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G20, un vertice al bivio
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G20, un vertice al bivio

Contraddizioni e sfide delle venti economie più sviluppate al mondo

21 Nov. 2014

Come tutti gli anni il G20 ha scatenato proteste e contromanifestazioni; al centro del vertice che si è tenuto lo scorso weekend a Brisbane, in Australia, le più grandi economie del mondo hanno discusso di crescita economica, crisi internazionali, ma anche di ebola, cambiamento climatico e di un pacchetto di riforme e investimenti contro la crisi. E’ stato anche il debutto del nuovo Presidente della Commissione UE, Juncker.

Che senso ha oggi parlare di G20 e quali sono le sfide che i paesi che prendono parte a questo vertice dovrebbero affrontare, per non lasciare gli impegni presi lettera morta? ActionAid vi propone il punto di vista di Adriano Campolina, Chief Executive di ActionAid International.

“I titoli della stampa riguardanti il recente G20 tenutosi a Brisbane, si sono concentrati su Putin e sulla lotta al cambiamento climatico; ma da un altro punto di vista, possiamo dire che si tratta di un vertice in crisi. Il G20 si presenta infatti come un luogo di negoziati tra due blocchi contrapposti, da una parte il G7 e quindi il blocco dei Paesi ricchi e dall’altra il blocco delle economie emergenti, come Brasile, India e Cina.

Dopo decenni di fallimenti, purtroppo rimane davvero poca speranza che i paesi del G7 possano mettere la parola fine a povertà e ingiustizia sociale. Invece, c’è ancora qualche speranza che un impegno concreto venga dai cosiddetti BRICS. Alcuni di questi, come il Brasile, il paese dove sono nato, hanno fatto progressi sostanziali nella lotta alla povertà e nella riduzione delle disuguaglianze, proprio grazie al fatto che hanno promosso politiche sociali forti, accesso universale ai servizi, aumento del tasso di occupazione, innalzamento dei salari e trasferimenti di denaro.

Visto che il G20 gioca un ruolo importante – e sicuramente più importante del G7 – si tratta di politiche che le venti economie più sviluppate dovrebbero adottare per ridisegnare la scena internazionale e fare in modo che la stessa comunità internazionale sia più efficace nella lotta alla povertà e all’ingiustizia. Alcuni paesi emergenti hanno adottato iniziative nella giusta direzione, come per esempio nella cooperazione bilaterale tra Brasile e Mozambico per sostenere la piccola agricoltura contadina e migliorare la sicurezza alimentare. Ma allo stesso tempo, questi stessi paesi replicano modelli che generano disuguaglianze, investendo per esempio nella produzione dei biocarburanti e nell’agricoltura su scala industriale che minaccia i diritti dei piccoli contadini.

La strategia di pubbliche relazioni etichetta questo tipo di iniziative come vantaggiose da entrambi le parti, i cosiddetti “win/win deals”, ma in realtà nascondono la volontà di alcuni paesi di aggiudicarsi una fetta di potere maggiore rispetto ad altri. E’ necessario al contrario, che le economie emergenti superino queste contraddizioni e assicurino che lo sradicamento della povertà e delle disuguaglianze siano elementi prioritari sul tavolo del G20.

Solo se il G20 diventa un luogo di incontro tra i due blocchi, potrà essere di aiuto per uno scopo costruttivo. Ma è davvero quello che il G20 sta facendo? Sulle questioni relative alla finanza globale, e alla sua regolamentazione, il G20 sembra affidarsi solo alle parole. Alcune proposte sono buone, ma il sistema finanziario globale non è di fatto diverso da quello che sette anni fa ha portato alla crisi finanziaria globale. Ci sono stati passi in avanti sulla riforma delle norme fiscali globali, specialmente sul fronte della trasparenza. Ma un nodo centrale, che farebbe la differenza per i paesi poveri, è stato lasciato fuori dal tavolo delle discussioni; le imprese multinazionali continuano ad operare in diversi paesi: se una azienda statunitense fa affari e porta avanti attività in Sierra Leone, dovrebbe pagare le tasse nel paese di residenza fiscale, quindi gli USA o in Sierra Leone o in entrambi? Il documento finale del G20 presenta un linguaggio più forte e deciso rispetto al passato, ma c’è ancora poca certezza sul fatto che i paesi africani possano riavere indietro quelle risorse derivanti dall’elusione e evasione fiscale delle grandi imprese.

Per i paesi poveri in Africa, e nel resto del mondo, il silenzio è assordante. Gli è stata negata la chance di investire in servizi sociali di base, come la sanità pubblica, l’istruzione, le politiche per la creazione di posti di lavoro. L’eredità del colonialismo e le fallimentari politiche strutturali del Fondo Monetario Internazionale degli anni Ottanta e Novanta hanno riversato nelle casse dei paesi poveri, delle risorse patetiche. La pratica del tax dodging poi limita in quantità ancora maggiore, la possibilità di investimenti pubblici ancora di più.

Quando guardiamo a quello che i paesi emergenti affermano in altri vertici e incontri – i BRICS, il gruppo composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa per esempio – si ha l’impressione che le loro teste siano altrove. Mettono molta enfasi sulla crescita di peso dentro il Fondo Monetario Internazionale o nella Banca Mondiale o sulla conquista di un seggio permanente presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e spingono verso accordi multilaterali nel settore del commercio. Si potrebbe dire che sono più preoccupati di assicurarsi il loro posto ai tavoli del potere piuttosto che nel rafforzare chi è senza potere.

Il sistema della finanza globale ha fallito in larga parte perché ha fatto gli interessi solo dei paesi ricchi- e all’interno dei paesi ricchi ha fatto gli interessi dei ricchi, più che di chiunque altro. Per costruire un sistema migliore si devono fare gli interessi di chi finora è stato escluso dalle priorità dell’agenda. Se i le economie emergenti vogliono giocare un ruolo costruttivo in questo processo, dovranno agire in maggiore solidarietà con i paesi più poveri e con i più poveri sui loro stessi territori. Fare diversamente significa condannarci a un ciclo senza fine di espansioni e frenate, con i poveri che continueranno a pagare il prezzo più alto”.

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