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L’Italia è stata condannata dall’Unione europea per i rifiuti in Campania

Con una sentenza, la Corte di giustizia dell'Ue ha stabilito che l'Italia non ha rispettato la normativa Ue sulla gestione dei rifiuti. Dovrà pagare 20 milioni di euro

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Il 16 luglio del 2015 la Corte di giustizia dell’Unione europea, con sede a Lussemburgo, ha condannato l’Italia a pagare 20 milioni di euro per non aver rispettato la normativa europea in merito alla gestione dei rifiuti nella regione Campania. 

La direttiva in questione è stata approvata nel 2006 dal Parlamento europeo e dal consiglio dell’Unione europea, ed è stata trasposta nell’ordinamento giuridico italiano nello stesso anno.

In una sentenza della Corte di Giustizia del 2010, l’Italia era stata condannata per essere venuta meno agli obblighi previsti dalla direttiva. Il ricorso per inadempimento era stato proposto dalla Commissione europea, “in seguito a una situazione di crisi nello smaltimento dei rifiuti manifestatasi nella regione Campania nel 2007″.

Situazione che poteva rappresentare “un pericolo per la salute umana e per l’ambiente”, come si legge nel comunicato stampa della Corte di giustizia. 

Tuttavia, nel verificare se l’Italia avesse rispettato o meno la decisione della corte, la Commissione ha constatato che il Paese “non ha garantito un’attuazione corretta della prima sentenza”.

L’accumulo di rifiuti in Campania è stato segnalato diverse volte tra il 2010 e il 2011. Inoltre, i rifiuti storici nella regione – vale a dire le cosiddette ecoballe, rifiuti adatti alla combustione riuniti in unità di peso e dimensioni standard – hanno raggiunto un livello tale che per il loro corretto smaltimento sarebbero necessari circa quindici anni, si legge sempre nel comunicato stampa. 

La Commissione ha pertanto provveduto a portare di fronte alla Corte di Giustizia un nuovo caso contro l’Italia, questa volta riguardo al mancato adempimento della prima sentenza. 

Con la decisione del 16 luglio la Corte stabilisce che l’Italia non ha rispettato quanto stabilito dalla sentenza del 2010, continuando a violare gli obblighi previsti dalla direttiva europea.

Per questo motivo, il Paese dovrà pagare 20 milioni di euro e 120mila euro per ogni giorno di ritardo della corretta applicazione della norma Ue.