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Praticare l’Islam in pantaloni corti

Una riflessione di una ragazza musulmana che vive negli Usa da 19 anni sul significato di essere fedeli all'Islam

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Lo scenario che sto per descrivere mi è capitato più volte di quante ne possa contare, in più città di quelle che riesca a ricordare, soprattutto in quelle occidentali, qui negli Stati Uniti e in Europa.

Entro in un negozio. C’è una donna che sta facendo compere nel negozio che riesco chiaramente a identificare come musulmana. In alcuni di questi scenari lei è in piedi dietro alla cassa a sistemare i conti e dare il resto ai clienti. Indossa un velo.

È legato stretto sotto al suo volto, dove la testa incontra il collo. Le braccia sono coperte fino ai polsi. Le caviglie sono nascoste dietro a pantaloni larghi o un lungo vestito ondulante.

È musulmana. Lo so. Tutti quelli intorno a lei lo sanno. La fisso brevemente e penso: “Non sa dire se la sto fissando perché la trovo uno spettacolo o perché riconosco in lei qualcosa che condividiamo.”

Mi rendo conto che questo deve metterla a disagio, allora allontano lo sguardo. Voglio dire qualcosa, qualcosa che indichi che non la sto fissando perché non sono abituata a vedere ragazze vestite in quel modo.

Vorrei dirle qualcosa che lasci trapelare che mia madre si veste come lei. Che sono cresciuta in uno stato arabo che tocca il golfo Persico, dove la maggioranza delle donne si veste come lei. Che anch’io mi rivolgo a est e recito il Corano quando prego.

“Dovrei salutarla con A’salamu alaikum?” mi chiedo. Poi mi accorgo dei vestiti che ho scelto di indossare oggi. Un paio di pantaloncini corti in denim usurato, una camicia Oxford a bottoni e sandali.

I miei capelli sono una grossa, riccia entità sopra la mia testa; ancora asciugandosi al vento dopo la doccia mattutina. Poi mi ricordo dei miei due anelli al naso, uno alla narice destra, l’altro comodamente appeso al mio setto nasale.

Gli anelli sono diventati parte del mio volto. Non li noto finché non mi devo soffiare il naso o incontro qualcuno non abituato ai piercing facciali.

Decido di non dirle nulla. Faccio finta che non abbiamo niente in comune e che io non capisco la sua lingua madre o la lingua in cui prega.

Il motivo per cui decido di non interagire con lei è che non sono pronta a un eventuale sguardo giudizioso dalla testa ai piedi. Non voglio leggere la sua mente quando con esitazione mi risponderebbe “Wa’alaikum a’salam.”

Sono colpevole di giudicare e proiettare i miei pensieri su di lei prima ancora di darle una possibilità di ricevere quest’informazione e di rispondere. È sbagliato.

La mia esitazione in queste situazioni deriva dalla consapevolezza che un numero considerevole di persone della mia religione guarda persone vestite come me e ci etichetta come donne che hanno perso la strada e deviato dal sentiero dell’Islam.

Io non mi copro le cosce, figuriamoci le caviglie. (Le scuole di pensiero islamiche più diffuse considerano le caviglie di una donna come “awrah”, ovvero una parte intima del corpo, e scoprirle è senza dubbio un peccato).

Nulla della mia apparenza esteriore dimostra o rappresenta il mio credo. Alcuni potrebbero anche conoscermi meglio e etichettarmi comunque come una musulmana non praticante: bevo whisky e fumo marijuana regolarmente.

Eppure sono una musulmana praticante. Prego (qualche volta), digiuno, recito la supplica di viaggio prima di far partire la macchina, pago il mio zakkah (una pratica annuale di beneficenza obbligatoria per tutti quelli che se la possono permettere) e, cosa più importante, mi sento molto musulmana.

Ce ne sono molte come me. Non crediamo in una pratica monolitica dell’Islam. Amiamo l’Islam, e proprio perché lo amiamo così tanto ci rifiutiamo di ridurlo a uno stile di vita inflessibile e fossilizzato.

Eppure, non sembriamo appartenere a nessun tipo di Islam. Siamo più a nostro agio a passare per non-musulmane, se questo ci risparmia da una o più delle seguenti.

Avvertimenti non richiesti riguardo il tipo di punizione che ci aspetta all’inferno, consigli non voluti da uno sconosciuto che esordisce con “Io sono come il tuo [inserisci parente]”, o una lezione improvvisata, direttamente da un libro di testo wahhabita che trovavo ridicolo già a 13 anni.

Gli studi islamici sono stati parte integrante della mia educazione formale fino a quando non mi sono diplomata negli Stati Uniti. I libri di testo che usavamo provenivano dall’Arabia Saudita, la nazione che conta il maggior numero di seguaci appartenenti alla setta wahhabita dell’Islam.

La prima volta che ho realizzato che potevo esprimere a voce quanto senza senso fossero questi libri, è stata quando stavo guardando un film con mia madre riguardo una famiglia che aveva perso uno dei loro bambini a causa di una malattia terminale. Credo che avessi avuto 6 o 7 anni.

Mia madre ha detto qualcosa del tipo: “So che Allah ha un posto speciale in paradiso per le mamme che hanno perso i loro figli in giovane età.”

Ho guardato mia madre e le ho chiesto: “Anche se non sono musulmane?”. Senza interrompere lo sguardo dalla TV, mi ha risposto: “Anche se non sono musulmane.”

