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Il business del sesso in Spagna

Con la crisi economica, molte donne spagnole hanno cominciato a prostituirsi per riuscire a pagare bollette e rette universitarie

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L’idea di fare la prostituta, a Elena, è venuta quasi per caso.

“Ero con due mie amiche e ci siamo rese conto che sarebbe stato un bel modo per fare soldi,” racconta con un tono naturale. “Avevamo un buon rapporto con il nostro corpo e con la nostra sessualità, quindi, perché no?”.

Elena ha 25 anni, è spagnola, indossa vestiti di marca e controlla le email su un iPad 3. La mattina studia diritto all’università di Barcellona, la sera incontra uomini che la pagano per fare sesso.

La formula “giovane-spagnola-studentessa” pare redditizia: Elena prende fino a 200 euro per un’ora di sesso. Ogni mese guadagna più di 2mila euro, un salario che la maggior parte dei suoi coetanei, nella Spagna di oggi, può solo sognare.

Elena è una delle fondatrici di Jovenes69, una cooperativa di studentesse che, nella peggior crisi economica della Spagna post-franchista, hanno deciso di ricorrere a soluzioni drastiche.

All’inizio erano in poche ma, con l’aggravarsi della crisi, il drappello è cresciuto: “Ora siamo una ventina, e abbiamo ragazze che si uniscono a noi ogni giorno, quasi tutte spagnole e quasi tutte studentesse,” dice Elena. “Molte lo fanno per brevi periodi, per esempio quando devono pagare la retta universitaria o se vogliono comprare qualcosa di particolarmente costoso”.

Quello di Jovenes69 può sembrare un caso estremo e isolato – e per certi versi, lo è: l’età delle donne coinvolte e le tariffe elevate lo rendono un unicum. Ma per il resto, non è che uno dei tanti tasselli del mosaico della nuova prostituzione spagnola.

Secondo le rilevazioni dell’Ong Medicos del Mundo, che si occupa di offrire assistenza medica e psicologica alle lavoratrici del sesso, il numero di donne che esercitano la prostituzione in Spagna è in crescita costante dallo scoppio della crisi economica del 2009: solo dal 2013 al 2014, l’aumento è stato del 7 per cento.

Molte prostitute straniere (romene, nigeriane, brasiliane) che risedevano in Spagna, invece, stanno partendo verso Paesi più ricchi come la Svizzera. L’aumento è quindi costituito dalle donne spagnole che ricorrono alla prostituzione. Un rovesciamento di un trend ventennale, per cui il lavoro più vecchio del mondo era appannaggio quasi esclusivo delle straniere.

“A livello nazionale, negli ultimi due anni, le cittadine spagnole che si prostituiscono sono aumentate del 13 per cento”, dice Ramon Esteso, uno dei responsabili dell’Ong.

In certe città, come Burgos, nel nord del Paese, o Cordoba, a sud, le Ong locali registrano aumenti anche del 25 o 30 per cento.

Il profilo medio è lo stesso ovunque: donne mature (dai 35 anni in su), con figli, che iniziano a prostituirsi in appartamento per pagare i debiti o semplicemente per portare a casa il pane. A differenza delle giovani come Elena, le madri di famiglia si accontentano di 35 o persino 15 euro a incontro.

Ramon Esteso sottolinea come per le spagnole non ci sia quasi mai sfruttamento da parte di terzi, a differenza di ciò che accade alle straniere.

A volte non si tratta di un debutto, ma di un ritorno: “Incontriamo anche donne spagnole di mezza età, che magari avevano fatto le prostitute molti anni fa e che adesso tornano in strada perché hanno perso il lavoro o non sanno come pagare le bollette”.

È il caso di Shara Borrell, prostituta catalana che è tornata alla sua vecchia professione dopo una lunga pausa.

Shara è una signora bionda sulla quarantina, molto elegante. Ride spesso e sorseggia tè nero nel bar dell’hotel di Barcellona dove accetta di farsi intervistare. Racconta che dopo aver smesso di prostituirsi, ha lavorato per anni come segretaria d’ufficio; fino al 2009, quando il Paese ha iniziato a sentire la recessione e Shara ha capito che lo stipendio non bastava più per pagare il mutuo e per mantenere il figlio adolescente.

Non si lamenta della sua scelta. “Tutto sommato il mio lavoro mi piace. Mi piace il sesso, mi piace toccare la pelle delle persone. Non è stato così difficile tornare a farlo”, dice.

