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La marcia di Parigi per la libertà di parola

Quasi 4 milioni di persone in piazza in tutto il Paese: secondo alcuni è la più grande manifestazione della storia della Francia

Immagine di copertina

Parigi. Almeno due milioni di persone hanno marciato oggi per le strade della capitale francese in solidarietà delle vittime della strage di Charlie Hebdo.

È stato il giorno della grande marcia repubblicana in silenzio, partita alle tre di oggi pomeriggio da place de la République.

Tutti insieme a braccetto in difesa dei valori condivisi: libertà d’opinione e di stampa, repubblica, giustizia sociale, fraternità, uguaglianza, pace. Oggi “Parigi è la capitale del mondo”, ha detto il presidente francese Hollande.

Decine di capi di stato e premier di tutto il mondo hanno dato via alla cerimonia marciando in prima fila. Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen a fianco del premier israeliano Benjamin Netanyahu.

C’era anche Goodluck Jonathan, il presidente della Nigeria, in questi giorni colpita dal “più grave massacro di sempre” a Baga, secondo Amnesty International.

David Cameron, Angela Merkel e Matteo Renzi tutti insieme. Assente Obama e Putin. Non c’era Marine Le Pen. Cecchini sui palazzi. Massima allerta ancora oggi a Parigi e in tutto il Paese.

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(Nella foto qui sotto: Parigi nel giorno della grande manifestazione repubblicana in solidarietà per le vittime di Charlie Hebdo)

Mai, nella storia di Francia, si era tenuta una manifestazione di tale ampiezza. Tutte le divisioni sociali, politiche, di classe economica, d’istruzione, di opinioni politiche e di posizioni etiche – come per esempio quella sul matrimonio tra persone dello stesso sesso – sono state messe da parte, per un pomeriggio in cui è apparso anche l’arcobaleno, oltre a un cielo di un rosa intenso al tramonto.

Gli organizzatori avevano previsto tra i 1,3 milioni e 1,5 milioni di persone. Le Monde parla di 2 milioni. Il ministero dell’Interno francese ha riferito che in tutto il Paese hanno manifestato 3,7 milioni di persone.

L’Associated Press cita funzionari del governo francese secondo i quali quella di oggi è stata “la più grande manifestazione della storia della Francia”. 

(Nella foto qui sotto: Parigi nel giorno della grande manifestazione repubblicana in solidarietà per le vittime di Charlie Hebdo)

In questa giornata abbiamo incontrato tre gruppi di persone e raccolto le loro testimonianze (qui di seguito).

Il primo incontro:

Sono giovani e siedono a un tavolino della terrazza del bar Le Métro, vicino a Belleville, in chiusura della manifestazione. Chiedono due caffè. Sono riusciti a vedere quello che hanno potuto, perché per molti è stato impossibile accedere a place de la République.

Così, di ritorno da place de la Nation, luogo della conclusione del corteo, approdano qui, a 300 metri dalla moschea, a 600 da una sinagoga e a 500 da una chiesa. E vicino a un paio di biblioteche islamiche e di altre tre biblioteche laiche.

Sono tre e sono italiani. Scherzano e si definiscono “turisti politici”. Hanno fra i 20 e i 24 anni, sono studenti universitari e sanno di che parlano quando parlano di politica — dicono. Ascoltano, anche.

“Non pensavamo tutti la stessa cosa. E qualcuno non è venuto a questa manifestazione. La considerava “squattata” da troppi presidenti cinici e fomentatori”.

Fra gli amici alcuni dicevano che vista la presenza di certi presidenti, l’unica azione possibile era disertare. Altri invece pensavano che bisognava partecipare senza pregiudizi.

“Siamo venuti per assistere a un avvenimento che ha scosso Parigi e che, vista l’ampiezza non potrà far altro che cambiare molte cose. L’attentato dell’altro giorno è finito. La manifestazione è in corso e durerà a lungo”, dice Francesco, che prepara un master in sociologia.

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(Nella foto qui sotto: “Keep calm. I’m muslim, not a terrorist”. In solidarietà delle vittime di Charlie Hebdo, a Madrid)

“Siamo rimasti esterrefatti da quanto l’unione si sia ricostruita aprendo uno spazio politico nazionale che prima sembrava inesistente o pieno di inceppi”, continua Aaron, fotografo.