Questo era tutto il permesso di cui avevo bisogno per cominciare a credere in un Dio più compassionevole di quello descritto in questi libri di testo.

I miei genitori sono abbastanza religiosi. Non sanno che fumo e bevo. Sinceramente non sono sicura di come reagirebbero se lo sapessero, ma non sono esattamente pronta a scoprirlo.

Hanno incoraggiato me e mia sorella a indossare il velo, ma non ci hanno costrette a farlo. Come la maggior parte dei genitori, non volevano che ci mettessimo cose troppo scoperte o appariscenti. Non approverebbero che indosso i pantaloncini.

Quando è divenuto sufficientemente chiaro che non pregavamo cinque volte al giorno, loro rimanevano in silenzio e di tanto in tano ci parlavano dei benefici della preghiera.

Mia madre amava leggere romanzi di scrittori americani. Amava i film. Amava la musica. Ha cercato tanto di memorizzare il Corano, ma era convinta di aver cominciato troppo tardi.

Hanno accolto i nostri amici maschi e non ci hanno guardate con sospetto quando uscivamo di casa con loro. I miei genitori speravano che i loro figli avrebbero scelto di seguire i loro passi, ma si fidavano delle nostre scelte.

Sono convinta che esplorare e vagare con la mente siano le ragioni per cui so di essere musulmana. Imparare del Buddismo mi ha avvicinata all’Islam perché mi ha insegnato cosa vuol dire arrendersi, una lezione che nessuno dei miei insegnanti di studi islamici era riuscito a trasmettermi, nonostante questo sia proprio il significato letterale dell’Islam.

I miei insegnanti di studi islamici mi hanno insegnato come essere ossessionata dal mondano – da tutte quelle cose che sto sbagliando e che renderanno vane le mie preghiere.

Mi hanno insegnato il senso di colpa. Mi hanno insegnato la paura. Mi hanno insegnato che è molto difficile essere una brava musulmana.

Non ho mai rifiutato l’Islam, ho solo preso una pausa dalle preghiera per senso di colpa. Volevo vedere se potevo essere motivata a tornare al mio tappetino di preghiera. Potevo. Ci sono tornata quando la mia vita mi è sembrata vuota senza la preghiera.

Pregavo per gratitudine. Pregavo e mi dava pace. Le abluzioni presto divennero sempre meno un modo per schizzarci l’acqua addosso l’un l’altro, ma più una purificazione quotidiana. Un battesimo.

Ho smesso di essere ossessionata dalle piccole cose e il mio nuovo mantra era “Al-‘amal bil niyat”, che significa che le azioni dipendono dalle intenzioni. L’altro mio mantra era “Al deen yusr”, che si traduce in la religione è sollievo.

Esplorare e vagare con la mente mi hanno dato gli strumenti di cui avevo bisogno per poter guardare in maniera critica all’ipocrisia dell’ulama’a (elite/studiosi/chierici islamici).

Ho realizzato che non dovevo praticare la mia religione dal punto di vista di un gruppo di persone misogine. Due anni fa, ho denunciato la maggior parte degli hadith (tradizioni e modi dire profetici), fiqh (giurisprudenza islamica) e tafseer (interpretazione) perché queste tre cose, che giocano un ruolo fondamentale nel come viene praticato l’Islam oggigiorno, sono filtrate attraverso la prospettiva di musulmani per cui l’estrema patriarchia è la norma.

Non ho denunciato tutti gli hadith. Ho tenuto quelli che indiscutibilmente mi facevano essere una persona migliore, insegnandomi una lezione di moralità, gentilezza e pazienza.

I due mantra che ho menzionato sopra erano, infatti, adottati da hadith. Il mantra, “la religione è sollievo” è dal hadith trasmesso da Abu Hurayra, uno dei compagni del Profeta e il mantra “le azioni dipendono dalle intenzioni” è stato trasmesso da Umar ibn al-Khattab, uno dei successori del Profeta.

Prima ho detto che ce ne sono molti come me. Esterni, inadeguati, passando per non-musulmani in presenza di altri musulmani. Quando discutiamo con loro, la nostra idea di religione è scartata come una fase ribelle o un’esigenza di mischiarci con la maggioranza di non musulmani appartenenti alla società in cui viviamo.

Nonostante questo senso di non appartenenza, noi non siamo tormentati da questa esistenza. Viviamo vite molto salutari, dinamiche e variegate. Abbiamo instaurato rapporti e trovato terreno comune con molti gruppi di persone differenti, e non ci sentiamo reietti.

Abbiamo accettato che finché non avverrà un cambiamento culturale drastico, continueremo a vivere vite doppie o multiple.

In questi giorni ho un nuovo mantra, un breve surah intitolato Al-Kafirun (i Miscredenti). Per me i miscredenti, comunemente intesi come coloro che non credono in Dio e il Profeta, prendono anche le sembianze di coloro che non credono che anch’io sono musulmana.

L’ultima ayah recita “Lakum deenakum wa liya deen”, ovvero: a te la tua religione, a me la mia. Una frase semplice che racchiude il potere di unirci nonostante le nostre differenze. Un verso che mi dà la forza di sorridere e salutare una donna con il velo senza paura di essere giudicata.

Thanaa El-Naggar è una blogger che vive negli Stati Uniti da 19 anni. Il suo articolo originale è stato pubblicato qui

(Traduzione a cura di Sabika Shah Povia)