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La prima fabbrica della Coca Cola a Gaza

Lo sviluppo industriale è ben più efficace contro la guerriglia. Ora sembra crederci anche Israele, da sempre critico nei confronti dell'immobilismo della Striscia

Immagine di copertina

È cominciata la costruzione della prima fabbrica della Coca Cola a Gaza, che si lascia alle spalle una scia di polemiche degna della telenovela che ha coinvolto Scarlett Johansson e la multinazionale israeliana delle bibite frizzanti SodaStream.

Ma andiamo con ordine, raccontando uno per volta gli episodi che hanno mescolato soft drink e dilemmi morali su promozione (o boicottaggio) del benessere economico del nemico.

La nuova fabbrica della Coca Cola dovrebbe, una volta ultimata, creare 3.000 posti di lavoro. Al momento i prodotti Coca Cola raggiungono la Striscia di Gaza dagli stabilimenti di Ramallah, in Cisgiordania, spesso a singhiozzo a causa delle frequenti chiusure dei valichi.

Il nulla osta del ministero della Difesa israeliano è arrivato dopo le rassicurazioni dell’investitore palestinese Zahi Khouri sulle tasse della nuova impresa: finiranno direttamente nelle casse dell’Autorità nazionale palestinese, senza passare da Hamas.

“Favorire occupazione e benessere nel settore privato è l’unica strada possibile per contenere l’estremismo”, ha detto il coraggioso investitore Khouri. “Il business può dare un contributo importante per la pace”.

L’idea che lo sviluppo possa essere una medicina più efficace contro la guerriglia rispetto a sanguinose offensive biennali sta facendo breccia anche nell’establishment israeliano, che ha sempre criticato l’immobilismo economico della Striscia dopo il ritiro nel 2005.

Proprio su questo giornale, durante l’ultima offensiva su Gaza, il saggista americano Thane Rosenbaum lamentava che, mentre i pionieri israeliani fecero “fiorire il deserto”, dal 2005 i palestinesi il deserto l’hanno fatto esplodere (boom) piuttosto che sbocciare (bloom).

Certo, qualcuno commenterebbe, fra “boom” e “bloom” c’era di mezzo il mare. O, ancora peggio, l’occupazione.

(Nella foto qui sotto: a Rammallah, il primo agosto del 1998. Credit: Rula Halawani) 


La politica dei soft drinks continua così a imperversare in Terra Santa, anche dopo l’atto conclusivo dell’affaire che ha coinvolto l’attrice americana Scarlett Johansson.

Nel gennaio del 2014, la Johansson aveva rotto con Oxfam quando la Ong le aveva chiesto di chiudere il rapporto da testimonial con la multinazionale delle bibite frizzanti SodaStream, visto che alcuni degli stabilimenti dell’azienda israeliana si trovano in una colonia.

Ma’ale Adumim, l’insediamento in questione, è così popoloso e consolidato che pochi in Israele lo considerano abusivo o passibile di smantellamento.

Nonostante il sostegno dell’attrice americana, che le ha procurato i panegirici del primo ministro Benjamin Netanyahu, l’amministratore delegato SodaStream Daniel Birnbaum ha annunciato che sposterà le strutture di produzione all’interno della linea verde.

SodaStream traslocherà a Lehavim, nel deserto del Neghev, “cercando in tutti i modi di portarsi dietro i 1.300 impiegati, di cui 500 sono palestinesi”, chiosa Birnbaum.

Il movimento Boycott, Disinvestment and Sanctions (Bds, cioè boicottaggio, dis-investimento e sanzioni), una rete mondiale che promuove il boicottaggio dell’economia israeliana, esulta nonostante SodaStream neghi l’impatto delle loro pressioni.

Che Bds c’entri o meno, quello che è certo è che l’azienda va male: rispetto al 2013, i profitti sono calati del 42 per cento e le azioni del 58 per cento.

Bds, invece, ha sempre più presa e ha vissuto come un successo l’ipotesi di sanzioni anti-Israele comparsa sul tavolo dei ministri degli Esteri europei qualche mese fa.

