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Essere un ginecologo in Afghanistan
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Essere un ginecologo in Afghanistan

La storia di una dottoressa afghana e della sua battaglia contro i Talebani per permettere alle donne di abortire

18 Nov. 2014

“Quando ho iniziato a lavorare, non aiutavo chi si rivolgeva a me per abortire. Dicevo di no”, spiega la dottoressa Lima, la ginecologa afghana che ha intrapreso un pericoloso mestiere: permettere a donne disperate di avere segretamente accesso a metodi contraccettivi e abortivi.

A dettare la sua decisione è stata la portata della sofferenza delle donne per via delle violenze a cui sono sottoposte, di cui la dottoressa è stata testimone. Il suo rifiuto iniziale era prevedibile, in un Paese in cui gli aborti, nella maggior parte dei casi, sono illegali.

Nel 2006, però, la dottoressa Lima si è trovata davanti a un caso che le ha permesso di toccare con mano lo strazio delle donne afghane, facendole capire quanto fosse necessario avere accesso a metodi abortivi sicuri.

“La ragazza aveva 17 anni ed era incinta. Quando i genitori l’hanno scoperta, le hanno somministrato a sua insaputa dei farmaci per indebolirla e ucciderla più facilmente, soffocandola con un cuscino. Fu allora che decisi di aiutare le persone come lei”, ricorda la dottoressa Lima.

La decisione di mettere la sua formazione medica a servizio delle donne afghane, fornendo loro assistenza sanitaria e altre forme di sostegno, pone la vita della dottoressa, e quella della sua famiglia, in costante pericolo.

“Faccio tutto di nascosto. L’unica persona al corrente è mio marito”, afferma la dottoressa Lima.

Molte delle donne che la dottoressa ha aiutato ad abortire sono rimaste incinte dopo essere state stuprate.

Ne ha anche aiutate alcune ad assumere contraccettivi di nascosto mentre i loro mariti le obbligavano a fare più figli.

“Anche quella era una situazione rischiosa”, spiega. “A volte, quando i mariti vedevano che il tempo passava e le mogli non rimanevano incinte, chiedevano loro i motivi e quindi le picchiavano. A quel punto, le donne portavano i mariti da me e io spiegavo loro che visto che le mogli avevano partorito troppe volte senza sosta, il loro corpo era debole e aveva bisogno di tempo per riassestarsi. I mariti allora accettavano la mia spiegazione e le donne potevano vivere sane e serene per un anno o due, prima di rimanere nuovamente incinte”.

La missione della dottoressa Lima l’ha portata in una remota e povera provincia dell’Afghanistan orientale, al confine con il Pakistan. In questa regione, il potere dei Talebani è più forte che mai e il rispetto per i diritti delle donne è pressochè inesistente.

Le ragazze non possono studiare, i mariti picchiano le mogli quotidianamente e per molte famiglie, la soluzione migliore se una ragazza resta incinta fuori dal matrimonio, anche quando è stata stuprata, è ucciderla, attribuendo la causa a una malattia o a un incidente.

In alcune zone, le regole tribali impongono che se nella comunità si scopre che una ragazza è rimasta incinta fuori dal matrimonio, la ragazza venga uccisa per “preservare l’onore” e se i familiari oppongono resistenza, vengono uccisi anche loro. Se lo stupratore viene identificato, sia lui che la vittima vengono uccisi in pubblico.

Una ragazza proveniente da una regione tribale, rimasta incinta dopo uno stupro, si rivolse alla dottoressa Lima per poter abortire. La ragazza spiegò al medico che la gravidanza non le avrebbe mai fatto dimenticare il calvario che aveva passato. Aveva anche paura di essere uccisa e che la famiglia sarebbe stata lacerata da una faida sanguinaria.

Un’altra donna, madre di sei figli, era stata rinchiusa col bestiame dal marito, che nel frattempo si era risposato. “Quando è venuta da me, l’ho aiutata a mettersi in contatto con il Ministero degli Affari femminili e dopo una battaglia legale durata molti mesi, alla fine ha ottenuto il divorzio”.

“In questa zona, un uomo la fa sempre franca, qualsiasi cosa faccia”, spiega la dottoressa Lima. Quando lavorava nella provincia di Kunar, nel nordest dell’Afghanistan, la dottoressa Lima indossava il burqa per nascondere la sua identità ma questo non pose fine alle minacce di morte da parte dei Talebani.

“Iniziai a ricevere lettere intimidatorie, dove si diceva che quello che facevo andava contro l’Islam”, spiega il medico. Nel 2009, i rischi insiti nella coraggiosa missione della dottoressa divennero brutalmente evidenti.

“Era sera e mio figlio stava giocando nel giardino davanti casa. Ho sentito un’esplosione e mi sono precipitata fuori e ho visto mio figlio ricoperto di sangue”, ricorda.

Il ragazzino di 11 anni era rimasto vittima di un attentato con una granata, ordito dai Talebani contro la casa della dottoressa Lima. Nonostante una brutta ferita alla gamba, è sopravvissuto ed è tornato a camminare, con l’aiuto di un bastone.

Il peggio, però, è arrivato sei mesi dopo. Dopo altre minacce e avvertimenti da parte dei Talebani, il fratello della dottoressa Lima, ventiduenne, è stato ucciso in un simile attentato di fronte alla sua clinica della donna.

La dottoressa è stata costretta a trasferirsi in un luogo segreto, ma questa esperienza non ha indebolito la sua dedizione alla causa delle donne afghane. “Voglio servire il mio Paese e il mio popolo che ha sofferto molto. Non posso starmene a casa con le mani in mano”, afferma.

“Mio figlio è stato ferito e mio fratello ucciso per colpa del mio lavoro, ma io non mi sono mai arresa. Non si può svolgere questa attività senza incorrere nella sofferenza. In Afghanistan, tutte le donne soffrono”.

I dettagli della campagna lanciata da Amnesty per offrire maggiore protezione alle professioniste afghane come la dottoressa Lima sono disponibili sul sito web di Amnesty. Per tutelare la sicurezza della dottoressa e dei suoi pazienti, è stato usato uno pseudonimo.

Horia Mosadiq è una ricercatrice afghana per Amnesty International. Il suo articolo in lingua originale è stato pubblicato qui.

(Traduzione di Lorenza Geronimo)

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