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Il rapporto di Amnesty sui diritti umani

Nel rapporto relativo al 2014, Amnesty International ha criticato duramente la situazione dei diritti umani nel mondo

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“Questo è stato un anno devastante per coloro che difendono i diritti umani e per chi soffre nelle zone di guerra”.

A parlare è Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, che ha commentato così l’uscita del rapporto annuale della Ong relativo agli eventi del 2014.

Lo studio ha preso in esame la situazione politico umanitaria in 160 Paesi.

In 35 di essi, gruppi armati come Boko Haram, lo Stato islamico o Al Shabaab hanno costantemente violato i diritti umani. In almeno 18 Paesi sono stati commessi crimini di guerra o violazioni delle regole dei conflitti. 

Nell’82 per cento delle nazioni prese in considerazione dalla Ong sono avvenuti maltrattamenti e torture. In oltre un terzo dei Paesi, invece, i governi hanno privato della libertà cittadini colpevoli esclusivamente di avere esercitato i loro diritti.

In tre quarti dei Paesi esaminati i governi hanno limitato le libertà d’espressione, mentre sono 78 i casi dove lo Stato ha criminalizzato i rapporti omosessuali.

Amnesty International ha anche chiesto ai cinque stati che sono membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di rinunciare al loro diritto di veto per favorire l’intervento internazionale in favore della salvaguardia dei diritti umani.

Secondo Amnesty, infatti, l’organo delle Nazioni Unite sarebbe colpevole di non essere intervenuto in situazioni umanitarie precarie come quelle che si sono verificate in Siria o a Gaza.

La Ong ha criticato duramente il governo italiano in seguito alla fine della missione Mare Nostrum nel Mediterraneo, che ha permesso di salvare oltre 150mila migranti, e che ha lasciato sola la Guardia costiera italiana ad affrontare la questione. 

Soltanto nel 2014, sono stati 3.400 i migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo durante il viaggio della speranza per raggiungere l’Europa.

“Dobbiamo sperare che il 2014 sia stato il punto più basso dove abbiamo vissuto finora. Da qui possiamo ripartire e creare un futuro migliore”, ha concluso Amnesty.