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La rinascita della Serbia

In bilico tra una straordinaria energia e un passato difficile da dimenticare, la Serbia è oggi alla ricerca di una nuova identità culturale

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Belgrado è un simbolo di rinascita. Costruita lungo le sponde del Sava e del Danubio, oggi è il fiore all’occhiello della Serbia. La Berlino dell’est, così viene chiamata dai turisti stranieri che hanno riscoperto le sue bellezze storiche e apprezzano i ritmi vivaci della sua vita notturna.

Camminando per le vie della città si ha l’impressione di essere in un Paese giovane e dinamico. Negli ultimi anni i più celebri brand e le più grandi firme occidentali hanno aperto nuovi negozi. Qui ora si respira davvero un’aria europea.

Il primo ministro Alexander Vučić, leader del partito progressista serbo, sta cercando di promuovere gli investimenti stranieri: a ragion veduta, considerando gli ultimi dati sulla disoccupazione.

Tre anni fa la disoccupazione era al 25,5 per cento. Oggi è arrivata al 19,2 per cento, secondo i dati del primo quadrimestre del 2015.

La crescita esponenziale della disoccupazione sembra essersi arrestata nel 2012, nello stesso anno dell’apertura dello stabilimento Fiat a Kragujevac, nel centro del Paese.

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Appena fuori Belgrado il panorama però cambia: tra le strade di campagna dove sfilano monasteri e cascine si incontra la vera anima della Serbia, quella ortodossa legata alle tradizioni. Le lunghissime campagne fanno da sponda a città industriali ancora influenzate dal recente passato.

Kragujevac è una di queste. La città rappresenta lo spirito industriale: prima jugoslavo, ora serbo. Pur non essendo la capitale del Paese, ha sempre influenzato lo sviluppo economico dell’intera nazione.

È la quarta città più grande in Serbia e oggi è la sede di Fiat Serbia, nei cui stabilimenti industriali vengono prodotte le automobili modello 500L.

L’industrializzazione della città di Kragujevac iniziò nel 1853, quando venne inaugurata la Zastava, una fabbrica statale di auto, armi e macchinari.

Nel luglio del 2008 la Fiat – guidata da Sergio Marchionne – investì 700 milioni di euro per acquisire l’azienda serba: oggi la società italiana detiene il 67 per cento delle azioni, mentre il 33 per cento è rimasto di proprietà del governo serbo.

Sotto: una macchina Yugo nei pressi del villaggio serbo di Cerovac. Credit: Stefano Sbrulli 


Nella città di Kragujevac i quartieri dall’architettura socialista convivono con un piccolo centro urbano moderno, ricco di locali alla moda. Gli italiani non mancano e ci sono numerosi bar e caffetterie che vantano un brand made in Italy.

“La città degli affamati” – così veniva chiamata al finire degli anni Novanta – è lo specchio del nuovo corso serbo. Oggi il futuro di Kraguejevac dipende dalla ripresa della produzione industriale e dalla manodopera a basso costo.

Almeno il 10 per cento della popolazione della città – 180 mila abitanti – lavora all’interno della Fiat o in attività nate da quando la società italiana si è trasferita a KragujevacUn’opportunità che la Serbia ha saputo cogliere per risollevarsi. Ma a quale prezzo?

“A sei anni dall’arrivo della Fiat in Serbia i termini dell’accordo tra il governo e la società di Marchionne non sono ancora stati resi pubblici, gli operai non possono pronunciarsi sul livello dei loro stipendi e i vincoli contrattuali tra lavoratore e azienda sono spesso dei punti interrogativi”, denuncia la blogger e attivista Anita Paratljačić, che si autodefinisce dissidente verso un governo che non garantisce piena libertà di espressione. 

Il governo serbo non ha ancora pubblicato i dati sulla percentuale dei profitti generati dalla Fiat e trattenuti dallo stato, così come il testo completo del contratto con la societànonostante fosse stato promesso dal premier Vučić durante la campagna elettorale della primavera del 2014.

