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Quel razzista di Farage

Il fondatore dell'Ukip, Alan Sked, racconta chi è davvero l'alleato di Grillo a Bruxelles. E perché le prossime elezioni sono così importanti

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Alan Sked, fondatore del partito britannico antieuropeista Ukip, sta già lavorando alla campagna per un eventuale referendum sull’uscita dall’Unione.

Ci mostra in anteprima i suoi articoli, in cui racconta le meraviglie di una “Brexit” (l’uscita britannica dall’Unione, ndr) e risponde piccato alle provocazioni sui contraccolpi economici che potrebbero derivarne: “Nella City dicono che dovrebbero spostare il nostro settore finanziario a Francoforte o Parigi? Perché mai, devi forse fare parte della Cina per commerciare con i cinesi?”

L’intellettuale, storico della London School of Economics e autorità mondiale in fatto di impero austro-ungarico, lasciò il partito che aveva fondato per i profondi dissidi con Nigel Farage (qui il ritratto di Farage), che gli ha strappato dalle mani la sua creatura.

È arrivata la notizia che Farage vorrebbe cancellare le leggi contro la discriminazione sul lavoro, e ha anche parlato di una quinta colonna di musulmani assassini. Questo la sorprende?

Assolutamente no. Ricordo che quando ero capo dell’Ukip e si andava verso le elezioni del 1997, a un certo punto si pose la questione se fosse il caso di accettare politici provenienti dall’estrema destra nelle nostre fila.

Io ero perplesso e lui per incoraggiarmi mi disse: “che te ne importa di far arrabbiare i negri, tanto i bingo bongo non voteranno mai per noi”. Altri lo trovavano divertente, io inquietante.

Ricordo che mi arrivò una lettera da un elettore della circoscrizione in cui lo candidavo, nello stesso periodo. C’era scritto: “a me sta bene che promuoviate l’istruzione, ma finché il suo candidato non riesce a scriverla correttamente, la parola istruzione, siete poco credibili”.

Io provavo a dargli lezioni di grammatica, ma lui se ne andava sbattendo la porta esclamando “sarà che non capisco le parole”. È un razzista ignorante, tant’è che decisi di lasciare il partito, lo stavano riempiendo di estremisti analfabeti come lui.

Per me l’Unione europea rimane un inutile agglomerato di burocrati che soffre di un gravissimo deficit democratico. L’idea che sia un megafono sul piano internazionale poi è ridicola: sulla politica estera ci spacchiamo ogni volta, dalla prima alla seconda guerra del Golfo, dalla Libia alla Russia.

In tutto ciò, però, l’Ukip è diventato un mostro di Frankestein che fa il gioco di Bruxelles.

In che senso?

Nel senso che, se davvero si andasse al referendum sull’uscita dall’Unione, le persone di buon senso che comprendono l’assurdità del progetto europeo potrebbero votare per restare dentro a causa di Farage.

La consultazione diverrebbe inevitabile in caso di riconferma di Cameron, visto che lo ha promesso e non ci sono gli estremi per riformare i trattati in modo soddisfacente.

E se Farage diventasse l’uomo simbolo della campagna per l’uscita sarebbe la fine: lui pensa di promuovere la causa della “Brexit”, ma non fa altro che delegittimarla.

Invece di sostenerla con serietà, si scaglia contro la libertà di movimento che ci garantisce preziosi flussi migratori, e costringe Cameron ad adattarsi alle sue narrative.

È di qualche mese fa il rapporto della University College London che mostra come non solo gli immigrati siano imprescindibili per la nostra economia, ma contribuiscono in tasse molto più di quanto consumino in servizi e sussidi.

Allo stesso modo, non condivido la partecipazione ipocrita dell’Ukip nelle istituzioni europee. Se sei contro l’Unione la boicotti, non vai al parlamento di Bruxelles per fare il pieno di fondi europei, alzare il dito medio, e prendere l’Eurostar che ti riporta a Londra.

Passiamo all’economia. L’austerity di Osborne sembra aver funzionato, l’economia cresce.

In realtà l’economia ha cominciato a crescere negli ultimi tre anni, una volta superato il biennio di austrity. E comunque Osborne, il grande sostenitore dello stato “minimale” che scoppiò in lacrime ai funerali della Thatcher, non ha raggiunto l’obiettivo dichiarato di azzerare il deficit primario in questo parlamento.

