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A lezione di finanza con i New York Yankees

Capire le basi della finanza grazie al contratto milionario di un giocatore di baseball dei New York Yankees

Immagine di copertina

Come tutti i tifosi di baseball sapranno, i New York Yankees hanno un problema con A. Rod. Nel caso non abbiate idea di chi stia parlando, A. Rod è Alex Rodriguez, terza base dei New York Yankees, che nel dicembre 2007 ha firmato uno dei contratti più ricchi nella storia dello sport. (Recentemente, Rodriguez ha fatto notizia per uno scandalo legato al doping).

Gli Yankees, abbagliati dai risultati raggiunti da A. Rod nel 2007 ed estasiati dalla possibilità che potesse diventare facilmente il ‘re degli home run’ (con 500 già battuti sembrava potesse facilmente arrivare al record di Barry Bonds, che nella sua carriera ne aveva messi a segno 762), gli hanno fatto firmare un contratto della durata di 10 anni, che lo ha legato al club fino all’età di 43 anni.

Il costo di questa operazione è stato di 275 milioni di dollari (con numerosi bonus in caso dell’abbattimento del precedente record). I cinque anni successivi non hanno soddisfatto le aspettative: per A. Rod il fondo è stato raggiunto nel post season del 2012, quando la sua debole battuta lo ha portato a diventare una riserva per le ultime due partite contro i Detroit Tigers.

Ora gli Yankees devono ancora 114 milioni di dollari per i prossimi cinque anni a una terza base di 38 anni, per di più con la tendenza a infortunarsi facilmente, che sembra aver perso improvvisamente il suo talento da battitore e non riesce più a fare un home run.

Cosa dovrebbero fare gli Yankees con Rod?

Se seguono uno dei primi principi finanziari, il loro impegno contrattuale di 114 milioni di dollari non dovrebbe influenzare le loro future decisioni. Quindi se pensano che il livello di A Rod attuale valga solo 3 milioni all’anno per 5 anni, dovrebbero considerare l’ipotesi di cederlo ad un altro club (presupponendo che lui sia d’accordo) che offra anche solo poco più (diciamo 3.1 milioni all’anno), e pagare il resto del contratto (circa 100 milioni).

Lo faranno? Non penso, perché ogni accordo di questo tipo sarebbe un’ammissione del terribile errore commesso cinque anni fa. Invece, cosa più probabile, pregheranno che con l’inizio della prossima stagione A Rod scoprirà la fonte della giovinezza che lo rendeva formidabile e tornerà ad alti livelli.

Il principio finanziario a cui mi riferivo è quello dei costi sommersi e chiunque abbia una base di finanza dovrebbe conoscerlo. Un investimento già sostenuto o che sei costretto ad adempiere per contratto dovrebbe essere ignorato nelle decisioni che si devono prendere successivamente alla sottoscrizione.

Questa regola, è più facile da spiegare che da mettere in pratica, ecco un esercizio che vi farà capire il perché:

1A. Diciamo che tu sia il manager di un’azienda che sta sviluppando un nuovo prodotto e che per completarlo dovresti spendere altri 100 milioni. Diciamo ora che tu abbia appena appreso che un concorrente ha sviluppato un prodotto inferiore e che costa meno, e che lo lancerà nel mercato nello stesso momento in cui lo farai tu. Spenderesti quei 100 milioni?

a) Si

b) No

1B. Ora consideriamo la situazione precedente, ma diciamo anche che hai già speso 900 milioni nello sviluppo del prodotto, spenderesti gli altri 100 milioni?

a) Si

b) No

Sono sicuro che molti di voi abbiano risposto facilmente ‘No’ alla 1A, visto che spendere 100 milioni extra per un prodotto che non sarà competitivo è senza senso. Per alcuni di voi, invece, è stato più difficile rispondere ‘No’ alla 1B. Se è così, non siete soli.

L’80 per cento dei manager che hanno risposto allo stesso questionario sono stati influenzati dai costi sommersi che questo progetto ‘condannato a fallire’ aveva sostenuto in partenza.

Ulteriori studi hanno mostrato che i manager direttamente responsabili dei costi sommersi sono quelli più propensi a considerarli anche nelle decisioni future. Nei comportamenti finanziari, la capacità dei costi sommersi di influenzare le decisioni cade sotto il termine di ‘Concorde fallacy’, così chiamato in riferimento all’aereo supersonico che i governi francese e inglese hanno finanziato fino in fondo nonostante avessero capito che non sarebbe mai stato un successo commerciale, ma in parte poiché avevano già speso miliardi nella progettazione. Se siete degli investitori, potreste chiedervi cos’ha a che fare questo post con voi. Penso che siamo tutti suscettibili al problema dei costi sommersi. Per spiegarvelo, ecco un esempio differente.

2A. Assumiamo che siate interessati a un pacchetto azionario che costa 10 dollari a quota, ma che voi lo abbiate valutato come 8. Comprereste il pacchetto azionario?

a) Si

b) No

2B. Ora osserviamo lo stesso pacchetto azionario, che viene scambiato a 10 dollari ad azione, ma che è già parte del vostro portafoglio e lo avete comprato a 50 dollari ad azione. Se la vostra valutazione per azione è di 8 dollari, continuereste a tenerlo?

a) Si

B) No

2C. Ora osserviamo lo stesso pacchetto azionario, che viene scambiato a 10 dollari ad azione, ma che è già parte del vostro portafoglio e lo avete già comprato a 2 dollari ad azione. Se la vostra valutazione per azione è di 8 dollari, continuereste a tenerlo?

a) Si

b) No

Sono sicuro che la risposta che avete dato alla domanda 2A sia stata univocamente ‘No’ ma lo è stata per le domande 2B e 2C? (Ricordate che avere un pacchetto azionario nel vostro portafoglio equivale a comprarlo). Se le risposte sono state differenti, perché? Dopotutto, la scelta dovrebbe essere stata esattamente la stessa, un investitore che non avrebbe comprato il pacchetto azionario 2A avrebbe venduto anche gli altri due.

