Me

A volte un 27 non basta

La lettera di uno studente mette in luce alcuni aspetti problematici dell'università in Italia

Immagine di copertina

La lettera che segue è stata scritta da uno studente universitario italiano e pubblicata su Il Bo, il giornale dell’Università degli Studi di Padova.

Mette in luce le difficoltà di uno studente che, per laurearsi all’università italiana, è obbligato a fare sacrifici, e come il voto a volte possa fare la differenza.

Supponiamo che io sia uno studente esemplare. Uno di quelli che fa il pendolare tutti i giorni svegliandosi alle cinque del mattino per essere puntualmente in aula alle otto per la lezione, che prende appunti con meticolosità, che comincia a studiare il giorno stesso in cui iniziano i corsi per essere certo di non ritrovarsi preda della disorganizzazione e del panico più totale quando la sessione d’esami sarà alle porte.

Ma ipotizziamo anche che io provenga da una famiglia numerosa e che uno stipendio in casa arrivi soltanto grazie a uno dei miei genitori, e che ammonti intorno ai 900 euro.

Immaginiamo che io studi e che svolga, nel frattempo, anche due o tre lavoretti, per pesare il meno possibile sul bilancio familiare. Nonostante tutte le difficoltà, studiare è ciò che desidero fare, e poco importa se per essere al passo con tutti i programmi devo farlo stando in piedi in un autobus super affollato o di notte.

Senza dubbio, però, chi si trova nelle mie condizioni deve imparare a cavarsela bene con la matematica, perché la via più semplice per godere delle prime agevolazioni resta sempre la stessa: avere una media dei voti alta. Molto alta.

Ciò significa che, per avere l’aritmetica certezza di rientrare nella categoria degli studenti meritevoli, l’esito di ogni esame deve essere valutato con non poca attenzione.

Anche un 27 può diventare un problema se, calcolatrice alla mano, hai bisogno almeno di un 27.8 perché la tua media non subisca un calo potenzialmente pericoloso.

Lo accetteresti, quel 27, ma sai di non poterlo fare perché, economicamente parlando, una scelta avventata potrebbe tradursi nell’impossibilità di concludere il tuo percorso di studi.

Essere paragonato a uno studente sfaticato che si presenta agli appelli avendo aperto il libro la sera antecedente l’esame o a coloro che sono convinti che un corso di laurea triennale sia stato concepito per essere portato a termine in sei o sette anni, mi indigna profondamente.

Se per chi vive lo studio come un passatempo le lacune del sistema universitario non hanno praticamente alcun valore, per me e quelli come me hanno un peso notevolissimo.

Svegliarsi all’alba e restare per quattro, cinque volte in un mese in attesa di un docente che non si presenta a lezione e non avvisa, non è divertente. Così come non lo è scrivere mail o tentare di contattare regolarmente un professore senza ricevere mai una risposta.

E non lo è nemmeno restare fuori da un ufficio nel giorno di ricevimento, aspettando qualcuno che, nel frattempo, sta prendendo il caffè al bar. Perché queste persone che ho rincorso con l’unica conseguenza di aver sprecato parte del mio tempo, saranno le stesse che presto o tardi dovranno giudicarmi, e la mia carriera universitaria dipenderà inevitabilmente anche da loro.

Ecco che, se il giorno dell’esame colui che è chiamato a valutarmi decide di liquidarmi in due minuti o pensa bene di offendermi perché per rispondere a una sua domanda impiego quattro minuti al posto di uno, o decide che è di fretta, quindi mi interrogherà un’altra volta, voglio sentirmi libera di poter dissentire.

Per lo stato attuale dell’università italiana, per tutto ciò che da anni si dimostra farraginoso e, sistematicamente, non sembra mai abbastanza urgente da dover essere riformato, ma soprattutto per coloro che si sentono in diritto di insegnare senza rispettare, rifiutare un voto da cui può dipendere il mio futuro è un mio diritto, e come tale voglio che sia strenuamente tutelato.

M.d.C.