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Il parlamento greco vota le riforme accettate da Tsipras che il suo partito non vuole

In cambio di un terzo piano di salvataggio, entro il 15 luglio il parlamento greco deve approvare una serie di riforme, a cui si oppone l'ala radicale di Syriza

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Entro oggi, mercoledì 15 luglio, il parlamento greco deve approvare le riforme imposte dai leader dell’eurozona in cambio di un nuovo prestito per attuare il piano di salvataggio.

La manovra, pari a 3,17 miliardi di euro, prevede una serie di privatizzazioni, aumento dell’Iva per diversi prodotti e settori, e tagli alla spesa pubblica.

Le divisioni all’interno di Syriza

Il partito del premier greco Alexis Tsipras, Syriza, è diviso. La viceministra delle finanze, Nadia Valavani, si è dimessa a poche ore dal voto, dicendo che era impossibile restare al governo dopo l‘accordo siglato da Tsipras a Bruxelles.

Valavani ha detto che la terribile capitolazione della Grecia non consentirà al Paese di riprendersi e che le riforme proposte non sono una soluzione sostenibile. 

Ha presentato le dimissioni anche Manos Manousakis, segretario generale del ministero delle Finanze.

Syriza, partito di sinistra radicale, ha 149 seggi su un totale di 300 nel parlamento greco e governa in coalizione con 13 deputati dei Greci Indipendenti, un partito di destra.

Diciassette deputati di Syriza hanno già votato contro le proposte di Tsipras in passato e oggi il numero potrebbe aumentare. Secondo quanto riporta il quotidiano britannico The Guardian, Tsipras può fare affidamento su 114 parlamentari del suo partito.

Tra i 20 e i 35 membri di Syriza, che appartengono alla sinistra più radicale, non vogliono approvare il nuovo piano per ottenere un terzo piano di salvataggio, dal momento che lo considerano un tradimento delle promesse elettorali del partito. Inoltre 107 membri su 201 del comitato centrale di Syriza hanno pubblicato una dichiarazione in cui condannano l’accordo di Tsipras con l’eurozona.   

Per questo il premier greco sta cercando l’appoggio di altri gruppi: il partito di centro To Potami, che ha 17 deputati ed è fortemente pro-europeo, ha detto che voterà a favore delle proposte.

Dovrebbero appoggiare il governo anche il partito conservatore di Nea Demokratia (76 deputati) e quello socialista Pasok (13 deputati). Il partito dei Greci Indipendenti, in coalizione con Syriza, non ha confermato le intenzioni di voto visto che il loro leader ha lasciato libertà di scelta ai parlamentari. 

Voteranno contro le proposte il partito neo-nazista di Alba Dorata e il partito comunista. Secondo gli oppositori, le riforme vanno contro il risultato del referendum dello scorso 5 luglio, in cui la maggior parte dei cittadini greci aveva rifiutato le misure d’austerity dei creditori internazionali.

Qui sotto: un grafico del The Guardian mostra la composizione del parlamento greco


La posizione di Tsipras e l’opposizione nelle piazze greche

Il premier greco Alexis Tsipras ha detto di non credere nell’accordo, ma ha aggiunto di essere stato costretto ad accettarlo perché si trattava dell’opzione migliore.

Ha anche sottolineato che il piano sia migliore rispetto a quello proposto lo scorso 25 giugno, dal momento che prevede incentivi per la crescita, e ha confermato che non include tagli diretti a pensioni e salari.

Il 14 luglio, in un appello alla nazione attraverso un’emittente televisiva greca, Tsipras ha detto che le proposte sono “irrazionali”, ma ha detto di volerle implementare per evitare un disastro per il Paese e il collasso delle banche. Il premier ha inoltre riferito che non intende dimettersi, a meno che la situazione non precipiti.

L’ex ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, ha accusato i leader dell’eurozona di aver compiuto un vero e proprio colpo di stato in Grecia. In previsione del voto al parlamento greco del 15 luglio sono stati annunciati una serie di scioperi: quello dei funzionari statali, dei trasporti e delle farmacie. 

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VIDEO: i manifestanti si sono radunati in piazza Syntagma ad Atene 


Su cosa deve votare il parlamento greco

Per ricevere un prestito di 82-86 miliardi di euro nei prossimi tre anni, il parlamento greco deve approvare le seguenti riforme:

– ratificare la dichiarazione redatta dai leader dell’eurozona, in cui sono contenuti i dettagli degli accordi e delle misure che la Grecia deve implementare per avere accesso a nuovi prestiti.

– aumento dell’Iva: aumento al 23 per cento dell’Iva su cibo confezionato e ristoranti; 13 per cento per cibo fresco, bollette, acqua e hotel; 6 per cento per medicine e libri. Lo sconto del 30 per cento sull’Iva verrà abolito nelle isole più ricche, ma per quest’anno non in quelle più povere e remote. 

– aumento delle tasse sugli utili societari dal 26 al 29 per cento. 

– nuove tasse sui beni di lusso per grandi veicoli, barche e piscine.

– l’età pensionabile verrà alzata ai 67 anni.

– l’agenzia nazionale statistica greca (Elstat) dovrà essere completamente indipendente. 

– tassa di solidarietà fra il 2 e l’8 per cento per chi ha un reddito superiore ai 50mila euro all’anno.

– tagli agli stipendi del 5 per cento per le cariche pubbliche, dai parlamentari ai sindaci

La posizione del Fondo monetario internazionale 

Secondo un rapporto del Fondo monetario internazionale (Fmi), per risollevarsi l’economia greca avrebbe bisogno di un prestito ben più grande rispetto a quello di 86 miliardi di euro previsto dall’Eurogruppo.

Nei prossimi due anni, il rapporto tra il debito greco e il Pil potrebbe arrivare al 200 per cento. Secondo il Fmi, i Paesi europei dovrebbero dare alla Grecia un “periodo di grazia” di 30 anni per consentire al governo di Atene di ripagare il debito; in alternativa, servirebbe un taglio del debito, opzione giudicata “inaccettabile” dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.

Nel frattempo, la Commissione europea ha proposto di usare i fondi del meccanismo di stabilità  finanziario europeo (Efsm) per un prestito ponte da 7 miliardi, da consegnare alla Grecia entro il 20 luglio per aiutarla nel breve termine. Il prestito dovrebbe essere restituito entro tre mesi. La proposta deve ora superare l’opposizione di alcuni Paesi dell’Unione europea, tra cui quella del Regno Unito.

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