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Sette gennaio 2015

L’attacco a Charlie Hebdo è un piccolo 11 settembre. Il commento di Davide Lerner

Immagine di copertina

“Nous sommes tous americains”: così titolava Le Monde il 12 settembre 2001, all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle.

Oggi siamo tutti francesi, e l’attacco a Charlie Hebdo è un piccolo 11 settembre.

Sette gennaio 2015, scolpitevi nella mente questa data. L’attentato di oggi ha tutti i requisiti per fare la storia, per rivelarsi uno spartiacque epocale nella storia europea e dei suoi rapporti con l’Islam.

Non solo per il sangue sparso nel cuore del vecchio continente, ma per la portata simbolica del bersaglio selezionato.

Francia. Parigi. La redazione di un giornale paladino della libertà di espressione. L’obiettivo degli attentatori non è strategico o politico bensì culturale.

Mentre gli attacchi a Madrid nel 2004 o Londra nel 2005 erano ascrivibili a moventi politico-militari, come per esempio una risposta (per quanto abietta nella forma) alle invasioni di Afghanistan e Iraq, questo assomiglia terribilmente a un attacco ai principi. I principi di libertà.

L’aggressione dell’illuminismo, direttamente nella propria culla, fa riemergere categorie generalizzanti come quelle di Occidente e Islam. Samuel Huntington, controverso politologo americano, le aveva declinate a modo suo nel celeberrimo The clash of civilizations, “Lo scontro di civiltà”.

Nel libro lo studioso teorizzava l’emergere di uno scontro culturale fra mondo occidentale e universo islamico che avrebbe sostituito quello fra comunismo e mondo liberale dopo la fine della guerra fredda.

Non aspettatevi Fukuyama e il suo “spirare della storia” fra le braccia dell’egemonia culturale liberal-democratica, diceva Huntington, ma l’inizio di un nuovo scontro di ideologie.

Con l’11 settembre la tesi retrograda e pericolosa di Huntington aveva trovato un riscontro empirico a cui aggrapparsi, e lo stesso rischia di avvenire con Charlie Hebdo.

L’ingiusta identificazione fra gli attentatori e “i musulmani” tout court, suffragata magari da quell’ “Allah uh akbar” urlato dai terroristi a Parigi, potrebbe dare il là a un inasprirsi del sentimento di intolleranza anti-araba in Europa.

Radicalizzazione che vedrà per esempio rafforzarsi il Fronte Nazionale francese e, perché no, anche il movimento islamofobo Pegida che riunisce migliaia di dimostranti ogni settimana in Germania. Lo stesso vale per gli oltranzismi nostrani.

Ora che i presunti attentatori sono stati identificati, come riportato dalle autorità francesi, c’è da augurarsi che la notizia sia vera e che i terroristi vengano fermati al più presto.

Per quanto estrema fosse la satira di Charlie Hebdo, la società democratica offre canali di espressione del dissenso alternativi al fuoco delle armi. E sono in molti quelli che li hanno voluti percorrere, attaccando in passato il settimanale per i suoi “eccessi”.

L’irriverenza di Charlie Hebdo è infatti incorsa, più volte, in critiche pesanti, seppur civili. Il dibattito verteva attorno ai confini della libertà d’espressione, indubbiamente “rasentati” dal settimanale.

John Start Mill, padre fondatore del pensiero liberale, diceva che le libertà individuali andrebbero difese fino in fondo ma solo nella misura in cui esse non confliggano o danneggino gli altri.

La satira spinta danneggia i propri bersagli? Per alcuni no, come l’ex direttore del satirico “Cuore” Michele Serra, il quale sottolinea che la satira è per definizione “linguaggio di frontiera” che va a urtare le sensibilità e solleticare nervi scoperti.

Per altri invece sì, come per quelli coerenti fra coloro i quali, in tempi non sospetti, sostenevano l’introduzione della legge contro il negazionismo in Italia.

Quello che è certo è che il dibattito va portato avanti con metodi civili, e non con il fuoco delle armi. Suona quasi blasfemo affrontarlo ora, il dibattito, di fronte a tante vittime innocenti.

La redazione di The Post Internazionale si stringe attorno alle famiglie dei colleghi di Charlie Hebdo, ai colleghi di France 24 che il 7 gennaio 2015 trattenevano le lacrime dando la notizia dell’attacco e non osavano lasciar trapelare le indiscrezioni sull’identità delle vittime per non ferire anzitempo le famiglie, e attorno a tutti i cittadini francesi.

Aujourd’hui, nous sommes tous Français.