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Il movimento del suicidio economico

Scendendo in piazza contro la riforma del lavoro la Cgil ostacola le misure necessarie per la sopravvivenza dell'economia italiana

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Circa un milione di persone si sono riversate sabato scorso in piazza San Giovanni, a Roma, per protestare contro i tentativi del presidente del consiglio, Matteo Renzi, di riformare il mercato del lavoro.

A guidare la protesta c’era la Cgil, Confederazione generale italiana del lavoro, il più grande sindacato del Paese, che si propone di mantenere le garanzie per i lavoratori in Italia così come sono attualmente.

Ma secondo il Wall Street Journal, il mantenimento dello status quo auspicato dal sindacato sarebbe insostenibile per l’economia italiana. È per questo che il quotidiano statunitense ha ribattezzato la Cgil il “movimento per il suicidio economico in Italia”.

“Le regole del mercato del lavoro in Italia sono rimaste sostanzialmente immutate dal momento in cui è stato stabilito il moderno Stato italiano”, spiega il Wall Street Journal. Il codice del lavoro italiano, di circa 2.700 pagine, divide i lavoratori in due parti. Quelli più anziani beneficiano di tutte le garanzie della legge, compresa la protezione contro i licenziamenti. Mentre il resto della forza lavoro, prevalentemente giovane, si accontenta di contratti a tempo determinato e altre forme di lavoro itinerante.

Per licenziare un lavoratore che ha uno scarso rendimento, le imprese italiane devono convincere un giudice di non aver avuto alternative disponibili a breve termine, e ciò comporta una serie di costose udienze amministrative che possono protrarsi per mesi. Non a caso, come riporta il quotidiano americano, il World Economic Forum nella sua valutazione di efficienza del mercato del lavoro del 2014-15 ha classificato l’Italia al 141esimo posto su 144 Paesi in materia di pratiche di assunzione e licenziamento, vale a dire appena sopra lo Zimbabwe.

Un’altra questione riguarda la cassa integrazione guadagni, uno strumento che consente alle aziende che hanno bisogno di ridurre le loro dimensioni di mettere alcuni lavoratori in “stand-by”. Il governo copre una parte significativa della retribuzione del lavoratore fino a quando l’azienda non può assumerlo di nuovo. “Il programma pesa sul bilancio dello Stato, scoraggia i lavoratori dal cercare altri lavori, e impedisce alle aziende di ridimensionarsi per rimanere competitive”, scrive il Wall Street Journal.

“I sindacati nazionali intrattabili, che sono veloci a scioperare ma lenti a scendere a compromessi, aggravano tutti questi problemi. L’Italia ha il maggior numero di piccole imprese dell’Unione europea non perché le aziende non vogliano crescere, ma perché temono che la crescita significhi dover negoziare con i sindacati nazionali militanti come la Cgil”.

Il risultato di tutte queste barriere all’assunzione e all’efficienza è che le imprese sono riluttanti ad assumere. Con la riforma del lavoro, Matteo Renzi mira a eliminare gradualmente il sistema dualistico con l’introduzione di un unico contratto per tutti i lavoratori; a spostare la tutela del lavoro dal posto di lavoro ai singoli individui; e a ridurre la burocrazia necessaria per stipulare contratti di lavoro temporaneo.

“Il tasso ufficiale di disoccupazione del Paese si attesta al 12 per cento, e la metà dei giovani italiani è senza lavoro”, riporta il Wall Street Journal. “Data la portata del problema, le riforme proposte da Renzi sono un inizio, ma rimangono ben lungi dall’essere sufficienti”.