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Il problema non è la messa in scena

Checché ne dica il World Press Photo. Il commento di Laura Aguzzi

Immagine di copertina

Quest’anno il fotografo italiano Giovanni Troilo ha vinto il primo premio del World Press Photo 2015 nella categoria contemporary issues.

Il premio però gli è stato ritirato qualche giorno più tardi, in seguito alle polemiche che sono sorte, tra cui una lettera del sindaco della città belga di Charleroi – soggetto fotografico delle immagini che sono valse il primo premio a Troilo – indirizzata alla giuria del World Press Photo, in cui incolpava il fotografo italiano di aver seriamente distorto la realtà della sua città.

Qui di seguito il commento della fotografa e giornalista italiana Laura Aguzzi.

Capita sempre, è capitato a tutti in tutte le discussioni: prima o poi arriva qualcuno e bolla il dibattito come inutile.

Oggi per esempio è successo con l’intervento di Christiane Caujolle su Internazionale, relativo all’assegnazione e poi al ritiro del World Press Photo al fotografo italiano Giovanni Troilo.

Con tutto il rispetto e la deferenza che si deve a un illustre photoeditor, e al fondatore dell’agenzia Vu, Caujolle se la prende con le “vecchie tentazioni conservatrici di un giornalismo arrogante”.

Afferma che chi critica Troilo non sa apprezzare l’estetica contemporanea e arroga alla sola fotografia il potere dell’artifizio e della mistificazione della realtà. Beh, verrebbe da dire che le cose non stanno proprio così.

Se per Caujolle la fotografia è inadatta a raccontare la verità – poiché è “tutta una questione di scelta di inquadrature, di estetica, di costruzione di briciole di realtà scomposte, ricomposte e messe insieme” -, forse è necessario chiarire che lo stesso problema si riscontra nella parola, scritta e parlata.

Ogni narrazione è di per se una costruzione: lo è la fotografia così come la scrittura e quindi, per derivazione, il giornalismo. Anzi, volendo spingere il discorso più in là, dal punto di vista ontologico si potrebbe dire che la verità è semplicemente inesistente, perché sfugge alla percezione.

Eppure tutti conosciamo la nozione di onestà intellettuale. Un po’ come quando andiamo a una festa, che in realtà non è niente di che, dove c’è un tipo con delle orecchie da coniglio: d’un tratto la festa nel racconto diventa il rave party dell’anno, pieno di tizi geniali e di conigliette di playboy.

Ecco, quando lo fai, lo sai che stai bluffando. E non ti viene in mente come motivazione che il linguaggio è inadatto a raccontare la verità. Dipende dall’uso che ne fai.

Troilo ha fatto una roba del genere: ha preso una città depressa, l’ha scelta casualmente per i suoi legami personali, e ne ha fatto l’emblema della dissoluzione morale europea.

Nella sua intervista a Michele Smargiassi per Repubblica, Troilo solleva un punto interessante dicendo: “Andiamo spesso a cercare le stesse cose in altri continenti, dove risultano credibili, magari solo per esotismo… Io ho voluto mostrare che un lato oscuro esiste anche qui, ma non l’ho inventato, esiste davvero, io l’ho raccontato”.

Tutto molto bello, ma purtroppo la sineddoche – ovvero l’utilizzo della parte per il tutto – non è quello che emerge dal suo lavoro fotografico. Il messaggio che passa invece è che la città belga di Charleroi è l’eccezione, non la regola.

Con il suo corredo di orge, droga, armi e via dicendo: come se queste cose esistessero solo lì. E invece no, semplicemente Charleroi non è il cuore nero d’Europa. O almeno non più di quanto lo possano essere Torino, Milano o Perugia, per fare degli esempi.

Christiane Caujolle punta il dito contro i puristi della realtà nuda e cruda: e infatti il problema non è nella messa in scena, per quanto ne dica il World Press Photo. Non tutti quelli che criticano Troilo sono contrari alla “costruzione” della fotografia.

Esistono lavori di messa in scena eccezionali che riescono a trasmettere un’informazione in maniera assai più efficace di una fotografia della mera realtà.

Penso ad esempio al lavoro del fotografo Daesung Lee, sulla desertificazione della Mongolia, “Futuristic Archeology”. Non si tratta forse di fotogiornalismo? Certo che si.

E in questo senso il dibattito sul premio conferito a Troilo potrebbe davvero essere l’opportunità per rivedere alcune vecchie concezioni di premi e festival, quelle si, avulse dalle possibilità di narrazione fotogiornalistica contemporanea.

Nelle critiche a Troilo non c’è neanche necessariamente la nostalgia di un’estetica antica, come si afferma altrove in maniera un po’ deterministica: a me l’estetica di Troilo piace.

L’applicazione del linguaggio pubblicitario a un lavoro fotogiornalistico non è necessariamente un male. Anzi. È la costruzione della notizia, ovvero ciò che lega il termine “foto” a quello di “giornalismo”.

Il lavoro di Troilo è molto bello. Semplicemente non è fotogiornalismo. E la colpa non è del fotografo, che bravo è, e bravo rimane. Ma di chi ha scelto di conferirgli un premio diverso da quello che meritava.