Me

Due giorni, una notte

Uno tra i risultati più maturi dell’intera produzione dei Dardenne

Immagine di copertina

Due giorni, una notte è il nuovo film diretto dai fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, presentato in concorso al 67° Festival di Cannes e vincitore all’ultimo Sidney Film Festival.

Ambientato nella città industriale di Seraing, in Belgio, il film racconta di Sandra (una dolente Marion Cotillard in una delle sue prove migliori), operaia per una fabbrica di pannelli solari, sposata al devoto marito Manu (Fabrizio Rongione, attore feticcio dei due registi) e reduce da un periodo di forte depressione.

La donna ha meno di quarantotto ore per persuadere i colleghi di lavoro a rinunciare a un bonus di 1.000 euro e salvarle l’impiego. Passa così di casa in casa, di citofono in citofono, alla ricerca di solidarietà e collaborazione. È ancora annichilita dallo spettro della depressione, e dalla tempestiva necessità di mantenere la propria occupazione.

Due giorni, una notte si impone come uno dei risultati più maturi dell’intera produzione dei Dardenne: la sceneggiatura, a cura dei due registi, sviluppa in maniera sobria – e al contempo dolente – una lotta di miserabili e di arrabbiati, di ogni razza e provenienza.

Nell’arco di una carriera iniziata con il documentario, ed esplosa grazie a Rosetta (1999) – Palma d’Oro al 52° Festival di Cannes – i Dardenne sono stati in grado di codificare una poetica precisa: il ravvicinato pedinamento dei personaggi attraverso l’uso della camera a mano, il montaggio brusco, un’estetica quasi rosselliniana nell’analizzare la realtà. Questa volta ci sono riusciti: la retorica è limitata e non slitta mai oltre il dovuto.

Aiutati dalla nitida fotografia del fidato Alain Marcoen, e legandosi in parte all’ultima scena di Rosetta, anche Due giorni, una notte rivela l’assoluta vocazione dei suoi autori a ritrovare, nei momenti di indicibile sofferenza, i residui spontanei di un’umanità che credevamo perduta.

di Giuseppe Paternò Di Raddusa