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La fine della dolce vita

Il Financial Times racconta il declino incessante che ha colpito l'Italia

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Siedono a chiacchierare sui gradini della basilica di San Petronio a Bologna, riluttanti a spendere un euro per bere un espresso al tavolino del bar.

Sciamano lungo le vie del mercato all’aperto di Reggio Emilia, dove i prezzi partono da 50 centesimi e un paio di scarpe costa 6 euro.

Sono altamente istruiti, ma costretti a svolgere lavori umili per datori di lavoro anziani e meno qualificati di loro, spesso gratuitamente.

Sono la “generazione perduta”, i giovani italiani, principali vittime della crisi economica. Lo scrittore e giornalista Simon Kuper racconta così sul Financial Times ciò che ha visto questo autunno durante tre viaggi nel nord Italia, che ha compiuto perché voleva “capire come il declino incessante cambi il modo in cui vive un Paese”.

La parola “crisi” pare infatti non bastare più per descrivere la situazione italiana. Per John Foot, lo storico inglese, una crisi è necessariamente un fenomeno limitato nel tempo. L’Italia, al contrario, continua incessantemente il suo declino dal 1945, così come non ha fatto quasi nessun altro Paese sviluppato.

“La piramide demografica italiana funziona così”, spiega Kuper, “al vertice gli anziani, che possono contare su pensioni cospicue, sotto di loro uomini e donne di mezza età, che hanno in genere un posto fisso, mentre in fondo ci sono i giovani, che lottano per contratti temporanei”.

“Non è che si possono avere progetti di vita, come avere un bambino o acquistare una casa”, dice Marianna Albini, una giovane scrittrice. “Se hai un contratto per sei mesi, ti chiedi se dovresti iscriverti palestra”, dice ridendo al giornalista. Ma questo ha anche aspetti positivi, secondo lei. “Se non hai possibilità di fare carriera, rimanere oltre l’orario di lavoro in ufficio è inutile. Al contrario, gli italiani più giovani cercano di realizzarsi al di fuori del lavoro, in progetti personali come i blog o le relazioni”.

Un’altra soluzione è lasciarsi la vita alle spalle ed emigrare. “La moglie di un banchiere mi ha raccontato di una recente festa per l’élite di Milano dove quasi tutti sembravano aver mandato i loro figli all’estero”, racconta Kuper, “Quando anche l’élite fugge, c’è un problema”.

La conseguenza di questa situazione è il disincanto. “Reggio Emilia, per esempio, è scivolata dal comunismo all’indifferenza”, spiega il giornalista. “Le passioni politiche sono così esauste che anche l’eterna “guerra fredda” tra destra e sinistra in Italia è andata scemando”.

Per Kuper il Paese ha un’ultima grande risorsa: la qualità della vita. Ma come sfruttarla?

“Un futuro plausibile è quello dell’Italia come Eataly, un immenso tempio del cibo con alcuni musei annessi, una messinscena per gruppi turistici asiatici. L’Italia può sicuramente fare di meglio, ma nessuno di coloro con cui ho parlato riusciva a vedere come”.