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Kobane è libera

La vittoria dei combattenti curdi a Kobane ha gettato le basi per la liberazione di Mosul, ancora nelle mani dello Stato Islamico

Immagine di copertina

La leggenda dell’invincibilità dell’Isis è stata smentita con la vittoria dei curdi a Kobane lo scorso lunedì 26 gennaio.

Ora il morale delle truppe è così alto che si parla di riconquistare Mosul, la città irachena ancora nelle mani dello Stato Islamico e dalla quale il leader al-Baghdadi aveva proclamato il califfato.

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Dopo 134 giorni di combattimenti contro l’Isis, le forze armate curde siriane del YPG e YPJ, con il sostegno di attacchi aerei americani e i peshmerga iracheni, sono riuscite a liberare la città di Kobane dalla presenza dei miliziani.

Dov’è Kobane – È una città situata tra il confine turco-siriano, nella zona denominata “Rojava” o Curdistan Siriano. La città era e rimane tuttora quasi interamente circondata dall’Isis.

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Secondo la giornalista araba Jenan Moussa che attualmente si trova a Kobane, l’Isis dista solo 2-4 chilometri a est della città da poco liberata, a 4-8 chilometri a ovest e a 2-3 chilometri a sud.

(Nella foto qui sotto: Kobane dopo i combattimenti, Reuters) 

Non è ancora fatta – “Non sono pronto a dire che la battaglia lì è vinta”, ha detto il Colonnello Steve Warren, portavoce del Pentagono. “La battaglia continua. Ma al momento si può dire che le forze amiche stanno avendo la meglio.”

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Eppure dai festeggiamenti dei curdi a Kobane e di quelli rifugiati nella vicina città turca di Suruç, giusto oltre il confine a nord, sembrerebbe che sia tutto finito.

I curdi hanno alzato le loro bandiere là dove l’Isis qualche mese fa aveva eretto le sue. Già da domenica si poteva vedere una bandiera di Rojava lunga 75 metri, sventolare sopra la città.

Una liberazione simbolica – L’importanza di questa vittoria è infatti più simbolica che concreta. Innanzitutto, la battaglia per Kobane era un’importante prova per la strategia militare adottata contro lo Stato Islamico dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti.

Ora tocca a Mosul? – Secondo poi, Fuad Hussein, capo del gabinetto del presidente dell’enclave autonoma curda nell’Iraq settentrionale, ha detto che Kobane ha aiutato a gettare le “basi psicologiche” giuste per preparare l’attacco su Mosul.

I peshmerga non potranno però combattere i jihadisti a Mosul da soli; avranno bisogno di sostegno, preferibilmente quello dell’esercito iracheno, per non far sembrare questa una missione di conquista, più che di liberazione.

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Dov’è Mosul? – È la seconda città più grande dell’Iraq e, visto che si trova vicino alla regione autonoma del Kurdistan iracheno, alcuni temono che se i curdi riusciranno a liberarla veramente dalla presenza dei miliziani dell’Isis, non andranno più via, viste le loro pretese di instaurare un proprio stato indipendente proprio in quella regione.

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(Nella foto qui sotto: civili curdi in una tradizionale danza durante i festeggiamenti per la liberazione di Kobane, Reuters)

Operazione già in corso – L’operazione è però già cominciata. Secondo Newsweek, 5.000 combattenti curdi, sostenuti dagli attacchi aerei della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, si sono avvicinati a Mosul, riconquistando e liberando una zona più ampia di Andorra, Liechtenstein e San Marino messi insieme.

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I combattimenti intorno a Kobane continuano – Lo scopo è quello di liberare gli oltre 350 villaggi nei suoi dintorni che erano stati conquistati dai membri dello Stato Islamico lo scorso settembre. Su 954 attacchi aerei condotti dagli Stati Uniti e dagli alleati arabi in Siria, quasi il 75 per cento ha preso di mira zone intorno a Kobane, scrive il Washington Post.

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Quanti sfollati e quante vittime – Più di 160mila persone sono fuggite da Kobane dall’inizio degli scontri. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, un gruppo di attivisti con sede nel Regno Unito, i combattimenti hanno causato almeno 1.600 morti, di cui circa 1.100 membri dello Stato Islamico.

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DA SAPERE

Chi sono i curdi?

I curdi sono uno fra i più grandi gruppi etnici al mondo privi di unità nazionale. Si stima siano tra i 30 e i 40 milioni. Vivono perlopiù in una fetta di terra compresa tra Iran, Iraq, Siria, Turchia e in misura minore Armenia.

In Iraq solamente costituiscono il 12 per cento della popolazione. Alcuni curdi abitano in Giordania, Libano, Georgia, Azerbaigian, Afghanistan e Pakistan.

Proprio perché sono privi di una nazione, è più di un secolo che i curdi lottano con mezzi politici e militari per la creazione di un Kurdistan indipendente, o perlomeno autonomo.

(Nella foto qui sotto: due combattenti curdi, Reuters)

Quali zone comprenderebbe il Kurdistan?

Con questo termine si indica la regione che occupa gran parte dell’est della Turchia, il nordovest dell’Iran, il nordest dell’Iraq e una piccola parte del nord della Siria. Il Kurdistan siriano è anche noto come Rojava ed è dove si trova Kobane.

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Cosa hanno ottenuto i curdi finora?

La costituzione irachena del 2005 riconosce il Kurdistan iracheno come una zona autonoma gestita dal governo regionale del Kurdistan guidato dal Presidente Massoud Barzani.

Gli altri Paesi che ospitano una gran parte della popolazione curda, continuano a opporsi alla creazione di uno stato curdo autonomo.

Anche di recente, il 27 gennaio, il premier turco Erdogan ha espresso gioia per la liberazione di Kobane, ma ha dichiarato che non vuole assolutamente che ci sia autonomia per i curdi siriani.

Come mai?

Le forze militari curde che hanno liberato Kobane, YPG e YPJ, sono direttamente affiliate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), popolare nel sudest della Turchia, un’area popolata in gran parte dai curdi.

— Peshmerga curdi e Ypg: chi sono

Il Pkk è un movimento politico ribelle che da diversi anni porta avanti una lotta armata contro la Turchia, con il fine di ottenere diritti e autonomia per i curdi turchi, che comprendono circa il 18 per cento della popolazione.

Il Pkk è riconosciuto come gruppo terroristico da parte della Turchia, gli Stati Uniti e l’Unione Europea.