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Il bambino soldato siriano

La storia di un ragazzo di 16 anni fuggito dalla guerra civile in Siria, sottratto alla famiglia con un inganno e venduto all'Isis

Immagine di copertina

Mohammad ha 16 anni e viene da Talbiseh, una cittadina alla periferia nord di Homs, in Siria. Da due anni circa non vede la sua famiglia. Oggi è arruolato nell’Isis e tiene fra le mani un fucile d’assalto un po’ datato in grado di sparare centinaia di colpi al minuto.

Mohammad fa parte delle migliaia di bambini e adolescenti che vengono reclutati dai gruppi armati siriani d’opposizione che da anni tentano di annientare il regime politico e militare di Bashar al-Assad con lo scopo di portare a termine il progetto di costruzione dello Stato Islamico.

Secondo un report pubblicato da Human Rights Watch, il traffico di bambini soldato in Siria è aumentato notevolmente dall’inizio della guerra civil, coinvolgendo anche quelli fra i 14 e 15 anni. Secondo il Violations Documenting Center, un gruppo siriano che monitora la situazione del Paese, a partire da settembre 2011 sono stati uccisi 194 bambini maschi “non civili”.

Ma non sono soltanto le milizie estremiste come il Fronte islamico o il Fronte al-Nusra, la cellula siriana di al-Qaeda, a costringere questi ragazzini ad arruolarsi. Sono anche i gruppi moderati a farlo, come l’Esercito Siriano Libero.

“Questi gruppi si prendono gioco delle persone per accrescere la propria rete di combattenti”, spiega Umm Omar, la madre 35enne di Mohammad al sito internet Syria Deeply. “I genitori, spesso ingenui, si fanno ingannare e perdono i loro figli, che in breve tempo diventano uno strumento di guerra”.

Come molte donne siriane, Umm è fuggita da una casa rasa al suolo dopo un colpo di mortaio che le ha portato via il marito e lacerato il futuro, trascinando con sé Mohammad e l’altro figlio di dieci anni. Trasferirsi in Egitto poteva essere un nuovo punto di partenza. Si è trasformato in un incubo.

In Egitto, la madre di Mohammad ha incontrato una “donna di Homs, una conoscente…”, racconta con un velo di tristezza e il rimpianto di essersi fidata troppo. “Quando ha saputo che mio figlio aveva bisogno di cure mediche, mi ha proposto di mandarlo in Turchia. Lì avrebbe trovato funzionari delle Nazioni Unite che si sarebbero presi cura di lui e che sarebbero stati disposti a pagare le spese (sanitarie, ndr)”.

I cento dollari mensili che riceveva dall’Unhcr non bastavano a coprire le necessità di Mohammad e la retta scolastica del fratello. Così decise di seguire il consiglio e mise suo figlio su un aereo per la Turchia.

“All’inizio esitavo: mio figlio è troppo piccolo per viaggiare da solo”, continua Umm. “L’aggravarsi delle sue condizioni di salute e il fatto che venisse accompagnato da un gruppo di persone della zona, mi hanno poi convinta a lasciarlo partire”.

Dal 2012, Mohammad non è più tornato a casa. In Turchia ci è rimasto una settimana, giusto il tempo di essere curato, per poi essere venduto come schiavo a un gruppo di militanti jihadisti al confine con la Siria. Qui i ragazzini vengono addestrati in un campo militare assieme alle reclute volontarie straniere, in gran parte provenienti dall’Europa.

Indossano l’uniforme verde dei ribelli e una benda nera sulla fronte, imbracciano armi di grosso calibro e inneggiano slogan religiosi. I contatti con le famiglie si fanno sempre più rari: qualche e-mail, qualche foto spedita via internet, qualche telefonata di contrabbando. Disobbedire alle brigate può essere fatale.

“La cosa che più mi spaventa”, spiega Umm, “è vederlo con addosso la cintura esplosiva. Dopotutto è soltanto un ragazzino”.

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