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Ehi tu, licenziati
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Ehi tu, licenziati

Uno studio sulla disoccupazione mostra che chi da giovane cambia più lavori, e fa esperienze diverse, alla fine guadagna di più

13 Nov. 2014

Di tanto in tanto, i miei amici si rivolgono a me in preda all’ansia per le loro carriere professionali, spinti dall’erronea convinzione che, scrivendo di economia, io sia anche un buon consulente di lavoro.

I miei consigli, di solito, sono di un ottimismo graduale. Qualcosa che suona più o meno così: “Non lasciare il tuo lavoro, diventerai più bravo con il passare del tempo, e quando ti sentirai più competente, ti sentirai anche più soddisfatto”… consigli di questo genere.

Quando gli stessi amici si rivolgono poi al mio coinquilino, un imprenditore che sta sviluppando un’app per servizi finanziari, invece, vengono travolti da un ottimismo radicale. “Vattene via da lì! Licenziati se devi! Sarai più felice a fare qualsiasi altra cosa!”

Non l’ho mai detto esplicitamente, ma ho sempre pensato che il mio approccio cauto fosse più responsabile, anche se raramente è stato fonte d’ispirazione. Secondo un nuovo studio sulla disoccupazione giovanile svolto dagli economisti Martin Gervais, Nir Jaimovich, Henry Siu, and Yaniv Yedid-Levi, il mio metodo dell’ottimismo graduale, seppur appropriato per i momenti più bui della Grande Recessione, non è poi così brillante.

Al contrario, esiste quello che potrebbe essere definito un “premio per il lavoro da sogno”. Saltare da un lavoro all’altro quando hai 20 anni – comportamento che viene visto da molti come un segno di ribellione e poca serietà – aumenta le possibilità di trovare un lavoro più soddisfacente e redditizio quando si raggiungono i 30 e 40 anni.

“Le persone che cambiano lavoro con più frequenza all’inizio delle loro carriere tendono ad avere stipendi più alti quando raggiungono il picco dell’età lavorativa“, ha detto Henry Siu, un professore alla Vancouver School of Economics. “In realtà cambiare lavoro frequentemente porta al raggiungimento di stipendi più alti, perchè solo così facendo è possibile trovare la propria vocazione”.

Il termine “vocazione” è qualcosa di ambiguo, dal momento che a) la competenza sul posto di lavoro, b) la soddisfazione professionale e c) il compenso economico non vanno sempre di pari passo.

Per esempio: ci sono investitori bancari talentuosi e al contempo scontenti (ovvero: ricchi e competenti ma non soddisfatti), insegnanti di scuole pubbliche talentuosi e realizzati (competenti e soddisfatti, ma che guadagnano molto poco), e diversi general manager di squadre sportive (ricchi e soddisfatti, ma non competenti).

Tutto sommato, secondo Siu, chi cambia lavoro spesso ha più probabilità di trovare un impiego negli anni d’oro della propria carriera, che gli permetta di guadagnare di più e con minore chance di volerlo lasciare (come sempre, la causalità degli eventi è difficile da stabilire: un comportamento proattivo può portare in egual misura a uno stipendio alto e a una maggiore probabilità di cambiare lavoro).

I giovani hanno più probabilità di essere disoccupati. La ricerca di Siu cerca di capire il perchè. È forse perchè hanno più difficoltà a trovare lavoro, oppure è perchè si licenziano con più facilità? Ho sempre pensato che i tassi di disoccupazione giovanile fossero più alti perchè è più difficile trovare un lavoro che tenersene uno stretto, e perché la maggior parte delle persone che ha terminato il liceo o l’università deve partire da zero.

Siu mi ha spiegato che è vero il contrario. “Si può vedere abbastanza chiaramente che la ragione per cui i giovani hanno un tasso di disoccupazione relativamente più alto non è dovuto alle maggiori difficoltà nel trovare lavoro. In realtà, trovano impiego più facilmente rispetto a qualcuno di 45 o 55 anni. Ma hanno più probabilità di lasciare il loro posto di lavoro”, ha aggiunto Siu. 

Parlando con dirigenti di grandi aziende circa il comportamento della generazione di ragazzi nati tra gli anni Ottanta e i Duemila, ho sentito ripetere spesso che i giovani d’oggi sono più propensi ad abbandonare il loro impiego rapidamente. Questa tendenza è stata usata come scusa per non istruire i giovani sul posto di lavoro. Del tipo: “Perchè fare un investimento se quell’impiegato sparirà lo stesso tra qualche mese?”.

Ma secondo Siu, i giovani al giorno d’oggi non tendono a licenziarsi più di quanto non lo facessero i loro coetanei negli anni Settanta o Ottanta. Quello che li distingue rispetto alle generazioni passate è che oggi, quando se ne vanno, hanno più probabilità di provare un lavoro completamente diverso da quello precedente.

“L’impiegato del dipartimento di risorse umane, che sta prendendo in considerazione un giovane lavoratore, non può dire: ‘Se lo assumo ci sono più probabilità che lasci la mia azienda’. Quella probabiltà è rimasta invariata nel tempo. Quel che è vero è che se la persona lascia l’azienda, ci sono maggiori probabilità che il prossimo lavoro che svolgerà sarà completamente diverso”. In altre parole, i giovani d’oggi non hanno una maggiore tendenza a lasciare il posto di lavoro. Semplicemente, sperimentano di più.

La disoccupazione giovanile è stata particolarmente alta negli ultimi anni. I giovani sono l’unica fascia di età che ha visto un calo del reddito reale a partire dal 2008, secondo l’istituto di ricerca americano Pew. Sono pochi gli aspetti positivi del mercato del lavoro negli ultimi anni, in particolar modo per ciò che concerne la crescita degli stipendi.

Ma, se ci si sforza, si riesce a trovare un lato positivo nel fatto che la disoccupazione giovanile sia stata tradizionalmente elevata. I giovani stanno trattando il mercato del lavoro in maniera appropriata, come un laboratorio dove provare diversi lavori anziché legarsi alla prima compagnia che risponde alle loro telefonate.

“C’è ancora questa nozione antiquata che il successo significhi avere una forza lavoro legata in pianta stabile all’azienda, finché non si arriva tra i 50 e i 60 anni, e allora ci si può godere una pensione degna e finisce tutto lì”, dice Siu.

“Il mercato del lavoro statunitense è molto più fluido in questo. C’è molta più mobilità tra un lavoro e l’altro. Il fatto che i giovani abbiano un tasso di disoccupazione più elevato è una cosa positiva, almeno fino a quando questo sarà una mera conseguenza di un continuo cambio del lavoro.”

Derek Thompson è un giornalista che scrive per The Atlantic. L’articolo originale è stato pubblicato qui.

(Traduzione di Ludovico Tallarita)

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