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Gli invisibili dell’agricoltura

Violenze e condizioni miserabili per chi raccoglie gli agrumi nelle campagne italiane. Arance tagliate come la droga per allungare i succhi che acquistiamo al mercato

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Dagli agrumeti ai supermercati, attraverso un percorso di violenze e braccianti senza diritti. Tr carichi di arance, a volte tagliate come la droga. Per allungare i succhi di frutta che poi acquistiamo al supermercato, le arance italiane vengono mischiate con succhi provenienti dall’estero e con l’aggiunta di sostanze chimiche.

Questo è quanto emerge dal rapporto FilieraSporca, Gli invisibili dell’arancia e lo sfruttamento in agricoltura nell’anno di Expo: un’indagine sulla filiera degli agrumi condotta dalle associazioni daSud, Terra! e Terrelibere.org con il contributo di Open Society Foundation

“Una filiera parcellizzata fatta di innumerevoli passaggi, quasi mai trasparenti, in cui convivono il bracciante agricolo sfruttato e la multinazionale, la grande distribuzione e la criminalità organizzata”, si legge nella ricerca sul sito di FilieraSporca.

La campagna #FilieraSporca ha ricostruito il percorso dei frutti chiedendosi: “Che fine fanno i prodotti raccolti nei campi?”. “E qual è la responsabilità dei vari attori della filiera, dalle multinazionali alle aziende di trasporto?”.

Semplificando molto: dall’albero fino al bancone il prezzo cresce notevolmente, dai 30 centesimi al chilo nel campo passa a 0,65 nello storico mercato della pescheria di Catania e arriva a 2,10 euro nel supermercato di Roma. E nell’ultimo passaggio spesso arriva il ricarico più consistente.

“Il cuore della filiera è un ceto di intermediari che accumula ricchezza, organizza le raccolte usando i caporali, determina il prezzo”, spiega Antonello Mangano di Terrelibere, il giornalista italiano, collaboratore de la Repubblica e l’Espresso, che ha curato l’indagine.

“Un sistema che impoverisce i piccoli produttori e acquista i loro terreni. Causa la povertà dei migranti e nega un’accoglienza dignitosa”. Secondo il rapporto, le normali condizioni dei raccoglitori sono più che misere: si parla di ghetti, lavoro minorile, condizioni abitative da bidonville africana, tendopoli dove si muore di freddo, violenza contro le donne e caporalato (un sistema di sfruttamento nelle campagne italiane da parte del cosidetto caporale).

Ecco quindi ricostruiti i flussi delle arance rosse dell’Etna esportate in tutto il mondo, delle clementine di Sibari che vediamo sui banconi in ogni parte d’Italia e delle arance calabresi, mischiate con il succo d’arancia brasiliano prima di finire nelle lattine delle multinazionali.

Come racconta Antonello Mangano nel suo libro Ghetto Economy, basta una bolla d’accompagnamento sostituita con un’altra e 510 tonnellate di succo d’arancia brasiliano diventano italiane, pronte per essere tagliate con gli agrumi di Rosarno. Proprio come si fa con la droga.

Questo è quanto emerge da un’indagine del Corpo Forestale e della Procura di Palmi. Il porto in Italia dove tutto questo avviene è quello calabrese di Gioia Tauro, hub dove le merci in arrivo dall’oriente sono stoccate su navi più piccole per raggiunger i porti europei.

I promotori della campagna hanno chiesto ai grandi marchi della distribuzione e della produzione chiarimenti riguardo all’impegno contro il lavoro nero e la trasparenza nel percorso delle arance.

Il succo d’arancia in Italia è nei fatti gestito in regime di oligopolio, i grandi protagonisti sono tre: Nestlé, multinazionale nata in Svizzera che produce l’aranciata San Pellegrino; la Coca-Cola, tra i brand più noti al mondo, che produce l’aranciata Fanta; la San Benedetto, interamente italiana.

Sono loro a determinare il prezzo del succo d’arancia che comprano dagli spremitori, ma cosa fanno per verificare che non arrivi da situazioni di sfruttamento? La Coca Cola è stata l’unica a rendere pubblico l’elenco dei fornitori: sono tutti in Sicilia e coprono l’intero fabbisogno dell’azienda usando solo succo italiano. 

Nelle conclusioni del rapporto ci si chiede: “Quanti sono i consumatori che sarebbero disposti a comprare un’arancia, un pomodoro, una bottiglia di vino, un succo, una conserva, sapendo che vengono dallo sfruttamento e dalla schiavitù? Probabilmente nessuno. Ma nessuno al momento è in grado di sapere se quello che sta mangiando è frutto di questo sfruttamento, se è sporco”.

Lo scopo di #Filiera Sporca, dopo aver fotografato la situazione, è fare dei passi avanti anche dal punto di vista legislativo. “Le aziende devono rispondere per quanto avviene anche nei livelli inferiori della filiera”, afferma Fabio Ciconte, presidente di Terra!.

“Con questa campagna chiediamo l’elenco pubblico dei fornitori e una normativa sull’etichetta anche per ragioni etiche, perché informazioni trasparenti permettono ai consumatori di scegliere prodotti liberi da sfruttamento”.

— Leggi anche la nostra inchiesta: Che fine fa il cibo che non mangiamo