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All’ombra di un rifugio antiatomico

Utilizzati 15 anni fa durante il bombardamento Nato in Serbia, sono oggi sede di attività economiche e culturali

Immagine di copertina

Dusica ha 17 anni e fa l’istruttrice in un centro di tiro al bersaglio di Novi Beograd, un sobborgo di Belgrado. Lavora all’interno di un rifugio antiatomico.

In Serbia ne esistono almeno 3.000 e furono costruiti nell’era della Jugoslavia socialista, in caso di attacco nucleare dall’esterno. Quindici anni fa erano utilizzati per proteggersi dai bombardamenti della Nato. Oggi sono sede di attività economiche e culturali.

Dusica era troppo giovane quindici anni fa per ricordare l’operazione della Nato, che per 78 giorni bombardò la Serbia nel corso della guerra in Kosovo. Per lei, come per molti suoi connazionali ai quali la televisione di Slobodan Milosevic aveva nascosto i crimini commessi dalle forze armate serbe, quell’operazione fu un sopruso.

“Non odio l’occidente, ma non voglio dimenticare che ci hanno bombardato”, racconta. “Quando vedo ragazzi della mia età con addosso magliette con disegnata sopra la bandiera degli Stati Uniti mi irrito. L’Occidente ci ha già sganciato delle bombe sulla testa, perché dovremmo imitarli e seguirli adesso?”.

Anche Filip la pensa come Dusica. Studia medicina a Nis, nel sud della Serbia, ed era in città quando quindici anni fa gli aerei americani bombardarono la Nis Petrol, la società di estrazione petrolifera serba. “Un grande fungo rosso si sollevò all’orizzonte, credevamo che ci avessero sganciato addosso una bomba atomica”.

“Furono utilizzate molte armi chimiche all’uranio impoverito in quel periodo, oggi nel sud della Serbia l’incidenza di tumori è molto più alta che nel resto del Paese”.

Secondo Filip, la Serbia dovrebbe mantenersi indipendente, allontanarsi dalla Russia (vista ancora da molti come una sorella maggiore), senza però entrare nell’Unione Europea o avvicinarsi alle politiche degli Stati Uniti. “Il piano della Nato fu di distruggere le industrie e le fabbriche jugoslave per poter dare spazio a quelle europee e americane”, continua Filip.

I rifugi antiatomici riportano alla memoria la reazione dell’occidente alle operazioni militari serbe in Kosovo. E, allo stesso tempo, per chi abita nei quartieri residenziali dei Blok, i casermoni popolari degli anni Sessanta e Settanta, è difficile non pensare a quel Paese che i rifugi li costruì: la Jugoslavia socialista del Maresciallo Tito.

Un Paese che oggi non esiste più, ma di cui si conserva spesso un ricordo romantico. All’epoca del socialismo con il passaporto jugoslavo non serviva nessun visto e si poteva viaggiare tranquillamente in ogni nazione del mondo, privilegi che il passaporto serbo oggi non consente.

Spasoje vive a Novi Sad, ha 57 anni e prova nostalgia della Jugoslavia. È il direttore dell’agenzia Sklonista, che si occupa della gestione dei rifugi antiatomici. Il suo ufficio ricorda l’amministrazione socialista: è installato dentro a un grande palazzone di cemento, con lunghi e deserti corridoi illuminati da enormi vetrate.

Nikola invece vive a Novi Sad, nella provincia autonoma della Voivodina, la più ricca del Paese. È l’istruttore di una scuola di karate nel sottosuolo di un rifugio antiatomico del quartiere di Novi Naselje: “Dormivo proprio qui quando da bambino la Nato bombardò il Paese”, racconta.

“Per noi piccoli era quasi un gioco, ci ritrovavamo tutti assieme con i vicini, cantavamo e poi ci addormentavamo. In Europa si è creato lo stereotipo che in Serbia siamo tutti ultra-nazionalisti, ma non è affatto vero. Vogliamo chiudere con un passato scomodo, adesso la priorità è andare avanti, sviluppare l’economia e dare lavoro e opportunità a tutti”.

Nikola rappresenta quella parte di popolazione che vorrebbe vedere il Paese avvicinarsi all’Unione Europea, dare diritti alle minoranze e sviluppare strutture democratiche più forti.

Nel frattempo che la Serbia compie una lenta e difficile terapia post-conflitto, tra Russia, Stati Uniti e Unione Europea i rapporti ritornano a farsi difficili e la Serbia potrebbe presto vedersi costretta a scegliere da che parte stare.

Fin dal 2008, la compagnia petrolifera russa Gazprom gode del monopolio sulla fornitura di gas nel Paese. Oltre a ciò possiede il 51 per cento della Nis Petrol, la società di estrazione petrolifera serba.

Se da una parte la Serbia è energicamente legata a Mosca, dall’altra dal 2014 ha iniziato le trattative per l’ingresso nell’Unione Europea, che spinge perché in Serbia vengano rispettati i diritti delle minoranze, prime tra tutte quella Lgbt.

Si è svolto poche settimane fa tra le strade di Belgrado un Gay Pride blindato, costruito e pensato dal premier serbo Aleksandar Vucic per rispondere alle pressioni di Bruxelles sull’argomento.

Per la Serbia, che non ha ancora digerito il conflitto che portò alla dissoluzione della Jugoslavia, si avvicina inesorabilmente il momento di fare una scelta chiara, ma qualsiasi decisione rischia di creare profonde fratture e risvegliare vecchi demoni.