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La coscienza ai confini della morte

Il 40% dei pazienti che ha subito un arresto cardiaco ha mantenuto una qualche forma di coscienza dopo la morte clinica

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Cosa ci sia dopo la morte è da sempre uno degli argomenti più discussi e controversi. Di questo si è occupata l’università di Southampton, che dal 2008 a oggi ha condotto uno studio su oltre 2mila persone colpite da arresto cardiaco in quindici ospedali del tra Regno Unito, Stati Uniti e Austria, per capire cosa provassero mentre il loro cuore non batteva.

Da quando il cuore umano si ferma, bastano trenta secondi perché non funzioni neanche il cervello, come nota Sam Parnia, uno dei responsabili del progetto, al Telegraph. Ciononostante, la ricerca ha registrato che il 40 per cento dei pazienti sopravvissuti descrive di aver provato una qualche forma di coscienza nel periodo in cui erano considerati clinicamente morti.

Parnia pensa, inoltre, che le persone che hanno avuto questo tipo di esperienze potrebbero essere molte di più, ma che i farmaci assunti durante il processo di rianimazione potrebbero avergli impedito di ricordarlo.

Un uomo di 57 anni di Southampton è rimasto privo di coscienza e dichiarato clinicamente morto per tre minuti. Tuttavia, è stato in grado di descrivere nel dettaglio le azioni dei medici presenti nella sala. Soprattutto, ha sentito per due volte il segnale di un macchinario che viene emesso a intervalli di tre minuti.

Per questa ragione l’università di Southampton è stata in grado di determinare la durata dell’esperienza cognitiva dell’uomo. Il 13 per cento dei pazienti, inoltre, afferma di essersi sentito separato dal proprio corpo: è quella che viene chiamata out of body experience (Obe), ovvero esperienza extracorporea.

 

Gli altri pazienti che hanno raccontato ciò che ricordano nel momento in cui erano clinicamente morti, parlano di aver vissuto esperienze come tunnel di luce, flash, un sole grande e luminoso e la sensazione di precipitare in acque profonde. Queste esperienze ai confini della morte sono un altro tema dibattuto e controverso, noto come near death experience (Nde) e sul quale quello di Sam Parnia e dell’università di Southampton non è il primo studio.

Nel suo testo del 1975, La vita oltre la vita, lo psicologo americano Raymond Moody ha notato come le persone che affrontano questo tipo di esperienze provino sensazioni molto simili l’uno con l’altro, come quella di abbandonare il proprio corpo, provare un senso di pace, avere a che fare con un tunnel in fondo al quale si vede una grande luce, ripercorrere la propria vita terrena, l’incontro con altre persone non più in vita. Descrivono poi l’incontro con l'”essere di luce”, come l’ha definito l’autore del libro Raymond Moody, identificato dai pazienti generalmente in Dio, come una forza fatta di amore totale.

Vi sono poi persone che hanno cercato una spiegazione neurobiologica per quanto riguarda le near death experience (Nde). Tra questi lo psicologo britannico Chris French, che ha raccolto una serie di argomentazioni scientifiche come possibili spiegazioni di queste esperienze. Tra queste vi è la possibilità di un disturbo dissociativo causato dalla situazione di estremo pericolo che si vive quando si è ai confini con la morte, ma vede come possibile causa di esse anche l’attività anormale dei lobi temporali del cervello o l’ipossia.

Prima della ricerca dell’università di Southampton, il più approfondito lavoro sul tema delle near death experience (Nde) è stato quello del cardiologo olandese Pim Van Lommel, che nel 2001 pubblicò sulla rivista scientifica The Lancet i risultati di uno studio decennale sullo stesso argomento condotto con metodi scientifici e statistici, a conclusione dei quali affermò che queste esperienze non possono essere definite esclusivamente un fenomeno dell’attività cerebrale.