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Chiusi in gabbia
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Chiusi in gabbia

A un anno dal tifone che ha devastato le Filippine, diversi malati mentali vivono isolati dalla società senza alcun supporto

12 Nov. 2014

Joe Becire ha 34 anni e vive in un villaggio della città di San Remigio, nel sud delle Filippine.

Fino a poco tempo fa, però, non ricordava nulla delle lunghe spiagge assolate e delle foreste circostanti, perché per sedici anni ha vissuto all’interno di una gabbia costruita con massicci tronchi di bambù, dotata di fessure appena sufficienti per far passare la sua razione di cibo quotidiana.

È stato bloccato con catene e imprigionato in uno spazio angusto, non perché fosse l’autore di un crimine, ma perché prigioniero della sua stessa malattia: un grave disturbo mentale che ha costretto la famiglia a costruirgli questa cella improvvisata a pochi metri dalla loro abitazione, al fine di impedirgli di far del male a se stesso e agli altri membri della comunità.

La sua storia è stata raccontata con un video-documentario diretto da Simon Rawles e prodotto da Vishva Samani, e diffuso dal Guardian.

A un anno dal primo anniversario che ha commemorato le vittime del tifone Haiyan, abbattutosi sull’arcipelago filippino l’8 novembre 2013 causando più di 6mila morti e 4 milioni di sfollati (di cui 100mila residenti in aree costiere dichiarate ufficialmente come zone a rischio), le ricerche dei superstiti hanno fatto emergere la storia di Joe e di altre sei persone nei dintorni della regione filippina di Cebu.

La scoperta delle condizioni disumane di Joe è stata del tutto casuale: è quanto sostiene John Paul Maunes, co-fondatore del Gualandi Volunteer Service Programme (Gvsp), un’organizzazione locale impegnata nell’assistenza nei giorni successivi al tifone. “Quando abbiamo trovato Joe ridotto in quello stato, siamo rimasti scioccati”, racconta.

La decisione delle famiglie di confinare i propri figli nelle gabbie non nasce da un atto di crudeltà, bensì di disperazione, vista la mancanza dei mezzi economici necessari per rivolgersi a centri specializzati nella cura delle malattie mentali.

Lo confermano le parole della madre di Joe: “Non so perché mio figlio si trovasse in quello stato. Piangevo ogni giorno per lui, era come se il mio cuore stesse andando a fuoco. Non avevo i soldi per pagargli le cure appropriate: ho dovuto incatenarlo. Il capo villaggio mi disse che se lo avessi liberato, e lui avesse ucciso qualcuno, la responsabilità sarebbe stata mia e sarei finita in carcere”.

Il disinteresse delle autorità competenti a livello centrale, insieme a un diffuso senso di timore e diffidenza nei confronti dei malati mentali, fa sì che la loro assistenza venga spesso lasciata nelle sole mani degli enti benefici locali.

Pur in assenza di risorse adeguate, l’organizzazione di John Maunes è riuscita a compiere un piccolo miracolo: “Con Joe siamo intervenuti fornendo assistenza medica e psicologica per lui e la famiglia. Dopo solo un mese, era in grado di muoversi in autonomia, e compiere i gesti più semplici, come lavarsi o cucinare. Nessuno poteva crederci: chi lo temeva, ha capito che dietro alla malattia c’era pur sempre un essere umano”, racconta.

La devastazione provocata dal tifone Haiyan ha spinto le organizzazioni umanitarie ad accorrere nelle zone colpite, e di venire a conoscenza di vicende come quella di Joe Becire, fino ad allora tenute all’oscuro. Ma i danni subìti dalla popolazione filippina in termini di abitazioni, posti di lavoro e di vite andate perse sono ancora schiaccianti, e al momento impediscono un intervento mirato a favore dei pazienti affetti da disturbi mentali.

A un anno dalla tragedia che ha colpito il Paese, continuano le polemiche di chi ritiene che gli interventi effettuati a seguito del tifone non siano stati adeguati. In particolare, il sindaco e gli abitanti di Tacloban, la città maggiormente colpita dal tifone, puntano il dito contro Corazòn Soliman, capo del Department for Social Welfare and Development (Dswd).

Secondo la popolazione di Tacloban, gli aiuti stanziati dal governo filippino non sarebbero stati equamente distribuiti, ma limitati alle sole aree politicamente affini al partito del presidente Benigno Aquino III, in carica dal 2010.

Ad aggravare la posizione di Corazòn Soliman ci sono poi le rivelazioni scaturite dall’Indipendent Commission on Audit Report dello scorso settembre. Dalla documentazione contenuta nel report risulta che l’ufficio della Soliman avrebbe causato la perdita di pacchi alimentari per un valore di circa 1,25 milioni di euro a causa di uno stoccaggio improprio, più altri 12,5 milioni di euro in contanti destinati alle vittime, e confluiti invece in conti bancari del governo.

La Soliman ha ammesso l’esistenza di “differenze politiche” che avrebbero reso difficile la collaborazione con il sindaco, negando tuttavia ogni responsabilità in merito alla perdita dei pacchi alimentari e all’allocazione dei fondi, assicurando che “i responsabili dell’incidente saranno chiamati a rispondere”. 

Al di là delle divergenze politiche a livello nazionale che possono aver compromesso parte degli aiuti, le Filippine hanno potuto contare sull’assistenza costante delle Ong: grazie alla Philippine Red Cross (PCR), ad esempio, è stato possibile ricostruire più di 6mila case; attraverso un piano triennale pari a 290 milioni di euro inoltre sarà possibile fornire un supporto finanziario alle famiglie situate nelle zone più colpite, tra cui le località di Leyte, Cebu, Palawan e Panay.

Un’altra organizzazione chiamata Philippine Communitere sta contribuendo in modo innovativo al recupero delle aree distrutte dal tifone Haiyan, mettendo a disposizione un Centro di Risorse Logistico (The Makerspace), che offre alla popolazione locale tutto il materiale e la manodopera necessaria per ricostruire scuole e abitazioni.

Pagsisikap è una parola filippina che può tradursi come solidarietà o sforzo comune: è ciò che sta dando al popolo filippino la forza di ricostruire comunità più sostenibili, e di superare uno dei più grandi disastri che il Paese abbia mai dovuto affrontare.

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