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Ucciso da due finti musulmani

L'appello alla calma e alla responsabilità del fratello del poliziotto ucciso al Charlie Hebdo: l'islam è una religione di amore

Immagine di copertina

Ahmed Merabet, l’agente di polizia di 42 anni che ha perso la vita nel corso dell’attentato alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, è stato ucciso da un atto barbaro per mano di alcuni “finti musulmani”.

È quanto ha riferito il fratello di Ahmed Merabet, Malek. L’uccisione di Ahmed è stata mostrata ripetutamente dai media di tutto il mondo subito dopo l’attacco di mercoledì 7 gennaio alla redazione di Charlie Hebdo.

Ahmed, che era di ronda in bicicletta, è stato chiamato sulla scena dell’incidente ed è giunto in loco poco prima della fuga degli aggressori.

Ha tirato fuori la pistola ed è stato attaccato dai due fratelli franco-algerini Cherif e Said Kouachi che avevano da poco attaccato la sede del settimanale francese.

Per alcuni istanti – ha raccontato Rocco Contento, dell’11esimo arrondissement di Parigi, dove Ahmed era di base – si è trovato faccia a faccia con i responsabili della strage a Charlie Hebdo.

Gli hanno sparato con un kalashnikov: prima alla testa e poi anche all’inguine, facendolo cadere inerme in terra circondato da una pozza di sangue. 

Nel filmato si vede Ahmed Merabet che si protegge con un braccio mentre il secondo assalitore si avvicina e gli chiede: “Vuoi ucciderci?”. Ahmed risponde: “No, va bene così.” Senza alcuna pietà, gli attentatori in fuga lo uccidono.

“Mio fratello era un musulmano ed è stato ucciso da due terroristi, due finti musulmani”, ha detto Malek Merabet in una conferenza stampa.

“L’islam è una religione di pace e amore… mio fratello era fiero di chiamarsi Ahmed Merabet, di rappresentare la polizia francese e di difendere i valori della Repubblica: libertà, uguaglianza, fraternità”.

La famiglia Merabet è rimasta scandalizzata dalla pubblicazione della foto di Ahmed, sulla copertina del settimanale politico francese Le Point.

Malek Merabet ha lanciato un appello alla responsabilità di ciascuno, indirizzandosi in modo particolare a coloro che ha definito “razzisti, islamofobi e antisemiti”.

“Voglio indirizzarmi ora a tutti i razzisti, islamofobi e antisemiti. Non bisogna confondere estremisti e musulmani. I pazzi non hanno né colore né religione. E voglio dire un’altra cosa: la violenza non ci riporterà i nostri morti e non pacificherà le nostre famiglie”.

Ahmed era importante per la sua famiglia, soprattutto da quando il padre morì vent’anni fa, ha detto Malek al Guardian. Ahmed era cresciuto a Livry-Gargan, nel nordest di Parigi, ed era entrato in polizia otto anni fa.

Su Twitter, insieme a #JeSuisCharlie, tra l’8 e il 9 gennaio è circolato molto in rete anche #JeSuisAhmed, che ricorda che tra le vittime dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo c’è stato anche un musulmano, Ahmed Meradet appunto.

Lo scrittore e attivista libanese Dyab Abou Jahjah ha twittato: “Io non sono Charlie. Io sono Ahmed, il poliziotto ucciso. Charlie ridicolizzava la mia fede e la mia cultura, e io sono morto per difendere il suo diritto nel fare tutto ciò. #JeSuisAhmed”.