C’è chi pensa che sia giusto promuoverla e chi pensa che sia giusto boicottarla, l’economia del vicino. C’è chi in Israele voleva bloccare la Coca Cola, e chi in Palestina voleva lasciare in pace e la SodaStream. E viceversa.

Campagna regione lazio

TPI vi propone questo passaggio di Una storia di amore e di tenebra, il libro dello scrittore israeliano Amos Oz, che racconta il dilemma come si presentava a un gruppo di ebrei nella Palestina mandataria. Comprare il formaggio arabo o quello ebraico al negozio del signor Auster?

Vigeva da noi una legge ferrea, quella di non comprare nulla da fuori, nulla d’importazione: per quanto possibile si attingeva alla produzione interna. Ma quando si andava al negozio del signor Auster, all’angolo fra via Ovadia e via Amos, bisognava comunque scegliere fra il formaggio del kibbutz, prodotto della Tenuva – la centrale del latte – e quello arabo: il formaggio arabo del villaggio vicino, Lifta, era da considerarsi un prodotto d’importazione oppure locale? Questione complessa. A dire il vero, il formaggio arabo era appena appena più conveniente. Ma a comprare il formaggio arabo un poco si tradiva il sionismo: da qualche parte, in un kibbutz o in una cooperativa agricola, nella valle di Iezreel o fra le alture di Galilea, c’era una pioniera dalla vita dura, che forse con una lacrima negli occhi aveva incartato per noi quel formaggio ebraico – allora come avremmo potuto voltarle la schiena comprando formaggio straniero? La mano non sarebbe tremata? D’altro canto, a mettere al bando il prodotto dei nostri vicini arabi non avremmo fatto che acuire ed eternare l’odio fra i due popoli. E il sangue che ancora si sarebbe versato, purtroppo, sarebbe rimasto sulla nostra coscienza. L’umile contadino arabo, il sincero e semplice lavoratore della terra il cui spirito non era ancora stato intaccato dai miasmi delle metropoli, questo fellah era in fondo il fratello bruno del mugicco incolto dall’animo buono dei racconti di Tolstoj! Dunque come avremmo potuto diventare così spietati da voltare le spalle al suo formaggio rustico? Come avremmo potuto essere così crudeli, castigarlo in questo modo? E per cosa, poi? Per il fatto che la perfida Inghilterra in combutta con i dannati effendi aveva sobillato questo contadino contro di noi e la nostra intraprendenza? No, questa volta avremmo comprato il formaggio arabo, che fra l’altro era davvero un po’ più buono di quello della Tenuva, e costava anche un po’ meno.

Ma comunque, d’altro canto, chissà, da loro non era poi così igienico? Chissà in che stato erano, le latterie… E se poi dopo fosse saltato fuori che il loro formaggio era zeppo di microbi? (…) Sorgeva ogni volta una piccola discussione fra le clienti, al negozio del signor Auster: comprare o non comprare il formaggio dei contadini arabi? Da una parte, come dice il Talmud, “la precedenza ai poveri della tua città”, e perciò era nostro dovere comprare solo il formaggio della Tenuva; d’altro canto, dice la Bibbia, “una sola legge avrete voi e lo straniero che vive fra di voi”, perciò era opportuno comprare di tanto in tanto comprare il formaggio dei nostri vicini arabi, “perché siete stati stranieri nella terra d’Egitto”. E poi, quale sguardo di sprezzo avrebbe riservato Tolstoj a una persona capace di comprare un formaggio e non un altro solo per via di una differenza di religione, popolo o razza?! Dove erano finiti i valori dell’universalismo? L’umanesimo? La fratellanza fra tutte le creature fatte a immagine divina? Però, quale meschinità sionista, quale bassezza, quale grettezza d’animo era mai quella di comprare il formaggio arabo solo perché costava due centesimi in meno, invece di quello dei pionieri, che sulla loro pelle e con le unghie cercavano di tirar fuori il pane da questa terra? 

Vergogna! Che onta! In un caso o nell’altro, deplorevole comportamento!