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La guerra contro l’Isis

Proviamo a fare il punto, senza giri di parole

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L’11 settembre 2014, tredici anni dopo l’attentato alle torri gemelle nel cuore di New York, gli Stati Uniti dichiarano guerra allo Stato Islamico, o Isis.

Il premio Nobel per la pace Barack Obama, dopo aver criticato aspramente la guerra in Iraq scatenata dal suo predecessore George W. Bush nel 2003, fa marcia indietro sul ritiro dei militari americani dal medio oriente e inizia una nuova guerra contro i terroristi guidati dal califfo Abu Bakr Al Baghdadi, il Messi di Baghdad.

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Nella guerra tra Stati Uniti e Isis, però, i conti non tornano. La prima cosa che non si capisce è quale sia l’obiettivo delle operazioni militari statunitensi: fermare l’avanzata dello Stato Islamico nel territorio compreso tra Iraq e Siria, d’accordo, ma poi, qual è la strategia?

Appoggiare o non sostenere le forze attive sul campo in prima linea composte sia da curdi iracheni sia da curdi siriani? Collaborare o non collaborare con il governo siriano di Bashar Al Assad e con quello iracheno di Haider Al Abadi? Non è stata resa pubblica una strategia chiara per fronteggiare la minaccia dell’Isis a lungo termine, insieme o senza gli altri attori mediorientali. Al momento sembra non esserci una vera e propria strategia, anche perché appare difficile organizzare una coalizione anti-Isis senza capire la posizione delle tre principali potenze regionali: Arabia Saudita, Iran e Turchia.

“Tutti e tre questi Paesi – sostiene il professore di Relazioni Internazionali Vittorio Emanuele Parsi in un’intervista esclusiva a The Post Internazionale – rappresentano un problema per gli Stati Uniti.

L’Arabia Saudita è lo stato che ha più bisogno di Washington: non vuole vedere un fallimento della strategia americana nella regione perché non è in grado di difendersi senza gli Stati Uniti, nonostante le sue performance egemoniche di questi ultimi anni”.

Difendersi da chi? “Dagli iraniani, che per i sauditi sono la minaccia principale. L’Iran sarebbe l’alleato naturale, per chiunque volesse combattere lo Stato Islamico. Ma in primis Teheran non vuole una alleanza con gli Stati Uniti”. Sembra strano, infatti, che l’Iran non abbia ancora mosso un dito contro lo Stato Islamico, che minaccia da molto vicino il confine iraniano.

E ancora più strana è la posizione della Turchia che nella battaglia tra curdi e terroristi dell’Isis nella cittadina di Kobane, a poche centinaia di metri dal confine turco-siriano, considera suo primo nemico i curdi, alleati di fatto degli Stati Uniti contro l’Isis.

“La Turchia – spiega Parsi – è un membro della Nato, alleato formale di Washington, ma possiede una propria agenda politica che non prevede che gli Stati Uniti rafforzino una presenza significativa in Medio Oriente e per di più i turchi non sono particolarmente ostili allo Stato Islamico. Ne hanno infatti sostenuto la crescita e ne stanno garantendo la sopravvivenza attraverso i confini permeabili”.

(Nella foto qui sotto: Suruc, sul confine turco-siriano, Nur/Jacob Simkin)

Nessuno di questi stati, insomma, ha un disegno coincidente con quello degli Stati Uniti. E in tutto questo l’America non ha una strategia. “Tutto questo – sostiene Parsi – rende davvero difficile una coalizione tra gli Stati Uniti e Paesi che al termine delle operazioni militari resteranno lì, nella regione, e non avranno la possibilità di andarsene, come invece potrebbero fare gli americani. A questi governi non basta fermare o distruggere lo Stato islamico, vogliono sapere cosa succederà dopo.”

“E gli Stati Uniti non lo sanno, come non lo sapevano nel 2003, per questo nessun alleato si fida di loro. Per gli Stati Uniti la situazione è davvero molto difficile. L’Iran sarebbe un possibile alleato, ma la prudenza americana è dovuta al suo rapporto con Israele, che non gli permette di avere mano libera nella regione”.

Il rischio è che la guerra possa non avere fine. Parsi avverte che “se la coalizione contro lo Stato Islamico è fatta solo da curdi, sciiti, cristiani, yazidi e qualunque altra minoranza presente nell’area, l’intervento americano sarebbe facilmente risucchiabile – in termini di comunicazione – all’interno della logica della guerra settaria, che è esattamente quella che lo Stato Islamico cerca e che, paradossalmente, gli Stati Uniti continuano ad alimentare intorno allo stesso Stato Islamico. Lo Stato Islamico può essere considerato un incidente di percorso. Che però è riuscito a riscuotere un discreto successo nelle masse sunnite, anche se non nella maggioranza, finora”.