Ciò che sostiene di voler fare, cioè raggiungere un cospicuo surplus nel corso della prossima legislatura, è semplicemente irrealizzabile. In questo i laburisti hanno ragione, non possiamo riportare lo stato sociale ai livelli degli anni trenta del Novecento.

Hanno ragione anche sui benefici diseguali della ripresa, che ha favorito le classi più agiate mentre gli altri pagavano il prezzo delle contrazioni fiscali e del crescente costo della vita.

In più mi chiedo come i conservatori pensino di far quadrare i conti: le pensioni e la sanità non le vogliono toccare, visto che il loro elettorato è perlopiù anziano, e allo stesso tempo vogliono aumentare la spesa per la difesa.

Sono sensibili alle sollecitazioni degli americani, che vedono il nostro budget militare scivolare pericolosamente verso il 2 per cento del Pil, minimo richiesto dalla Nato.

In ballo c’è anche il nucleare: il programma “Trident” che lo gestisce richiede un investimento significativo entro il 2016.

Già, e sarebbe davvero insensato smantellarlo ora. Il Medio Oriente è in fiamme e Putin sembra fare sul serio: perché rinunciare alla deterrenza? Certo, la chiusura di “Trident” rimane nel programma dell’Snp (Partito Nazionalista Scozzese).

Grazie all’uninominale maggioritario secco, che avvantaggia i partiti con una forte concentrazione territoriale, l’Snp potrebbe arrivare ad avere 40 seggi e fare un accordo di coalizione con il Labour.

Cameron l’ha definita “un’alleanza fra quelli che vogliono spaccare il Regno Unito e quelli che vogliono mandarlo in bancarotta”. Se dovesse concretizzarsi, i laburisti dovrebbero concedere qualcosa ai miei compatrioti scozzesi.

Tuttavia, più che rassegnarsi a chiudere il programma nucleare, credo Miliband si lascerebbe convincere a cedere il controllo delle politiche fiscali al parlamento di Edimburgo.

In questo modo scongiurerebbe l’eventualità che i nazionalisti spingano per un nuovo referendum, visto che la cosiddetta “devolution max” (la forma più completa di devolution, ndr) lascerebbe soltanto difesa e esteri nelle mani di Westminster.

Anche Cameron potrebbe scegliere di addomesticare il nazionalismo scozzese in questa maniera, in caso di riconferma.

Per l’Economist è probabile che questa legge elettorale venga messa in discussione, visto che non è più in grado di garantire governi stabili e sacrifica eccessivamente i partiti medio-piccoli.

Non sono d’accordo che lasciare fuori dal parlamento i più piccoli con il “First Past the Post” (l’uninominale maggioritario secco, ndr) sia “poco democratico”.

E ritengo assurdo pensare di riformare la legge elettorale nella direzione del proporzionale, visto che comporterebbe non meno ma molta più instabilità.

È vero, i partiti tradizionali sono in crisi e di conseguenza i governi sono meno forti. Se nel 1951 Labour e Tory ottenevano insieme il 97 per cento dei consensi, a maggio staranno fra il 60 e 70 per cento.

Cameron e Miliband sono leader deboli che potrebbero essere rimpiazzati presto. Per i conservatori penso a Boris (il sindaco di Londra Johnson, ndr) o Theresa May.

Chuka Umunna, il cosiddetto “Obama d’Inghilterra”, potrebbe invece sostituire Miliband: l’attuale leader ha restituito al partito la vecchia identità socialista dopo la parentesi blairiana, con le sue proposte interventiste sul prezzo dell’energia, sul settore bancario e le tasse sulle corporazioni, ma è troppo impacciato e non ha carisma.

Chiunque vinca il sette maggio dovrà formare una coalizione: i liberal-democratici, che sono sempre inclini ad opportunismi, escono dimezzati da una legislatura a fianco dei Tory e non è detto possano fare da unico partner.

L’Ukip difficilmente potrà essere utile in questo senso: proprio a causa del “First Past the Post” non può andare oltre un paio di seggi, è troppo diffuso sul territorio. In fin dei conti non escludo neppure una grande alleanza fra i due partiti principali.

Questo articolo è uscito su l’Espresso