Secondo quanto rivela il quotidiano serbo Politika, nel 2013 il governo ha sovvenzionato l’azienda con 51 milioni di euro. Nello stesso anno, l’azienda avrebbe raccolto profitti per 10 milioni di euro. Di questi, 3,3 milioni sono entrati nelle casse dello stato.

Campagna regione lazio

Sotto: ragazze in giro per le strade di Kragujevac. Credit: Stefano Sbrulli 

I grandi assenti di questo progetto sono i giovani, specialmente quelli più qualificati. In molti non vedono futuro in patria e preferiscono trasferirsi all’estero.

“Lo stipendio medio a Kracujevac è intorno ai 300-400 euro, quindi spesso la gente deve svolgere due lavori per vivere”, spiega Natasa Djugovic, professoressa della Saga School, un istituto superiore di Kracujevac specializzato in materie sanitarie.

“Svolgerò tutte le pratiche burocratiche e Sandra partirà a breve per la Norvegia dove studierà infermieristica”, ci racconta Djugovic, preoccupata di dare un futuro ai suoi figli e agli studenti della scuola. “I ragazzi non vedono un futuro in Serbia, e tanto meno a Kracujevac, a causa della situazione economica”.

Salari bassi e condizioni agevolate per le grandi aziende garantiscono la produttività della regione, le esportazioni e l’occupazione. La paura è che questo modello di sviluppo si interrompa nel momento in cui i grandi gruppi stranieri si spostino in altre regioni più sensibili alle loro esigenze, non garantendo una produzione industriale costante nel tempo.

Anche verso sud, nella città di Kraljevo, a un centinaio di chilometri dal confine bosniaco, la situazione non cambia. In quella che è conosciuta come la Valle dei Re, i problemi sono sempre gli stessi. Non c’è spazio per altri argomenti.

La convivenza tra etnie e religioni differenti – il tema più critico in passato – è una questione messa fortunatamente in secondo piano. Ancora oggi rimane nella mente dei più anziani, ma con il tempo sta venendo sempre di più sostituita dalle preoccupazioni di un Paese industriale in cerca della sua strada.

Ivan Ivezic, leader della band elettro-rock Iveza and Elements, non ha dubbi sui rapporti tra ortodossi, cattolici e musulmani: “Io sono ortodosso, la maggioranza in Serbia è ortodossa, ma non abbiamo problemi con gli altri. Ogni anno i musulmani celebrano il Bairam e noi lo festeggiamo insieme a loro nelle strade principali della città. Anche nella regione multiculturale di Vojvodina la gente non ha problemi. Il problema in Serbia è sempre stato politico e della politica.”

Il Paese è in bilico tra una straordinaria energia e un passato difficile da dimenticare. Nel suo spirito ortodosso – innegabile e percepibile in ogni angolo di strada – la Serbia non presenta quelle lacerazioni, quel senso di divisione che di lì a pochi metri dal confine, in Bosnia, diventa la quotidianità.

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Il progetto

Stefano Bandera e Stefano Sbrulli sono due fotoreporter italiani. A vent’anni dalla fine del conflitto nell’ex-Jugoslavia (1991-95), che causò la morte di circa 140mila persone, Bandera e Sbrulli si sono recati in Serbia e in Bosnia per raccontare come sono cambiati questi due Paesi, che aria si respira e che cosa riserva il futuro. Nella pagina multimediale Behind Balkan Wall hanno condiviso le storie, le foto, i video, i dati e le testimonianze raccolti durante il viaggio. 

“Abbiamo viaggiato in mezzo alla storia, alle tante etnie della regione, alla musica gipsy e al folle cinema di Kusturiça”, hanno spiegato. “Ma questa miscela esplosiva è stata solo la punta di un iceberg che valeva la pena raccontarvi attraverso le storie dei tanti personaggi conosciuti lungo la nostra strada. Fotocamera in spalla, auto a noleggio e smartphone sempre a portata di mano per non perderci nel labirinto stradale tra Serbia e Bosnia – vera ossessione per tutto il viaggio – iniziamo il nostro racconto a Belgrado a vent’anni di distanza da uno dei capitoli più tragici dell’Europa contemporanea”.

Il trailer del progetto