“Potrebbe essere un appiattimento del dibattito, ma fondato su alcuni valori, e quindi un ritorno alle basi. Le ragioni che hanno provocato questo attentato sono le stesse che hanno incendiato le periferie qualche anno fa. Solo che oggi non è dall’esterno che la città è stata attaccata, ma dall’interno”.

“La discriminazione urbanistica sulla gestione dei trasporti e la limitazione di quelli periferici la notte, ad esempio, sono tra le ragioni dell’esclusione e quindi delle complicità nella reazione”, spiega Paolo che segue corsi di storia come studente Erasmus nel suo corso di scienze politiche.

“Il métro non raggiunge quasi mai le banlieues. Ci sono meno opportunità di relazione sociale per chi abita in periferia senza aver i soldi per potersi permettere un’auto. Questa è una delle ragioni dell’esclusione. E l’esclusione è una delle ragioni del terrorismo.”

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(Nella foto qui sotto: un imam dona simbolicamente il sangue in solidarietà delle vittime della strage di Charlie Hebdo)

Il secondo incontro è andato così:

“Come si chiama?” – “Oggi sono un cittadino francese, non le dirò altro”. – “Mi dica almeno chi è…”.

“Sono nato a Mondovi (oggi la città si chiama Dréan, n.d.r.) in Algeria, come Camus, da una madre ebrea e da un padre cattolico. Io sono diventato ateo. Mio padre veniva dalla Toscana, posso quindi dire di avere origini etrusche”.

“Nella mia vita ho militato per il terzo mondo, per il femminismo, per la laicità, contro l’apartheid. E per quella battaglia avevo usato una copertina di Charlie”.

(Nella foto qui sotto: il Tower Bridge di Londra illuminato con colori della bandiera francese in solidarietà degli attacchi a Parigi)

“Mi parli di questa giornata…” – “Con un percorso come il mio, quando è accaduto l’attentato mi sono sentito colpito nell’animo e nei miei valori. Porto in testa delle matite che imitano una statua della libertà”.

“Oggi sento che la paura deve cambiare campo. Non ci dev’essere alcun buonismo, e il sentiero che tutta questa gente si appresta a percorrere è stretto. Ma credo che il popolo francese sia in grado di percorrerlo”.

“Dopo l’11 settembre gli americani hanno avuto paura e si sono chiusi a riccio, protetti. Gli italiani hanno già percorso questo sentiero sradicando il terrorismo”.

(Nella foto qui sotto: una matita in solidarietà con la redazione di Charlie Hebdo)

“Parlava degli americani…” – “La mancanza di coraggio politico ha condotto alla strage. L’esitazione in Siria ha permesso che i terroristi si avvicinino e colpiscano dall’interno”.

“Obama ha commesso un errore strategico gravissimo fermando Hollande sull’intervento in Siria. Oggi ci troviamo impelagati in una guerra culturale sui nostri valori, ma le armi che noi usiamo per combattere i terroristi non sono le stesse”.

Il terzo incontro:

“Io ero abbonato a Charlie, mi piaceva, da qualche anno lo seguivo da lontano. Ma quando lo hanno colpito, hanno colpito anche me”.

“Abbiamo incontrato persone che hanno messo da parte le loro opinioni per difendere qualcosa di più importante, di più grande”.

“Sono contento che questa manifestazione sia stata così gioiosa. C’era chi è venuto solo perché aveva paura, chi aveva bisogno di vedere le facce degli altri per farsi coraggio, per sapere che si stava vivendo la stessa storia E che sarebbe stata dura, ma che insieme ce l’avrebbero fatta”.

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(Nella foto qui sotto: le luci della Tour Eiffel sono state spente giovedì 8 gennaio in solidarietà per le vittime della strage al Charlie Hebdo)

“Non so se domani qualcosa cambierà, dopo questo periodo scettico e pessimista, e questa manifestazione celebrativa e stigmatizzante del terrorismo”.

“Chissà quali divergenze riemergeranno, vedremo quale sarà l’agenda politica che sarà stabilita, se ci saranno degli Stati Generali di qualcosa, o un Plan Marchal della scuola”.

“Se così non fosse, significherebbe che il potere è sordo o impotente, perché qui, due milioni di persone hanno manifestato la loro unione sui valori”.

* Giacomo Leso è un giornalista italiano. Lavora per l’Espresso da Parigi.

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