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Ho perdonato l’assassino di mio figlio

A ventuno anni dal genocidio in Ruanda, vittime e carnefici hanno imparato a convivere fianco a fianco

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Il primo giorno uccisero suo marito. Lo avevano visto mentre cercava di fuggire e nascondersi, ma riuscirono a stanarlo. Il giorno dopo tornarono nella sua casa e uccisero i suoi figli maschi. Cansilde Kampundu sperava che almeno le figlie femmine fossero risparmiate, ma anche loro furono ammazzate e i loro cadaveri furono buttati via in una latrina. 

“Non sono nemmeno riuscita a riprendere i loro corpi”, racconta Kampundu. “Mi sono inginocchiata e ho iniziato a pregare per loro, e ho coperto la fossa con la sabbia, per nascondere i cadaveri”.

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A ventun’anni dal massacro della sua famiglia, Kampundu soffre ancora per la mancanza dei suoi cari, ma ha trovato la forza per incontrare e perdonare l’uomo che li ha uccisi: “L’ho perdonato perché ho capito che non avrei mai riavuto indietro la mia famiglia”, racconta Kampundu. Provare rancore o cercare di vendicarsi, secondo la donna, non sarebbe servito a nulla.

Kampundu è una delle superstiti del genocidio in Ruanda. In soli 100 giorni, dal 7 aprile al 15 luglio 1994, oltre 800mila ruandesi di etnia Tutsi furono massacrati dagli Hutu, gruppo etnico maggioritario in Ruanda.

Dal 2000 l’associazione no-profit Association Modeste et Innocent (Ami) lavora con gruppi di Hutu e Tutsi in Ruanda, sul tema del perdono e della riconciliazione.

Attraverso un lungo percorso di sostegno psicologico, l’organizzazione fa incontrare i sopravvissuti al genocidio con i loro aguzzini. Per guadagnarsi il rispetto della gente, i responsabili dei crimini si impegnano in lavori socialmente utili.

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“Ho trascorso nove anni e mezzo in prigione”, racconta Juvenal Nzabamwita, uno degli Hutu responsabili dell’uccisione della famiglia di Kampundu. “Prima di tornare in libertà, ho imparato a distinguere il bene dal male. E quando sono ritornato a casa ho capito di dover chiedere perdono alla persona a cui avevo fatto del male. Sono andato da lei e le ho detto che sarei stato al suo fianco, mettendomi completamente a sua disposizione. Era stato mio padre a uccidere i suoi figli e ho chiesto perdono anche a nome suo”. 

Dopo mesi di terapia con gli psicologi dell’associazione Ami, l’omicida chiede ufficialmente perdono alla vittima. Se il perdono viene accordato, l’aguzzino e la sua famiglia porteranno un cestino con offerte di cibo. Secondo l’usanza, per celebrare l’accordo e la pace ritrovata si organizzano canti e danze.

Il fotografo sudafricano Pieter Hugo è andato in Ruanda, venti anni dopo il genocidio del 1994, e ha ritratto alcune delle persone che lavorano con l’associazione. Nei suoi scattisuperstiti Tutsi posano accanto agli Hutu, dopo averli perdonati per i crimini commessi.

“Ho bruciato casa sua e l’ho inseguita, per cercare di uccidere lei e i suoi bambini”, dice Mudaheranwa, uno degli Hutu fotografati da Hugo. “Ma Dio l’ha protetta e sono riusciti a sfuggire. Quando sono uscito di prigione, mi nascondevo appena la vedevo. Poi ho deciso di chiederle perdono”.

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La donna che l’ha perdonato si chiama Mukanyandwi. Odiava quell’uomo con tutto il suo cuore, ma si commosse quando lui si inginocchiò in lacrime e le chiese scusa: “Se ho bisogno di aiuto, ora è lui che viene a salvarmi”, dice la donna. “È lui che chiamo appena ho un problema”.

Secondo Hugo ci sono diversi gradi di perdono, espressi bene nelle fotografie, dove si vede chiaramente la distanza o la vicinanza che c’è tra vittima e perpetratore. Alcuni riescono a trascorrere del tempo insieme e costruire un rapporto di fiducia, altri non riescono a superare il trauma della violenza subita.

Il difficile percorso del perdono, in ogni caso, è cruciale per entrambi: “Queste persone non possono scappare dai loro villaggi, quindi devono per forza imparare a convivere insieme”, spiega Hugo. “Il perdono non deriva da un ingenuo senso di benevolenza. È più un istinto di sopravvivenza”.

Come dice Karorero, sopravvissuto al massacro, “quando qualcuno è pieno di rabbia rischia di perdere la testa. Ma da quando ho accordato il perdono, ho ritrovato la pace interiore”.

Quando Habyarimana uscì di prigione, fu uno dei primi a chiedere perdono. Aveva ucciso i bambini di Habyarimana. Lei non sapeva chi era l’assassino, ma lui decise di confessare tutto.

“Ci abbiamo messo molto tempo”, dice Habyarimana. “Ma alla fine abbiamo capito che siamo tutti ruandesi. Il genocidio è stato causato da chi stava al potere, che ha scatenato l’odio tra vicini, fratelli e sorelle. Adesso siamo in grado di riflettere e perdonare. La persona che perdoni diventa un buon vicino di casa. Ti senti in pace con te stesso e il futuro sembra più radioso”.

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