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Una gita ad Auschwitz

Il campo di concentramento dove morirono più di un milione di persone per molti versi oggi è anche un'attrazione turistica

Immagine di copertina

Auschwitz-Birkenau, benvenuti alla fine del mondo. Come nella canzone di Guccini, la neve ricopre quello che resta dei campi dopo che i nazisti cercarono di ripulirli dalle strutture più compromettenti all’alba dell’arrivo dei carri armati sovietici il 27 gennaio 1945, in un atto di tardiva vergogna.

“Per tre anni dopo la liberazione dal campo mia madre ha tenuto la foto di Stalin sopra il suo letto”, mi racconta un’amica la cui madre fu deportata dall’Ungheria nel 1944.

Quella che sembra una dimensione infernale, incommensurabilmente lontana dal presente, non è poi tanto remota negli anni.

Le camere a gas squarciate dalla dinamite tedesca sono ricoperte da strati di ghiaccio nella gelida primavera polacca: il termometro oscilla tra i meno dieci e i meno quindici gradi.

Gli autobus affollano i parcheggi e le guide poliglotte riproducono la Babele linguistica che i campi erano allora. Un vero e proprio turismo di massa con tutti i servizi del caso, dalle navette da Cracovia che si fanno concorrenza sui prezzi ai negozi di bevande e snack, dalle caotiche code per i biglietti all’entrata ai negozi di souvenir.

La cornice profana si mescola al sacro della più atipica delle attrazioni, che alcuni polacchi chiamano “il cimitero senza tombe”.

All’ingresso di Birkenau, degno del più mostruoso degli incubi, mi colpisce il cartello situato all’arrivo dei binari: “Negli anni 1940-1941 gli occupanti tedeschi cacciarono dalle proprie case gli abitanti polacchi che risiedevano nei villaggi di Brzezinka, Harmeze, Plawy, Bor, Rajsko, Klucznlkowice, Babice, Broszkowice per costruirvi il campo di concentramento. In occasione del 60esimo anniversario di questi tragici eventi (…) 29 aprile 2001”.

Allibito, mi chiedo se all’ingresso del campo più micidiale di un complesso della morte che ha mietuto più di un milione di vittime sia il caso di enfatizzare l’ingiustizia subita dai polacchi allontanati dalle proprie case per rendere il sito disponibile alla costruzione del campo. Lo stupore si trasforma in rabbia quando, continuando nella visita, mi rendo conto che il tentativo di deresponsabilizzazione e vittimizzazione dei polacchi è un leitmotiv delle didascalie e non una scivolata di apertura.

Dopo aver incontrato scolaresche di bambini americani, orde di visitatori asiatici per la maggior parte giapponesi, e aver ascoltato il confuso sovrapporsi di francese, spagnolo e altre lingue europee fare eco nelle baracche di legno dei “non più uomini” che furono, ecco arrivare dal fondo di Birkenau una marea umana compatta che sventola bandiere israeliane.

La bandiera più grande la tiene fra le mani una ragazza di colore, una falasha. “Che storia aggrovigliata e incredibile quella che porta una ragazza etiope a sventolare una bandiera israeliana in una landa desolata a 70 chilometri da Cracovia, in Polonia!” penso fra me e me. Di fianco a lei qualcuno sparge la terra santa portata da casa, quasi a voler esorcizzare il terreno maledetto.

Non resisto e attacco bottone con uno di loro: “Siamo in Polonia da una settimana”, mi racconta, “non è il primo campo che visitiamo.

Oggi siamo arrivati qua direttamente da Varsavia, dove abbiamo ricordato la rivolta del ghetto”. Quando nomino Marek Edelman, capo della rivolta dopo la morte di Mordechaj Anielewicz, mi interrompe chiedendo: “Mi ze?” – “Scusa ma chi è?”.

Marek Edelman, attivista del partito ebraico laico e socialista Bund, era fervente antisionista e per questo non gode di una posizione privilegiata nella mitologia nazionale israeliana, seppur la Shoah ne rappresenti uno dei cardini principali.

Lungi dal farne un caso di “damnatio memoriae” nazionale, mi stupisce che il mio interlocutore non conosca l’ultimo eroe del ghetto, morto solo quattro anni fa, e dubito che possa essere del tutto un caso.

Il giorno dopo la visita, in una Cracovia tuttora cosparsa di monumenti e gigantografie dell’idolo Wojtyla che qui si trasferì nel 1938, vado in sinagoga a celebrare il ‘Pesah’, la Pasqua ebraica che ricorda come Dio liberò il popolo di Israele dalla schiavitù in Egitto.

Il tempio è deserto, solo qualche decina di persone per una delle feste principali della religione ebraica. Un simpatico rabbino, in missione da Petah Tikva, a un certo punto decide di prendersi una poco ortodossa pausa sigaretta dalla preghiera.

“Che fai, fumi?”, gli dico ridendo. “Che ci vuoi fare”, risponde ghignandosela sotto la folta barba corvina. “Quella di Cracovia era una comunità numerosissima”, mi racconta, “ma ormai conta solo un paio di centinaia di persone e io sono qui da quattro anni che cerco di tenerla insieme”.

Ad Auschwitz Mosè non è arrivato e le acque della Vistola, che tagliano in due la Polonia, non sono state aperte dal suo bastone come quelle del Mar Rosso. “Nei campi di sterminio… Dio è morto…”.

Penso di nuovo a Guccini mentre lui, alla domanda “quanto resterai?”, indica il cielo: “Decide lui!”.

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