinquanta ad alcune infermiere a stretto contatto con pazienti affetti da traumi. L’eccessiva compassione nei loro confronti faceva decrescere nelle infermiere la speranza di poter aiutare i loro pazienti. All’incirca dagli anni Novanta si è iniziato a parlare di compassion fatigue come di una tendenza derivante dall’eccessiva condivisione mediatica di immagini sensazionalistiche. Nel suo libro “Compassion Fatigue: How the Media Sell Disease, Famine, War and Death”, Susan Moeller, docente di giornalismo presso l’Università del Maryland, scrive: “Se le immagini di bambini affamati hanno funzionato in passato per attirare l’attenzione su una crisi di guerra, rifugiati o carestia, allora le stesse immagini verranno usate per stimolare la compassione dei lettori durante la prossima crisi.”


Questo ha funzionato con la carestia che ha colpito l’Etiopia negli anni Ottanta, ma ha fallito negli anni Novanta con la Somalia e il Sudan perché i media lasciavano trasparire che quel copione fosse già stato visto e rivisto. Una volta potevamo incolpare i notiziari, i giornalisti, i vari Gad Lerner, ma ora tu stesso metti in moto la macchina.

Lo stesso vincitore del World Press Photo Award del 2009, Pietro Masturzo, disse che “le immagini scioccanti non comunicano più abbastanza perché le persone ci sono abituate”. Questo è il primo motivo per cui la tua condivisione dei piccoli cadaveri avrà come massimo effetto quella di accumulare commenti sterili e fini a loro stessi.

Il secondo motivo è che ti sei macchiato della colpa di aver sfruttato la morte in maniera pornografica. Credi stia esagerando? Ti dirò di più, la morte pornografica, come l’immagine pornografica della povertà, è più interessante e accettabile quanto più riguarda persone e bambini nati al di fuori dei fortificati confini occidentali. Un esempio: hai mai visto foto di bambini italiani smagriti dalla fame sui cartelloni delle organizzazioni non governative internazionali e non? Eppure lo scorso anno quattro milioni e cento duemila italiani vivevano in povertà assoluta: immagina che l’intera città di Roma, presa due volte, non avesse a disposizione acqua, cibo, vestiario e un’abitazione. Ma su di loro vigono le leggi tacite del diritto a non comparire, e seppure fossero immortalati, lo sarebbero con un pallino sfocato sui loro volti.

Tale diritto è stato negato ai bambini che mi hai mostrato. Sui corpi di quei bimbi non vige la legge della privacy. Un po’ come da vivi, quando non ha importanza se panciuti bimbi africani riempiono i nostri cartelloni. Quei bambini sono figli di qualcuno. I loro genitori, se ancora in vita, stanno patendo una sofferenza che forse anche tu conosci. Dubito siano stati cercati i loro contatti per far firmare, tra le lacrime, il consenso alla pubblicazione all’infinito della causa della loro pena.

Utente medio di Facebook, il punto è: cosa volevi ottenere, cosa hai ottenuto e a spese di chi?
Non voglio farti la morale, ma protestare contro la tua doppia violazione. Hai violato la mia libertà e quella di tanti altri che non hanno bisogno di essere violentati graficamente per poter agire. Hai violato la privacy di quei bambini e ferito la loro dignità.

Proteggere l’essere umano e la sua dignità è un nostro dovere. Lo è sia che si trovi in mare in fuga, sia che finisca inconsapevolmente e involontariamente sui social network.

Volevi risvegliare le menti e chiamare all’azione? Ci sei riuscito. Hai visto quanti nuovi commenti e mi piace?


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