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Ritratti di soldati prima, durante e dopo la guerra

Al 20 per cento dei soldati americani che sono tornati dalla guerra in Iraq è stata diagnosticata la sindrome da stress post-traumatico

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Quando ha sentito la notizia alla radio, Jake, 24 anni di cui quattro passati nell’esercito, ha avuto un attimo di sconforto. “Stiamo abbandonando l’Iraq al suo destino”, ha pensato. Quindi ha preso le chiavi dell’auto e ha guidato per una ventina di chilometri. Destinazione: l’ufficio di reclutamento vicino al suo paese in Arkansas.

La strada è la stessa che ha fatto sei anni prima quando ha deciso di arruolarsi per la prima volta. “Voglio tornare in Iraq, assegnatemi alla mia vecchia unità di fanteria”, ha spiegato Jake, che preferisce l’anonimato, non appena è stato ricevuto nella stanza. Ma l’ufficiale davanti a lui è stato lapidario: “Non c’è posto. Torna a casa”.

Era il 7 giugno. La città irachena di Mosul era appena caduta nelle mani dell’Isis – l’esercito dello Stato Islamico – e tra il milione e mezzo di soldati che dal 2008 al 2011 è stato impegnato in Iraq è cresciuto un senso di irrequietezza e ansia. Dolore e disperazione. Perché per molti di loro questo è un incubo che diventa realtà.

Quelle immagini dei combattenti con in mano armi americane (lasciate all’esercito del Paese dopo il ritiro delle truppe nel 2011) mentre attaccano i villaggi, vengono interpretate come il diretto fallimento dell’operazione “Iraqi Freedom”. Molti soldati sono rimasti in contatto con molte persone in Iraq: interpreti, colleghi, poliziotti.

Al ritorno dall’Iraq al 20 per cento dei soldati viene diagnosticata la sindrome da stress post-traumatico (PTSD). Leggi la storia della giornalista italiana Benedetta Argentieri