Mentre Shara “tornava a farlo”, la Spagna passava attraverso momenti drammatici: la caduta del governo Zapatero, l’elezione a premier di Mariano Rajoy, il collasso delle banche, l’austerity e i tagli a sanità, borse di studio e welfare.

Nel 2012 la disoccupazione raggiunse la quota record del 27 per cento (oggi è scesa al 24). Fu allora che Shara iniziò a ricevere strane email. Non erano clienti interessati a un appuntamento, né maniaci frustrati che la insultavano.

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“Erano decine di donne spagnole che mi chiedevano consigli su come cominciare questa ‘professione’. Dicevano tutte la stessa cosa: con la crisi, sia le aspiranti prostitute che i loro mariti avevano perso il lavoro, avevano figli piccoli e non sapevano come andare avanti”, spiega Shara.

In risposta a queste richieste, nel 2013 e poi ancora nel 2014, Shara e la sua collega Conxa Borrell hanno organizzato dei veri e propri corsi di prostituzione.

A partecipare, ogni volta, circa una quarantina di “alunne” di tutte le età –“c’erano ventenni ma anche ultracinquantenni”, ricorda Shara – per la stragrande maggioranza spagnole.

A lezione, Conxa, Shara e altre veterane hanno insegnato le basi del mestiere, dall’uso degli anticoncezionali fino a strategie di marketing o a questioni economiche. “La maggioranza delle ragazze che fanno questo lavoro non lo sanno, ma si possono usare dei cavilli legali per pagare le tasse, anche se qui in Spagna la prostituzione non è regolamentata”, dice Shara.

Secondo un rapporto dell’Onu, quattro uomini spagnoli su dieci sono stati almeno una volta con una prostituta. Per usare un’immagine efficace di Ramon Esteso: “I giovani spagnoli vanno a prostitute come i giovani inglesi vanno al pub”. Ne è la prova il fatto che nella congiuntura economica attuale i clienti non manchino (sebbene le prostitute siano state costrette ad abbassare i prezzi).

Ciò nonostante, il lavoro sessuale, seppur non illegale, non è considerato un lavoro legittimo. Per Mamen Briz, portavoce del collettivo per la difesa dei diritti delle prostitute Hetaira, questo implica che le prostitute “siano private di diritti fondamentali come la pensione, o la protezione legale se un cliente rifiuta di pagare. Inoltre sono sempre terrorizzate dalla prospettiva di essere indagate per evasione fiscale”.

Quello che sta accadendo fa sperare alle attiviste che il governo possa finalmente legalizzare la prostituzione. “Fino a ora si è evitato di regolamentare, perché la narrativa dominante era che le prostitute fossero straniere sfruttate dalla mafia,” spiega Mamen. “Con l’aumento delle donne spagnole che iniziano questo lavoro, tale ipotesi non è più sostenibile”.

Anche se un recente rapporto del ministero dell’economia spagnolo ha suggerito di legalizzare prostituzione e droghe leggere per rimettere in sesto l’economia, è difficile che il governo Rajoy – pochi mesi fa sul punto di passare una delle leggi anti-abortiste più rigide d’Europa– possa muoversi in tal senso.

Anche a sinistra non si vedono spazi di manovra, sia perché lo sfruttamento di molte prostitute straniere è ancora presente, sia perché la legalizzazione viene considerata come un gesto anti-femminista.

Beatriz Gimeno, sociologa e attivista vicina al partito progressista Podemos, definisce la prostituzione come “perpetuazione della disparità fra uomo e donna, una delle ultime ridotte dell’oppressione maschilista”.

Ma in fin dei conti l’intero dibattito pro e contro la prostituzione c’entra solo incidentalmente con quello che sta succedendo in Spagna.

Come dice la stessa Shara, le donne che, come lei o Elena, sono felici di fare questo mestiere non sono tante. “A me piace il mio lavoro. Ma molte delle ‘novelline’ che ho conosciuto lo vedono più come un flor de un dia in attesa di tempi migliori”.

L’espressione usata da Shara , in spagnolo, significa “fiore che vive un solo giorno”, e si usa per indicare qualcosa di temporaneo, effimero. Per molte donne spagnole per cui, oggi, la miglior maniera di sopravvivere sembra essere la prostituzione, quel giorno è durato fin troppo.