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I presunti pagamenti dell’Europa all’Eritrea per non far partire i migranti

Secondo alcune fonti delle Nazioni Unite, sarebbero in corso trattative segrete tra Paesi europei ed Eritrea per impedire ai migranti di partire

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Secondo alcuni funzionari delle Nazioni Unite e di diverse organizzazioni che si occupano di diritti umani, potrebbero essere in corso trattative segrete tra l’Eritrea e alcuni Paesi dell’Unione Europea, per aumentare i controlli alle frontiere eritree – diminuendo così il numero di migranti diretti in Europa – in cambio di pagamenti in denaro o dell’allentamento delle sanzioni attualmente imposte all’Eritrea. 

Il segretario di Stato norvegese Jøran Kellmyr si è recato in Eritrea per siglare un accordo che permetterà alla Norvegia di rimandare i rifugiati eritrei nel loro Paese. Secondo alcune fonti, anche alcuni funzionari italiani e britannici si sarebbero recati ad Asmara, capitale dell’Eritrea, per raggiungere un accordo simile. 

Per dirla senza giri di parole, alcuni Paesi europei starebbero pagando l’Eritrea per far sì che impedisca ai migranti di partire. L’Eritrea viene spesso chiamata la Corea del Nord africana, a causa della natura repressiva e violenta del regime del presidente del Paese Isaias Afwerki. 

Circa 200 eritrei ogni giorno lasciano il loro Paese di origine. L’Eritrea è il secondo Paese, dopo la Siria, per numero di emigrati che si dirigono verso l’Europa. I soldi che gli emigrati riescono a spedire nel loro Paese dall’estero rappresentano praticamente l’unica fonte di sostentamento per chi è rimasto in Eritrea. 

Secondo un report delle Nazioni Unite, pubblicato l’8 giugno, in Eritrea si è creata una vera e propria “cultura del terrore“. Tra gli elementi denunciati dal report ci sono arresti indiscriminati, torture, stupri e violenze sistematiche, persecuzioni politiche ed esecuzioni. Inoltre, il servizio militare obbligatorio è stato paragonato alla schiavitù. 

Il report, come ha evidenziato Kellmyr, è stato scritto basandosi sui racconti degli eritrei che hanno lasciato il Paese, senza quindi un’investigazione diretta sul campo.

Il ministero per i Rifugiati, l’Immigrazione e l’Integrazione della Danimarca ha pubblicato nel 2014 un report molto contestato, secondo il quale diversi eritrei abbandonano il Paese per ragioni economiche, e non per l’insostenibilità politica del regime.

In seguito alle numerose critiche ricevute, due autori del report si sono dimessi. Leslie Lefkow, vicedirettrice della divisione africana di Human Rights Watch – una Ong internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani – ha definito il report danese “uno strumento politico per bloccare la migrazione.” 

Tuttavia, la pubblicazione è stata citata sia dalla Norvegia che dal Regno Unito, permettendo così a questi due Paesi di adottare una posizione più dura in risposta alle richieste di asilo da parte degli eritrei.

Solo quest’anno, il Regno Unito ha infatti respinto il 23 per cento delle richieste di asilo eritree, il dieci per cento in più di quelle che sono state respinte in tutto il 2014.

“Diversi personaggi europei di rilievo si sono recati ad Asmara, ed è chiaro che ci sia l’intenzione politica di risolvere la crisi dei migranti chiudendo le frontiere sul versante eritreo. Ma questa è una tattica molto pericolosa,” ha riferito una fonte delle Nazioni Unite. 

Si teme che il governo eritreo possa adottare nuovamente una politica violenta per riuscire a scongiurare le partenze degli emigranti. Già a fine 2014, infatti, i militari eritrei avevano ricevuto l’ordine di sparare a vista contro tutti coloro che si aggiravano nelle vicinanze delle frontiere. 

Sia le Nazioni Unite che l’Unione Europea hanno attualmente posto in vigore un embargo sulle armi in Eritrea, e a una lista di individui sono stati vietati i viaggi e bloccati i conti finanziari.