Il problema è che gli investitori sembrano avere differenti comportamenti nei confronti di nuovi o marginali investimenti, rispetto a quelli già esistenti. Razionalmente, la tua decisione sul tenere un pacchetto azionario dovrebbe essere basata sul suo costo nel momento in cui decidi, non su quanto tu lo abbia pagato originariamente. Comunque, siamo esseri umani e per definizione non siamo razionali, e la finanza comportamentale racconta questo tipo di conseguenze.

In particolare, ci sono prove inconfutabili che i buoni investimenti vengono venduti troppo presto e quelli cattivi tenuti troppo a lungo, per un misto di razionalizzazione e negazione. Shefrin e Statman hanno definito il comportamento precedente con il termine ‘disposition effect’; nel 1980 Terence O’Dean ha analizzato i registri di 10 mila investitori, concludendo che questo tipo di irrazionalità gli è costato in media il 4,4 per cento di ritorno annuo. La finanza comportamentale attribuisce il ‘disposition effect’ a una varietà di fattori tra cui la sopravvalutazione di se stessi (le tue intuizioni originali erano giuste, è il mercato a essere sbagliato) e una mancanza di auto controllo (quando abbandoni le regole che ti sei dato).

Quindi, c’è qualcosa che possiamo fare per minimizzare il ‘disposition effect’? Non ho la risposta ma ecco qualche punto che dovreste considerare. Uso i primi due consigli per il mio portafoglio di azioni, e anche se non posso quantificare quanto mi hanno fatto risparmiare, mi hanno fatto raggiungere la pace mentale:

1 . Controllo regolare dei valori: la strada più facile per arrivare al ‘disposition effect’ è la negazione, quando rifiutiamo di guardare agli investimenti che abbiamo nel nostro portafoglio perché abbiamo paura di quello che possiamo trovarci. Pensate a quanto tempo spendiamo nel cercare nuovi investimenti (è sempre più divertente cominciare qualcosa di nuovo) e quanto poco ne spendiamo nel mantenerli. Una regola che mi sono dato è che devo valutare ogni compagnia che c’è nel mio portafoglio almeno una volta all’anno. Questo mi costringe ad analizzarla, come se fosse una nuova su cui voglio investire, e decidere se merita di rimanere nel mio portafoglio per un altro anno. Visto che ho 40 pacchetti di azioni, questa regola richiede disciplina, ma penso che ne valga la pena.

2 . Vendere razionalmente: anche con queste valutazioni, come molti altri investitori, ho difficoltà a vendere i miei investimenti peggiori, visto che cedere un pacchetto azionario che è sceso di valore equivale ad ammettere di essersi sbagliati. Quindi decido di correre ai ripari, specialmente a fine anno. Per ogni buon investimento che vendo (e ne vendo ogni anno un paio che hanno superato secondo le mie valutazioni il valore massimo) guardo un cattivo pacchetto azionario di azioni (che per me è comunque ancora sopravvalutato) e lo vendo per evitare di pagarci le tasse. Così, piuttosto di ammettere di aver fatto un errore, posso dire a me stesso che eviterò una tassa in più. Triste, lo so, ma aiuta.

3 . Automatismi: se i primi due suggerimenti non funzionano, ecco una terza opzione, che è porre la decisione al di fuori delle vostre mani. È possibile mettere un limite alla vostra azione: quando scende di oltre l’X per cento del prezzo a cui l’avete comprata, viene venduta automaticamente. È una cosa estrema, perché quel pacchetto azionario potrebbe diventare un affare, ma vi potreste salvare da ulteriori perdite.

4 . Separazione delle decisioni: se l’incapacità di ammettere i propri errori sta alla base del ‘disposition effect’, potrebbe essere utile fare in modo che la persona che compie la decisione di tenere o vendere un pacchetto azionario perdente non è la stessa che lo ha comprato. Forse, i manager responsabili di un fondo comune dovrebbero lavorare in coppia, con uno che si occupa di nuovi investimenti e l’altro che monitora quelli già esistenti. Impossibile per chi è da solo, potreste dire, ma per esempio sto parlando con mia moglie della possibilità dividere il ruolo della gestione degli investimenti in famiglia. Lei può essere quella che cerca nuove fonti di guadagno, io quello che controlla o viceversa. Possiamo notare i nostri errori a vicenda. Ripensandoci, meglio scartare quest’idea.

Così, osservando come i New York Yankees affrontano il loro problema con A. Rod, dobbiamo ricordarci che anche noi nel nostro piccolo affrontiamo spesso problematiche simili. Come per esempio il non voler accettare i propri errori d’investimento nel passato, concedendo che i costi sommersi sono semplicemente costi sommersi.

Dal blog di Aswath Damodaran per The Post Internazionale
Traduzione di Samuele Maffizzoli

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