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Gli indigeni delle Andamane

La sopravvivenza della tribù indiana degli Jarawa è messa in pericolo dal turismo e dai contatti con l'esterno

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Un cartello all’ingresso della riserva avverte i visitatori di non fotografare, dare cibo o interagire con gli Jarawa. Eppure, nonostante una sentenza della Corte Suprema Indiana che nel 2002 ordinava di mettere fine ai “safari umani”, ogni giorno convogli di jeep e autobus carichi di turisti armati di fotocamere percorrono la strada che attraversa la foresta degli Jarawa, con la speranza di avvistare gli indigeni.

Gli Jarawa sono una delle diverse tribù che abitano l’arcipelago delle Andamane, a sud-est della penisola indiana, la cui sopravvivenza è minacciata dal contatto con l’esterno, che ne ha già decimato i membri. Jarawa, Onge, Grandi Andamanesi e Sentinelesi sono arrivati nell’oceano Indiano durante le prime migrazioni dall’Africa 55mila anni fa. Sopravvivendo di caccia e dei frutti della foresta, per secoli sono stati gli unici abitanti dell’arcipelago.

Quando gli inglesi conquistarono le Andamane – avamposto strategico nel Golfo del Bengala – centinaia d’indigeni morirono nel difendere il loro territorio o per le malattie portate dall’invasore. Negli ultimi quattro decenni invece, gli insediamenti dei coloni venuti dal continente – bengalesi, tamil e bangladesi – si sono espansi a macchia d’olio, a danno delle tribù e del loro territorio.

“Negli anni Settanta il governo indiano decise di trasferire i Grandi Andamanesi sull’isola di Strait Island per favorire gli insediamenti”, spiega Denis Giles, giornalista, attivista e fondatore del giornale Andaman Chronicle. “Il risultato è stato disastroso”. La tribù è scomparsa, degli 8mila membri, oggi ne restano 53. “Hanno dimenticato la loro lingua, la loro identità e i loro antenati. Molti bevono o chiedono l’elemosina. Hanno perso la voglia di vivere”, continua Giles, le cui inchieste hanno contribuito a tenere alta l’attenzione sugli abusi subìti dagli indigeni.

Delle tribù, solo i Sentinelesi, che vivono sull’isola di North Sentinel, a sudovest dell’arcipelago, sono riusciti a evitare il contatto con l’esterno (e quindi sopravvivere) grazie a un’indole schiva e aggressiva. Le varie “missioni di contatto” sono state respinte (tranne qualche raro caso) da una pioggia di frecce scoccate dagli indigeni schierati sulla spiaggia. Anche gli Onge sono stati decimati dal contatto con i coloni. Costretti a vivere in una riserva sull’isola di Little Andaman, che un tempo era la loro terra, oggi dipendono dalle razioni di cibo del governo. Il tasso di suicidi, alcolismo e depressione tra gli Onge è in aumento, come riportato dall’organizzazione a difesa dei popoli indigeni Survival International.

Non è certo il primo caso di tribù nomadi o popoli indigeni distrutti dal tentativo di integrarli nella società dominante. In India lo chiamano “mainstreaming”, cioè la politica che vorrebbe imporre stili di vita “evoluti” a popoli considerati “primitivi”, caldeggiata dall’unico parlamentare eletto in rappresentanza delle Andamane, Bishnu Pada Ray del Bharatiya Janata Party (Bjp).

Il destino toccato ai Grandi Andamanesi e agli Onge dovrebbe spingere l’amministrazione locale a rispettare il diritto all’autodeterminazione degli Jarawa, una tribù di 350 individui che vive oggi in una riserva di 765 chilometri quadrati tra South e Middle Andaman. Malattie, abusi, bracconaggio e sfruttamento sono solo alcune delle minacce derivanti dal contatto con l’esterno, analizzate in un dossier dell’Unesco.

L’Andaman Trunk Road passa proprio in mezzo al loro territorio: costruita negli anni Settanta, la strada collega il sud dell’arcipelago agli insediamenti nel nord. La chiusura del tratto che attraversa la riserva degli Jarawa, sostenuta da antropologi e attivisti, è oggetto di una campagna di Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, che chiedeva la creazione di una rotta marittima alternativa che bypassi la riserva.

“Ogni giorno turisti e coloni invadono la foresta degli Jarawa, senza avere il consenso della tribù”, afferma Sophie Greig, portavoce della campagna di Survival, “l’unica possibilità di sopravvivenza per gli Jarawa sta nel rispetto dei loro diritti territoriali.” La costruzione della strada alternativa doveva iniziare entro marzo 2015, ma la burocrazia continua a rallentare il processo. Sembra mancare la volontà politica, mentre l’amministrazione sostiene e favorisce progetti di sviluppo legati al turismo.

Nel 2012 un’inchiesta del settimanale britannico The Observer aveva creato grosso scalpore riaprendo il dibattito sulle tribù. Il video mostra delle donne Jarawa costrette a danzare di fronte ai turisti in cambio di cibo. “Balla!”, intima l’uomo a un gruppo di donne seminude sul ciglio della strada, “Balla per me!” Anche l’Andaman Chonicle ha più volte portato alla luce gli abusi subiti dagli indigeni, come quando nel 2014 ha pubblicato l’intervista di un uomo Jarawa che denunciava i frequenti stupri delle loro donne e le incursioni nel loro territorio.

“Sono convinto che gli Jarawa, prima o poi, dovranno uscire dalla foresta: sono coscienti che esiste un mondo lì fuori”, aggiunge Giles, nella minuscola redazione del giornale che manda avanti da solo, “ma devono essere loro a scegliere come e quando fare questo passo.” Eppure qualcosa sembra finalmente far ben sperare: un workshop che si è tenuto lo scorso dicembre ha riunito studiosi, antropologi, attivisti ed esperti per discutere delle tribù e della loro delicata sopravvivenza. Un segnale importante che potrebbe determinare, finalmente, un cambiamento di rotta.