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I test dell’omosessualità

La Corte di Giustizia Europea blocca gli esami invasivi verso i gay che chiedono asilo ai Paesi dell'Ue

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La Corte di Giustizia europea ha stabilito che i migranti omosessuali che chiedono asilo perché perseguitati nel loro Paese non dovranno sottoporsi a test degradanti o prove fisiche per provare il loro orientamento sessuale.

La sentenza, che avrà effetto su tutti i Paesi membri dell’Unione Europea, è stata pronunciata il 2 dicembre, in merito al caso di tre migranti omosessuali a cui era stato rifiutato l’asilo politico dal tribunale dei Paesi Bassi.

Qualunque procedura per verificare l’orientamento sessuale dovrà rispettare il diritto europeo, la privacy e la dignità della persona. Le autorità potranno interrogare il richiedente asilo, il cui rifiuto di rispondere alle domande non potrà essere motivo sufficiente per rifiutargli l’ingresso nel Paese.

La sentenza mira a conformare le procedure in tutti gli stati membri e a eliminare i test “invasivi” nei Paesi in cui sono ancora permesse.

Fino a tre anni fa, la Repubblica Ceca usava il “test fallometrico” per provare l’omosessualità di chi chiedeva asilo politico. La procedura risaliva ai tempi della Cecoslovacchia comunista e prevedeva l’uso di un tubo di gomma per misurare la circolazione del sangue nel pene dell’uomo mentre gli facevano vedere materiale pornografico.

Un’inchiesta condotta nel Regno Unito ha svelato il lato più crudo degli interrogatori da parte dei funzionari del ministero degli Interni.

The Observer, che aveva pubblicato il contenuto di documenti riservati del ministero, riportava una serie di domande degradanti fatte durante gli interrogatori come “Hai messo il tuo pene nel didietro di X?”, “Quando x ti penetrava, tu avevi l’erezione? Ha eiaculato dentro di te? Perché avete usato il preservativo?”

E ancora: “Cos’è che ti attrae del didietro di un uomo?” e “Che cosa ti eccita della camminata di un uomo?”.

Da un’inchiesta interna al ministero era emerso che un colloquio su cinque con i richiedenti asilo era caratterizzato da una visione stereotipata dell’omosessualità; un decimo delle domande era inappropriato e mirava a suscitare risposte sconce.

Nel 2010 una sentenza della Corte Suprema, che si pronunciò sul caso di cittadini di Paesi africani perseguitati per l’orientamento sessuale, stabilì che il ministero non era obbligato a verificare l’omosessualità, ma che i colloqui si sarebbero tenuti “a discrezione” dell’ufficio.

Da un report del Uk Lesbian and Gay immigration Group (Failing the Grade: Home Office initial decisions on lesbian and gay claims for asylum) del 2013 emerse che tra il 98 e il 99 per cento delle richieste d’asilo da parte di gay e lesbiche veniva rifiutato – la causa era principalmente che gli uffici non credevano alla loro omosessualità.

Chi chiedeva invece asilo per altri motivi aveva una più alta percentuale di “successo” (solo il 73 per cento veniva respinto).

Tra le richieste fatte dagli ufficiali chi si dichiarava omosessuale c’erano inviti a raccontare cose come dettagli su relazioni gay avute nel Regno Unito e nel Paese d’origine, il periodo in cui si è capito di essere attratti da persone dello stesso sesso, come riuscivano a far convivere l’orientamento sessuale e il credo religioso o se si era stati in luoghi gay-friendly nel Regno Unito.

I motivi più diffusi per cui le richieste d’asilo venivano rifiutate dopo i colloqui sono: le discrepanze nei racconti (“Aveva detto che il locale gay-friendly era a Camden Town, perché ora cita un altro quartiere?”, si legge nel report di UKLGIG), l’appartenenza a movimenti o partiti omofobi e persino un’attività sessuale troppo sporadica per essere significativa.