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Continua il tira e molla fra Tsipras e i suoi creditori

Il programma di prelievo fiscale da 8 miliardi proposto da Tsipras non convince i creditori. Ma l’uscita della Grecia dall’Ue non risolverebbe i problemi dell’Europa

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Il tira e molla fra la Grecia e i creditori internazionali continua, lasciando trapelare ora sensazioni di ottimismo e ora segnali di Grexit in maniera altalenante.

Il primo ministro greco Alexis Tsipras conduce una doppia battaglia, non solo con le istituzioni internazionali che spingono per il pagamento del debito, ma anche con le autorità locali e regionali che all’interno del Paese si rifiutano di cedere fondi al governo centrale a questo scopo.

L’ultima carta giocata dal premier greco, una volta incassato il rifiuto delle entità governative decentralizzate a versare 2 miliardi di euro nelle casse di Atene, è un programma di prelievo fiscale da 8 miliardi di euro che tassi in particolare le imprese.

Carta che però non ha convinto i creditori, che vedono come poco credibile il tentativo di aumentare il prelievo fiscale e vorrebbero piuttosto una riforma strutturale del sistema delle pensioni. Tanto che l’Eurogruppo riunitosi a Bruxelles il 24 giugno si è sciolto dopo soltanto due ore. L’incontro riprenderà il 25 giugno.

“È una posizione strana”, ha commentato critico Tsipras. “Fa pensare che non vogliano davvero l’accordo oppure che difendano interessi particolari in Grecia”.

Il leader del partito di sinistra radicale Syriza, che cerca di conciliare la natura socialista del suo movimento politico con le soffocanti pressioni internazionali, ha infatti tracciato una linea rossa a protezione di stipendi e pensioni. E non intende revocarla.

In un editoriale sul quotidiano britannico Financial Times, Martin Wolf sostiene che i creditori avrebbero dovuto cancellare una fetta maggiore di debito nel 2010, quando era ancora possibile preservare la Grecia dalla profonda recessione che l’ha colpita negli ultimi anni anche a causa dell’austerity.

I prestatori privati, scrive, avrebbero dovuto pagare per gli investimenti rischiosi effettuati con l’acquisto dei bond ellenici, e non venire tutelati a costo di imporre sacrifici eccessivi alla Grecia.

Se proprio qualcuno avesse dovuto salvarli, secondo l’editorialista, questi sarebbero dovuti essere i loro stessi governi, e non un’Atene già strangolata da tagli e austerity. Come ha ricordato Paul De Grauwe in un’intervista a TPI, tale politica fiscale restrittiva non ha fatto che peggiorare il rapporto tra deficit e Pil, che ha raggiunto il 190 per cento.

“Che la Grecia esca o non esca dall’euro, l’Europa dovrà comunque misurarsi con importanti sfide”, continua Wolf. “In caso di uscita dall’Ue, molti soldi comunque non tornerebbero, ed esisterebbe una responsabilità rispetto a un eventuale collasso della Grecia”.

Le probabilità di una ripresa per la Grecia una volta uscita dall’euro, attraverso una parziale liberazione dal fardello del debito e una svalutazione che favorisca la crescita delle esportazioni, sono di gran lunga inferiori a quelle di un ulteriore peggioramento della recessione. Con il rischio di gravi ricadute politiche, in un Paese che ha una storia di colpi di stato piuttosto recente.

I più favorevoli alla linea dura con la Grecia temono un effetto di “azzardo morale” nell’Europa meridionale qualora venisse attuata una linea più morbida con Atene.

In altre parole, secondo loro vedere una parte significativa del debito greco “abbuonato” potrebbe indurre l’elettorato dei Paesi del sud Europa con problemi di deficit a sostenere partiti populisti anti-austerity contando su un trattamento altrettanto favorevole nel caso in cui l’indebitamento degli altri stati dovesse divenire insostenibile. Punire uno, dall’altra parte, educherebbe tutti.

Tuttavia, sostiene Wolf, anche divorziando da un compagno difficile, non lo si può dimenticare del tutto. Tanto più che anche uscendo dall’euro, la Grecia rimarrebbe a far parte dell’Unione. “Con l’uscita dall’Ue, la relazione dovrà continuare, sarebbe solo più velenosa”.

E, si potrebbe aggiungere, rappresenterebbe un grave precedente per l’Unione: se il trattato di Roma del 1957 promette un’unione “sempre più stretta”, l’uscita greca dall’euro vorrebbe dire che si può anche tornare indietro.