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La tirannia del selfie

L'avanzata inarrestabile della moda del selfie è sintomo di un crescente narcisismo nella nostra società

Immagine di copertina

C’è un pellicano a cui sono affezionato, che vive perlopiù su una piccola isola rocciosa nel lago di St. James Park ma che ogni tanto viene a riva per socializzare con i passanti. Ha un’aria altezzosa, imperturbabile, come tutti i pellicani, ed è interessato alle persone meno di quanto le persone siano interessate a lui.

Finché non cerchi una relazione duratura, il pellicano socializza con te, passeggia un po’ con te e si siede accanto a te su una panchina.

Ma si rifiuta di diventare la figura di secondo piano del tuo selfie. Se vuoi fare una foto a lui, allora va bene, ma se vuoi farti una foto insieme a lui per semplice sfizio non te lo lascerà fare.

L’ultima volta che l’ho visto era di cattivo umore. Faceva rumore con le posate di plastica per insalata che utilizza per catturare i pesci, minacciando di mordere chiunque si avvicinasse troppo, per poi tornare in acqua, nonostante avesse chiaramente voglia di starne fuori per un po’.

Tutto ciò perché una turista si era messa di fianco a lui e aveva tirato fuori un bastone con in cima uno smartphone. C’era lei, raggiante nel suo obiettivo a distanza, e c’era lui, che doveva fungere da elemento di contorno.

Aveva ragione a sentirsi offeso. Un bastone per i selfie, come implica il nome stesso, è uno strumento nelle mani degli egocentrici, un parafulmine del narcisismo, che funge da ponte di collegamento tra la persona che si fa la foto e il dispositivo che la scatta, escludendo tutto il resto.

Si cerca sempre di evitare di invadere il campo del fotografo di turno, anche se ciò significa a volte aspettare per mezz’ora su un ponte stretto, in attesa che colga l’immagine perfetta.

Ma chi oserebbe mai entrare nel campo visivo controllato da un bastone per i selfie? Piuttosto camminerei tra due innamorati che si baciano.

La stessa idea di un bastone per i selfie possiede alcuni paradossi, non ultimo l’illogicità di aggiungere ingombranti attrezzature fotografiche a un dispositivo la cui virtù principale risiede nell’essere molto leggero e abbastanza piccolo da stare in un taschino.

Dopo il bastone da selfie, che ne diresti di un treppiedi, un insieme di luci da studio, e un kit di riflettori? Quanto tempo trascorrerà prima di non poter più andare in vacanza senza un assistente fotografico che trasporti il nostro armamentario da smartphone al posto nostro? Più si va avanti, più si cade in basso.

Per evitare che urtino e facciano cadere vasi della dinastia Ming, o che buchino un quadro post impressionista, i bastoni da selfie sono stati messi al bando da gallerie d’arte e musei.

Bene. Adesso vietiamoli nei parchi per evitare che venga lesa la dignità dei pellicani. Ma il bastone è una questione secondaria. È il concetto stesso del selfie che dovrebbe preoccuparci. 

Siamo narcisisti in ogni angolo delle nostre vite, affascinati dal pensiero più banale che avanza nel nostro cervello; lo postiamo per i nostri amici, comunichiamo ogni fitta di sentimento, ogni impulso passeggero, diciamo a gente che non conosciamo a che punto siamo arrivati di libri di cui non hanno mai sentito parlare.

Sono stato in gruppi di lettura in cui i partecipanti discutono su chi sono e su cosa pensano, e vanno via, dopo essersi abbuffati di cottage pie e aver bevuto vino, convinti di aver compiuto un viaggio nella mente di uno scrittore, anche se non hanno – neanche per un singolo secondo – lasciato la loro.

Il “sé” è un’entità che si atrofizza facilmente. In assenza di disaccordo e sfida cadiamo in schemi di omologazione mentale, credendo ciò che gli altri credono, vestendoci, provando sentimenti, e pensando allo stesso modo, temendo ciò che è diverso da noi, sicuri solo in compagnia di persone che scattano le stesse fotografie alle stesse facce con le stesse macchine fotografiche, finché, alla fine, tutta la vita diventa un grande indistinguibile selfie.

* Howard Jacobson è un giornalista, editorialista e conduttore televisivo britannico. Ha scritto questo testo per la rubrica radiofonica “A point of view” del network britannico Bbc. Traduzione a cura di Anna Ditta. Per leggere per intero l’articolo in lingua originale clicca qui.