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I bambini eschimesi deportati in Danimarca
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I bambini eschimesi deportati in Danimarca

Negli anni Cinquanta, la Danimarca promosse un programma di rieducazione forzata dei bambini della Groenlandia. Li portò via e li fece adottare da famiglie danesi

10 Set. 2017

Helene Thiesen aveva sette anni quando fu portata via dalla sua famiglia. Senza capire il perché, si ritrovò su una barca con altri 22 bambini, in viaggio dalla Groenlandia alla Danimarca.

“Dalla barca guardai mia madre e non riuscii a salutarla. Ero troppo triste. Rimasi con le braccia abbassate, chiedendomi perché mi avesse fatto partire. Nessuno di noi capiva perché ci stavano portando via. Cosa ci riservava il futuro? Era tutto così incerto”, ricorda di aver pensato Helene.

Nell’estate di quel 1951, due ufficiali danesi bussarono alla porta della sua casa a Nuuk, la capitale della Groenlandia. Chiesero alla madre di Helene di portare la bambina in Danimarca, per insegnarle a parlare in danese e permetterle di ottenere una buona istruzione.

Sia pure a malincuore, la madre di Helene decise di accettare, dal momento che suo marito era morto di tubercolosi alcuni mesi prima e si era ritrovata a dover accudire i suoi tre figli da sola.

La Groenlandia è una colonia della Danimarca dal 1721. Nella prima metà del Novecento, la maggior parte degli abitanti – appartenente alla popolazione indigena degli Inuit – viveva grazie alla caccia di foche. Solo in pochi parlavano danese e moltissime persone si ammalavano di tubercolosi.

Per migliorare le condizioni di vita nella sua colonia, la Danimarca decise di investire su un programma di rieducazione forzata dei suoi abitanti. Il governo inviò telegrammi a preti e insegnanti in Groenlandia, chiedendo loro di selezionare i bambini più intelligenti dai 6 ai 10 anni.

Il programma, organizzato in collaborazione con la Ong Save the Children, prevedeva l’affidamento dei bambini a famiglie danesi, che li avrebbero rieducati.

Prima di essere trasferiti nelle case dei genitori adottivi, i bambini trascorrevano l’estate in un cosiddetto campo estivo, a Fedgaarden, che serviva in realtà come quarantena. I danesi temevano infatti che i bambini provenienti dalla Groenlandia potessero avere malattie infettive.

“C’erano dei momenti felici, ad esempio quando ci portavano in spiaggia”, disse Helene alla Bbc. “Ma la notte, quando ci mettevano a letto, piangevamo in silenzio. Mi sentivo triste e in pericolo”.

A Fedgaarden Helene contrasse un eczema. Per curarla, la sua famiglia adottiva le coprì i gomiti e le ginocchia con un unguento nero. Per evitare che sporcasse i mobili, le fu proibito di entrare in salotto.

“Non mi sentivo la benvenuta in quella famiglia, mi sentivo un’estranea”, racconta Helene. “Non mi fidavo degli adulti, perché erano gli adulti ad avermi mandato in Danimarca. Ogni volta che mi rivolgevano la parola, mi limitavo ad annuire o scuotere la testa. Non volevo rispondere”.

L’anno successivo Helene fu rimandata in Groenlandia, mentre sei bambini Inuit rimasero con le famiglie adottive danesi.

“Quando la barca attraccò a Nuuk, presi la mia piccola valigia e corsi verso mia madre”, dice Helene. “Le raccontai tutto quello che avevo visto e vissuto. Ma lei non rispose. La guardai, confusa. Dopo un po’ disse qualcosa, ma non riuscivo a capire cosa stesse dicendo. Nemmeno una parola. Era terribile: non potevo più comunicare con mia madre, perché parlavamo in due lingue diverse”.

Mentre Helene si trovava con la sua famiglia adottiva, la Croce Rossa danese aveva aperto un orfanotrofio a Nuuk. Lo scopo era trasferire qui gli Inuit di ritorno dalla Danimarca, per evitare che tornassero a vivere con le proprie famiglie. Anche Helene, dopo aver salutato brevemente sua madre, fu portata qui.

Nell’orfanotrofio, ai bambini fu proibito di parlare l’eschimese, la lingua della Groenlandia. Helene avrebbe voluto ricominciare a studiarlo, ma le regole erano ferree: si poteva parlare solo in danese.

Il trauma per Helene fu tale che per molti anni, anche da adulta, si ritrovava a piangere senza capire il perché. Solo nel 1996, quando aveva ormai 52 anni, scoprì il motivo per il quale era stata portata via da sua madre.

Uno scrittore danese ritrovò dei documenti nell’archivio Nazionale danese, in cui si parlava dell’esperimento sociale sui bambini Inuit, e contattò Helene.

In seguito, Helene incontrò anche altri bambini che avevano subito la sua stessa sorte: “Tutti avevamo capito che c’era qualcosa di sbagliato in quello che c’era successo. Tutti sentivamo di aver perso qualcosa e non avevamo fiducia in noi stessi, e queste emozioni non sono mai andate via”. 

Il programma danese mirava a creare una nuova élite in Groenlandia, colta ed educata, ma i bambini finirono per essere marginalizzati e non riuscirono a riadattarsi alla vita nelle loro comunità. Molti di loro divennero alcolisti e morirono giovani. 

“I bambini persero il senso d’identità e l’abilità di parlare nella loro madrelingua. E così persero anche il senso della loro stessa esistenza”, dice Helene.

Nel 1998 la Croce Rossa danese inviò una lettera di scuse e undici anni dopo anche la sezione danese di Save the Children si scusò. Nel 2010 le autorità in Groenlandia hanno chiesto anche alla Danimarca di fare altrettanto, ma per ora il governo danese non si è espresso in merito.

Nonostante il trauma psicologico subito, Helene è riuscita a ricostruire la sua vita. Ha sposato un uomo danese, ha conseguito una laurea ed è diventata la preside di una scuola serale.

Resta, però, la delusione nei confronti delle autorità danesi: “Non ho mai capito come abbiano potuto usarci per i loro esperimenti. È incomprensibile e sono ancora piena di rancore. Lo sarò sino alla morte”.

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