In tutto questo, lo Stato Islamico continua a minacciare non solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa, mentre Londra, Parigi, Roma e Berlino osservano il dilagare della violenza e della guerra fino ai confini di casa propria senza muovere un dito. Ho chiesto a Parsi cosa fa l’Unione Europea per combattere il terrorismo dell’Isis e la sua risposta è stata chiara.

“L’Unione Europea non fa nulla. Cosa fanno gli stati importanti d’Europa? Troppo poco. Il fatto che gli Stati Uniti non abbiano una strategia non giustifica l’immobilismo europeo. Lo Stato Islamico e la questione ucraina sono le due minacce più importanti che l’Europa deve affrontare dalla fine della Guerra Fredda. Lo Stato islamico va combattuto con ogni mezzo, compresi quelli militari. Noi non possiamo non fare la nostra parte. Intervengono militarmente solo inglesi e francesi. Non si può fornire armi leggere e pensare che questo basti. Bisogna intervenire con mezzi pesanti, armi sofisticate.”

“Anche in Afghanistan nel 2001, sostanzialmente, l’intervento americano fu aereo, ma l’alleanza del nord era contro i Taliban. Questi ultimi, fanatici e numerosi, non erano però un’organizzazione politica come lo è oggi lo Stato islamico, che ha trovato numerose armi sofisticate sulla sua strada, che guadagna col mercato nero, che incassa proventi petroliferi e che si arricchisce incassando milioni di dollari al giorno. Senza le truppe di terra forse non basterà”.

(Nella foto: rifugiati curdi della città siriana di Kobane in un campo profughi vicino a Suruc, sul confine tra Siria e Turchia, Reuters/Kai Pfaffenbach)

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Per rispondere adeguatamente alla minaccia e per garantire la sicurezza nei nostri confini è fondamentale capire quale sia realmente l’obiettivo dell’Isis. La retorica anti-occidentale e i proclami fatti attraverso i video di propaganda non rivelano il fine ultimo del califfato. L’obiettivo dello Stato Islamico è costruire uno vero e proprio Stato?

Parsi spiega che “lo Stato Islamico non riconosce la comunità internazionale, non ha bisogno di costruire uno stato per legittimarsi nella comunità internazionale, tanto meno la sua emanazione mediorientale, che è esattamente ciò contro cui si batte. Non è Hamas, è Al Qaeda. Un Al Qaeda 2.0. Al Qaeda, trasformata in Stato Islamico, riscopre la capacità di combattimento sul terreno, che ha avuto in Afghanistan e che non ha avuto in Iraq negli anni peggiori della guerra — ovvero 2006/2008.”

“Con la differenza, però, che sia in Afghanistan che in Iraq, Al Qaeda era ospite di qualcun altro. Al Qaeda ha tratto la lezione dalla sua debolezza: da essere parassita in un altro corpo ha deciso di ricostituirsi corpo, per poter agire direttamente sul territorio, senza intermediari. Nella consapevolezza che ciò non porterà alla costruzione di uno stato vero e proprio, questo esperimento temporaneo potrebbe non essere così temporaneo proprio perché Al Qaeda si è sviluppata all’interno di due corpi in putrefazione: Iraq e Siria”.

“L’organizzazione territoriale dello Stato Islamico – continua Parsi – serve a manifestare la plausibilità del progetto del califfato, serve a rievocare quello che diceva il terrorista internazionale Al Zarqawi: Damasco e Baghdad sono le due capitali storiche dei grandi califfati arabi. Reclutamento sul territorio: legione straniera motivata in piena tradizione di Al Qaeda, fanatica e senza nulla da perdere. I locali sono una base operativa. Pronti a dimostrare che è in grado di svolgere un’azione politica di ampio respiro.”

“La nemesi: le rivoluzioni arabe avevano messo da parte Al Qaeda. Il fallimento delle rivoluzioni arabe ha riportato in auge Al Qaeda. In una versione post-moderna che comunica come noi. Tuttavia, restano dei barbari intelligenti, e questo ci da anche la dimostrazione che il terrorismo arabo e mediorientale non è tutto la stessa cosa. Questo non è un movimento di liberazione nazionale, sono feroci assassini. Non c’è trattativa”.

Vittorio Emanuele Parsi è professore ordinario presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, insegna Relazioni Internazionali nella Facoltà di Scienze politiche e nella Facoltà di Lingue e Letterature Straniere. È direttore dell’ASERI dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha insegnato alla Royal University di Phnom Penh in Cambogia, alla Kazakhstan Law Academy di Alma Ata in Kazakhstan, all’Università statale di Novosibirsk in Russia e alla Saint Joseph University di Beirut in Libano. Dal 2002 al 2013 è stato professore a contratto nella Facoltà di Economia dell’Università della Svizzera Italiana (USI).