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Disuguali, sempre

Il razzismo è ormai parte integrante del modo in cui l'occidentale si pone nei confronti del resto del mondo

Razzismo è una parola che non vorremmo mai pronunciare, un concetto che vorremmo eliminare dal nostro cervello, ma purtroppo l’evidenza dei fatti quotidiani, sia locali che internazionali, dimostrano che il razzismo non solo esiste, ma pervade in profondità la modernità.

È razzista chi vede in ogni bianco un crociato cristiano, chi legge in ogni fisionomia medio-orientale una propensione al terrorismo, chi vede in ogni persona di pelle scura un clandestino.

È importante, quindi, essere consapevoli che viviamo in una società gravemente pervasa dal razzismo, e identificare i fattori che ne provocano la recrudescenza e la crescita.

La nostra cultura e la nostra società, per ragioni storiche, sono predisposte al razzismo. Per questo, certi movimenti sociali e politici – come i vari movimenti autonomisti e partiti che vedono l’Europa come una fortezza da difendere – hanno gioco facile a far leva sul razzismo più o meno latente negli elettori, per raccogliere i loro voti.

Non esistono “razze umane”, e quindi sarebbe addirittura improprio parlare di razzismo, ma continuiamo a usare questa parola per riferirci a una visone dell’umanità profondamente anti-umana e anti-cristiana, per rimandare a quel razzismo che distingue grossolanamente le persone in base alle gradazioni di colore della pelle, mettendo i più scuri al livello più basso.

Questo è il razzismo di Dyllan Roof, l’assassino ventunenne – bianco e biondo – che lo scorso 18 giugno ha ucciso a Charleston, negli Stati Uniti, nove persone in preghiera, colpevoli solo di avere la pelle di colore diverso dalla sua.

Ma c’è anche un razzismo che cerca di essere politicamente corretto, che si nasconde dietro altre maschere. La disuguaglianza basata su presupposti razzisti persiste in Sudafrica – dove l’apartheid è finito nel 1994 – negli Stati Uniti – dove il segregazionismo venne abolito trent’anni prima – e inoltre pervade il pensiero occidentale.

Nei mass media, nelle analisi politiche, nelle statistiche sociali, il razzismo non viene nominato spesso, per un’ipocrisia tipica del politically correct, ma esiste, eccome. Vige un “apartheid globale”, un sistema internazionale di governo della minoranza globale costruito sul tacito presupposto che le persone – e le loro vite – abbiano un valore diverso in base al luogo di nascita, alla ricchezza, e al colore della pelle.

Semplificando, ma non troppo, possiamo affermare che nel nostro mondo i poveri, coloro che non hanno potere, sono neri. Anzi, i poveri sono Africani. E, siccome sono poveri, sono un po meno persone umane degli altri.

Molti in questi ultimi mesi si sono domandati perché venti vittime del terrorismo a Parigi creano molte più reazioni che non 250 vittime in Nigeria, o 148 vittime in Kenya?

Perché l’ebola viene affrontata con determinazione solo quando alcuni bianchi muoiono e si scatena la paura che possa arrivare in Europa e negli Stati Uniti?

Perché i riflettori restano puntati per giorni sulle 38 vittime europee in Tunisia e poche ore sulle decine di vittime a Mogadiscio e Kuwait City?

Forse le risposta è che la vicinanza della Tunisia ci fa sentire più vulnerabili? Sarebbe un errore vedere nell’accettazione tacita del valore differenziale della vita umana solo superficialità o indifferenza a ciò che avviene in paesi lontani. Il razzismo è parte integrante del modo con cui gli occidentali si pongono verso il resto del mondo moderno.

Il razzismo non è meno importante delle strutture militari, economiche, finanziarie e politiche che gli occidentali hanno creato nel corso degli ultimi secoli per mantenere il privilegio, la supremazia, il dominio dei pochi sui molti. Ovvero, il loro dominio.

Al giorno d’oggi parte dell’inganno consiste nel far sì che le prove della disuguaglianza razziale vengano nascoste dietro altisonanti dichiarazioni, che in principio negano il razzismo. Si dice “noi non siamo razzisti, da noi tutti hanno pari opportunità” per negare il passato, la storia, l’origine delle singole persone.

“La nostra società non giudica dal colore della pelle”, è un altro mantra tanto importante e falso quanto: “Il mercato è neutro”. Nel sogno americano tutte le persone possono avere successo a prescindere dalla loro origine. La povertà, il fallimento sono attribuiti all’incapacità dei singoli, senza riferimento alla discriminazione passata o presente.

Sei povero, sei in prigione, sei un fallito nella vita per colpa tua, non perché sei nero, e non importa se l’80 per cento dei poveri, dei carcerati, dei falliti siano neri.

Lo si dimentica, come un dettaglio statistico trascurabile. La prova del contrario invece sono proprio i casi di successo, che rimangono l’eccezione.

Chi pensava che l’elezione di Barak Obama alla presidenza degli Stati Uniti fosse il segno che l’America avesse definitivamente superato il razzismo, adesso si accorge che così non è.

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Quando si analizza l’ordine – o il disordine – mondiale, non si considera quasi mai l’importanza che in esso ha il colore della pelle. Anche la critica drastica che papa Francesco in “Laudato Sì” fa del sistema economico mondiale non nomina mai l’esistenza della discriminazione razziale o del razzismo.

Invece, proprio come dovrebbe essere inconcepibile parlare del passato, presente e futuro della società americana senza nominare la storia degli afroamericani, così non si può parlare delle disuguaglianze globali del 21° secolo senza nominare l’”apartheid globale”.

Ciò deve essere detto non per fomentare divisioni o rivendicazioni, ma semplicemente per riconoscere la verità, e ripartire dalla verità per costruire un mondo abitato da persone di uguale dignità.